Dopo un’intervista-shock a una nostra fonte sindacale specializzata nel settore scolastico, che vuole rimanere anonima, possiamo delineare il profilo per certi versi anche deontologico e morale di una parte del corpo insegnante della scuola italiana. Potremmo anche spingerci oltre, visto il ruolo svolto da un/a insegnante, assolutamente cruciale per la nostra cosiddetta “società della conoscenza” e trovare in questo profilo-tipo le radici della sua conclamata passività sia di fronte alla militarizzazione galoppante all’interno degli istituti scolastici (in estrema sintesi Carabinieri o Poliziotti in divisa che vengono chiamati a parlare di violenza contro le donne, di bullismo o cyberbullismo e di dipendenza dalle sostanze stupefacenti) sia di fronte alle forme di repressione nei confronti di alcune componenti del corpo docente, ma in primis degli studenti. Questi sono gli unici che stanno alzando la testa in modo consistente contro i metal-detector all’ingresso delle scuole, o che contestano la recente schedatura degli studenti palestinesi, gestita dai presidi in collaborazione con il MIM.
Siamo da non molto entrati infatti nell'”inverno caldo” delle lotte per l’accaparramento dell’ultima tipologia di posto di lavoro – esclusa quella nelle forze di Polizia, che hanno da poco usufruito di aumenti salariali inauditi e di molti altri benefit – definibile “sicuro” o meglio, come il noto sociologo del lavoro Massimo Paci, (ed anche ex-presidente INPS tra il 1999 e il 2002), definiva pionieristicamente, all’interno del suo modello a quattro settori, “lavoro riproduttivo garantito”. Il termine “riproduttivo” stava per riproduzione della cultura e dei valori di una società, garantendo in una certa misura la sua sopravvivenza culturale nel corso degli anni, mentre “garantito” si intendeva sul piano del welfare-state. Nel 1972, anno in cui uscì il suo libro “Mercato del lavoro e classi sociali in Italia”, veniva completato quel disegno di rinforzo dei diritti e della dignità del lavoro e dei lavoratori, nonché della loro qualità della vita attraverso – l’ormai distrutto su più punti – Statuto dei lavoratori, ovvero la legge n.300 del 1970.
Venendo all’esempio concreto, entro gennaio si concluderà per qualche centinaia di migliaia di docenti la partita di una sorta di “lotteria abilitativa”, per passare dalla seconda fascia delle graduatorie per le supplenze (GPS) alla prima, quella appunto destinata sempre agli aspiranti supplenti (come i loro colleghi della seconda fascia), ma appunto “abilitati”. A prescindere dal punteggio che ogni docente ha per i vari titoli di studio e per gli anni o giorni di insegnamento il passaggio dalla seconda alla prima fascia consente anche a un docente laureato da poco e con pochissima esperienza di sopravanzare nell’acquisizione delle supplenze docenti con punteggi superiori di tre, quattro o anche cinque volte ai propri.
Come si può ottenere questo passaggio di fascia e come si possono ottenere dei punteggi lasciando da parte, come dicevamo, quel sussulto deontologico o morale che dovrebbe impedire queste pratiche ai limiti anche della legalità? Per ogni regione e per ogni classe di concorso di insegnamento il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha definito il numero totale per ogni ateneo dei posti destinati ai corsi di abilitazione. In questo mercato delle abilitazione compaiono, accanto alle università tradizionali, anche le numerosissime università online, che possono giocare virtualmente su tutto il territorio nazionale, ma che in realtà dovrebbero attenersi al luogo di residenza dell’abilitando/a e quindi al numero previsto per quella regione e per quella classe di concorso.
