Yara è una donna italiana di 34 anni. È tornata un mese fa dalla Palestina, c’è andata da sola. L’ho sentita al telefono e mi è subito piaciuta perché è schietta e pragmatica. Qualche giorno dopo, ho letto i suoi diari di viaggio e così è nata quest’intervista.
Ma faccio una premessa. Io credo che la causa palestinese sia l’apripista al risveglio collettivo e che il popolo palestinese sia il portavoce del valore umano, quello autentico. Non mi presto qui, né altrove, a descrivere i palestinesi come le povere vittime e noi quelli fortunati, perché a loro hanno occupato la terra mentre a noi hanno occupato il cervello. Per questo, credo sia arrivato il momento di iniziare l’apprendistato e fare pratica di resistenza, fare pratica di Sumud.
Come?
Yara, come mai hai deciso di partire per la Palestina proprio ora?
Era da tanto che volevo andare in Cisgiordania e in questi ultimi due anni ho vissuto il rammarico per non averlo fatto prima. Quest’estate, a luglio, il giorno esatto in cui è stata fermata l’Handala, mi trovavo a un evento in Sardegna. La portavoce di Wonder Cabinet, un progetto artistico che ha sede a Betlemme, ad un certo punto ha detto: “Comunque guardate che potete venirci a trovare, non è così difficile, in fondo.” Quel “non è così difficile in fondo”, mi ha fatto scattare la consapevolezza che si può fare. E così, il desiderio che pensavo di dover abbandonare, è riaffiorato.
Hai organizzato il viaggio da sola, da quanto ho capito, usufruendo di contatti e informazioni raccolte tra conoscenti…
Inizialmente volevo andare con gli amici e le amiche del progetto C.A.S.A per la raccolta delle olive, ma in quei giorni non avevo le ferie. Rosicavo, perché il mio desiderio era quello di andare a fare attivismo puro, e così ho sentito la referente di PENGON con cui avevo già collaborato e mi hanno dato l’ok, potevo andare. Quando sono arrivata però mi sono resa conto che non erano pronte per farmi fare qualcosa tutti i giorni, è stato più un incontro conoscitivo per provare ad avviare progetti di lungo periodo in futuro. E alla fine il viaggio me lo sono montata strada facendo.
Allora si può andare in Cisgiordania da sole?
In generale, i palestinesi hanno molta cura delle persone, degli ospiti internazionali ancora di più. Ogni volta che mi trovavo da sola, magari seduta su una panchina ad aspettare, sempre, tutte le persone che passavano mi chiedevano: “Tutto a posto, va tutto bene? Hai bisogno di aiuto?”.
Una volta, un tassista doveva accompagnarmi in un’azienda agricola ma la posizione era troppo vicina al muro, e mi fa: “No no, io lì non ti accompagno”. E così è rimasto con me tutto il tempo ad aspettare, finché è arrivato il responsabile dell’azienda agricola che dovevo visitare. Questa è una caratteristica molto comune, la gente si preoccupa molto per te e se sei da sola, ogni volta che fai uno spostamento, vogliono sentire personalmente la persona che ti verrà a prendere.
L’unica paura che uno ha, costantemente, è quella di doversi confrontare con l’esercito israeliano o, a seconda del luogo in cui sei, con i coloni. La reale paura è di imbattersi in uno di loro, anche se comunque come ospiti internazionali abbiamo un trattamento di favore, quella è l’unica paura che ho avuto. La paura di essere in un luogo sotto occupazione non te la tira via nessuno. Non ho mai avuto paura a girare da sola per le strade di Ramallah, c’è un livello di onestà e di dignità tale per cui la microcriminalità non è contemplata.
Un giorno un ragazzino voleva vendermi dei cioccolatini, a me non interessavano però volevo comunque dargli una piccola offerta. La persona che mi accompagnava ha ripreso il bambino e gli ha detto che non andava bene accettare, perché non era dignitoso. Se voleva vendere i cioccolatini bene, ma non doveva accettare soldi come offerta. Se penso ad altri paesi che ho visitato, questa è una prospettiva rara.
Quando sei partita, immagino avessi un obiettivo in mente, lo hai realizzato o è cambiato qualcosa al tuo arrivo?
