Il 2026 sarà un anno decisivo per il Perù. Il 12 aprile si terranno le elezioni generali e il 4 ottobre le elezioni regionali e comunali. Fino a dicembre 2025, la Commissione Elettorale Nazionale (JNE) ha registrato 36 candidati alla presidenza della Repubblica. Tuttavia, mentre i cittadini esprimono la loro indignazione nelle strade e sui social network con campagne come #PorEstosNo (Non per questi), le regole elettorali continuano a favorire gli stessi attori politici di sempre.

Nelle elezioni generali del 12 aprile 2026, i peruviani eleggeranno il presidente della Repubblica, i vicepresidenti e rinnoveranno il Congresso bicamerale, composto da 60 senatori e 130 deputati. Inoltre, si voterà per i rappresentanti al Parlamento Andino. Non si tratta quindi di un’elezione minore: si definirà il corso politico del Paese per i prossimi anni, in un contesto caratterizzato dalla sfiducia e dal discredito istituzionale.

6 mesi dopo, il 4 ottobre 2026, si terranno le elezioni regionali e comunali. Verranno eletti governatori regionali, sindaci e consiglieri in tutto il Paese. La portata del processo è enorme: migliaia di cariche locali e regionali che hanno un impatto diretto sulla vita quotidiana della popolazione, ma che spesso sono controllate da reti politiche, clientelari o partitiche già consolidate.

Un sistema che ostacola il rinnovamento politico

Sebbene la legge elettorale si presenti come garante dell’ordine e della partecipazione, con voto obbligatorio e procedure standardizzate, nella pratica funziona come un sistema che ostacola il rinnovamento politico. Le barriere all’iscrizione, la barriera elettorale e il rischio di perdere la personalità giuridica colpiscono soprattutto i movimenti nuovi, mentre i partiti tradizionali come Fuerza Popular, Alianza para el Progreso, Renovación Popular, Perú Libre, Acción Popular, Avanza País, tra gli altri, mantengono vantaggi strutturali. Non è un caso che molti di essi siano stati segnalati nella campagna #PorEstosNo, come simboli di un potere che si ricicla.

A ciò si aggiunge il fatto che le regole sono state modificate da chi oggi governa per proteggere la propria permanenza. Il ripristino della rielezione immediata dei membri del Congresso nel 2024 ha rafforzato chi già ricopre cariche, ampliando il divario rispetto ai nuovi candidati. Così, mentre il numero di candidature si moltiplica, la concorrenza reale rimane concentrata in pochi attori con risorse, visibilità e controllo istituzionale.

Voto obbligatorio, nullo o bianco?

In questo scenario, il voto obbligatorio non sempre rafforza la democrazia. Quando l’offerta politica è percepita come corrotta, frammentata o distante, il voto bianco, il voto nullo e le campagne di punizione elettorale diventano forme di protesta. Non si tratta di apatia: sono un segnale di allarme di fronte a un sistema che non riesce a rappresentare il sentimento dei cittadini. Tuttavia, anche il voto di protesta deve essere usato con cautela, poiché può avere l’effetto contrario, avvantaggiando candidati indesiderati.

Da un punto di vista umanista, la sfida non è solo quella di organizzare elezioni di massa, ma anche di garantire che queste siano legittime, trasparenti e aperte a nuove alternative. Se le regole non vengono riformate e la politica rimane blindata, il rischio è chiaro: elezioni con cifre record di partecipazione formale, ma con una profonda crisi di fiducia. Il 2026 non dovrebbe essere solo un calendario elettorale, ma un’opportunità per restituire un senso reale all’atto di scegliere.


Traduzione dallo spagnolo di Stella Maris Dante