In Italia le università riconosciute dal ministero sono addirittura 11, che si aggiungono a tutti gli altri atenei, che ormai negli anni hanno assunto questa forma indebita di autofinanziamento garantita dallo Stato erogando corsi di abilitazione che in teoria, essendo un obbligo di legge, dovrebbero essere garantiti costituzionalmente a tutti gli aspiranti docenti: il costo di questi corsi di abilitazione si aggira intorno ai 2-3 mila euro, a cui va aggiunto quello della tassa di iscrizione di 150 euro, ancora più ingiusto in quanto colpisce come tutte le tasse dirette indipendentemente dal reddito. Si tratta di una spesa a perdere, perché non esiste la certezza di riuscire a superare la selezione e quindi accedere al corso, oltre che essere legata al solito punteggio in ingresso legato sia ai titoli che ai giorni/mesi (o anni) di insegnamento.
Molti aspiranti hanno deciso di giocare su più tavoli e fare domanda la stessa classe di concorso in più atenei, contando sull’inerzia burocratica dello Stato che difficilmente, vista la mole di dati, riuscirà a fare i dovuti incroci e annullare le iscrizioni a più di un ateneo. Si tratta dunque di una selezione sociale nell’accesso all’insegnamento su base reddituale, attraverso una tassa diretta già di per sé ingiusta, perché colpisce tutti indifferentemente, che può essere per di più moltiplicata per X atenei per chi può permetterselo. Una volta avuto accesso al corso abilitante i costi si aggirano intorno ai 3.000 euro e qui le basi economiche di partenza la fanno da padrone.
A completare questo quadro fosco sintetizziamo a grandi linee ciò che è già stato illustrato da Pressenza in un precedente articolo: chi vuole guadagnarsi facilmente dei punteggi legati ai servizi di insegnamento, può fare anche una o due ore di insegnamento preferibilmente presso una scuola paritaria, soprattutto dove può contare su qualche amicizia o legame parentale, anche solo da febbraio a giugno (il minimo per considerare la supplenza come annualità e quindi garantire 12 punti). Ipotizzando due ore di insegnamento il salario è di circa €200, che sul periodo febbraio-giugno corrispondono a €1000: ebbene, sempre secondo la testimonianza della nostra fonte sindacale, si può arrivare all’assurdo che per accumulare i 12 punti di servizio di insegnamento restituisca i €1000 alla scuola versando di tasca propria anche gli F24 se si trattava di una “collaborazione coordinata e continuativa”.
Dopo il pagamento della tassa di iscrizione ai corsi abilitanti in almeno 10 atenei tra on-line e tradizionali, proprio per aumentare le chance di ingresso come in una lotteria o un “Gratta & Vinci”, (ovvero 1.500 euro), investiti altri 2.000 euro o più per avere 12 punti o addirittura 24 o chissà quanti in più, attraverso una scuola paritaria, si può dire che con un investimento iniziale di circa 10mila euro, una famiglia può garantire un posto sicuro ai figli che potranno restituire la somma se vogliono anche solo dopo sei mesi di stipendio.
Il passaggio successivo è quello di iscriversi alle graduatorie per le supplenze (GPS) da un Comune o da una provincia dove è altissima la concorrenza per accaparrarsi una supplenza e dove per motivi demografici le scuole stanno chiudendo o vengono accorpate, ad un Comune come per esempio Roma o Milano, dove le possibilità sono immensamente più ripaganti soprattutto di quell’investimento iniziale!
A questo punto le domande che rivolgiamo al lettore sono molto semplici: con quale motivazione insegnerà chi ha questo curriculum alle spalle, evidentemente poco spendibile sul piano dell’esperienza e delle conoscenze? Con quale orgoglio deontologico potrà battersi contro le ingiustizie che tutti i giorni si consumano all’interno delle organizzazioni scolastiche a opera dei presidi-sceriffo e dei collaboratori del suo “cerchio magico”? Come si comporterà un profilo socio-psicologico come quello qui sopra descritto quando entrerà sotto “osservazione” nell’anno di prova prima di passare di ruolo? Riuscirà a difendere la propria libertà di insegnamento e trattare temi “scottanti” con i propri studenti? Quale motivazione avrà nel proporre temi quali l’identità o la parità di genere, il contrasto alla militarizzazione delle scuole o l’educazione alla pace all’interno dei PTOF (Piano triennale dell’offerta formativa proposta e votata durante i collegi docenti)?