L’obiettivo principale era quello di esserci e di toccare con mano cosa vuol dire vivere sotto occupazione. Diciamo che l’obiettivo si è andato modificando pian piano, sono partita dal dire: faccio puro attivismo, a: mi godo quel che arriva, gli incontri, le esperienze, le testimonianze. E poi sono successe cose che proprio non immaginavo, ad esempio, io lavoro nell’ambito della micologia e non mi aspettavo proprio che i funghi facessero parte della tradizione palestinese, non mi aspettavo di parlare di funghi e non mi aspettavo di essere invitata da due aziende agricole diverse a fare dei laboratori nelle università delle loro città, Jenin e Tulkarem, sull’utilizzo dei funghi in agricoltura. E mi ha gasata tantissimo, mi ha fatto collegare i due più grandi interessi che ho nella vita, in questo momento.
Quindi c’è stato un cambio di prospettiva…
Sicuramente. Prima di partire davo peso solo all’attivismo duro e puro, poi ho iniziato a dare valore anche ad altro, l’incontro ad esempio. Non so se è capitato anche ad altri, ma prima di partire, facevo offerte alle raccolte fondi o partecipavo ad iniziative solidali “ad occhi chiusi”, nel senso che non volevo entrare in empatia con i beneficiari, emotivamente era troppo forte entrare nel loro vissuto. Mi dicevo: “Dono e basta, non ne voglio saper niente”. In viaggio, invece, l’incontro è stato l’elemento dominante, umanamente travolgente. Così ho iniziato a dare valore anche a tutti quegli aspetti della vita quotidiana che prima non consideravo: un trekking in Palestina? E perché no!? La voglia di queste persone di portare avanti la propria vita, i propri desideri, le proprie passioni nonostante tutto, è fortissima. Vivere per resistere, non per rimanere ingabbiato dalle catene fisiche e mentali di una situazione opprimente. E così mi sono goduta un trekking nel deserto, un thé al bar, una passeggiata al mercato, una visita al museo. Tutto in compagnia di qualcuno o qualcuna che orgogliosamente mi mostrava il suo territorio o mi confidava parte della sua vita.
Stai parlando di resistenza Sumud. Cos’è, secondo te?
Secondo me, Sumud sono tante cose. Sicuramente portare avanti se stessi, i propri desideri, obiettivi e passioni in un territorio occupato, è Sumud. E viene fatto con delle difficoltà incredibili.
Spesso ho chiesto: “Ma noi internazionali cosa possiamo fare per voi? Quali sono le azioni collettive strategicamente più forti che potrebbero essere messe in campo?” La maggior parte delle persone mi rispondeva: “Io non ho lo spazio mentale per pensare pure a quello. Faccio già talmente tanta fatica a portare avanti la mia vita che non so cosa risponderti”.
Molte persone non pensano alla resistenza armata o politica, perché portare avanti la loro stessa esistenza è il primo atto di Sumud che possono fare.
Khalil, ad esempio, voleva studiare biologia marina ma gli unici corsi di laurea all’Università di Gerusalemme Est riconosciuti da Israele, e che quindi possono offrire più possibilità di lavoro, sono quelli di medicina. Si era iscritto a farmacologia ma dopo il primo anno si è trasferito a Tecniche di Laboratorio medico, perché non si era trovato bene. “Faccio questo corso solo per il lavoro e poi farò biologia marina, perché è quello che mi piace”.
Tutto è più difficile e complicato sotto occupazione.
Mi piacerebbe descrivessi l’atmosfera palestinese, quella che ti ha fatta sentire bene nonostante tutto.
Secondo me è una questione di umanità, che è quella che mi ha fatta tornare a casa con il cuore veramente gonfio di vita, che è la gioia di aiutarsi, di condividere, di passare la propria giornata insieme.
Una cosa che mi ha colpito è la facilità nei rapporti umani. Noi spesso siamo mediati, c’è della distanza tra noi, individualismo e confini netti. Lì invece no, entrare in relazione con un’altra persona è molto più facile. Mi sono trovata coinvolta in tantissime discussioni profonde, praticamente con ogni persona con cui ho passato più di due ore, o anche meno. Ci ho visto, e non nego l’influenza del mio filtro in questo, la volontà di portare avanti valori e modelli umani che non si adeguino a questa merda di capitalismo che pervade le nostre esistenze. Un’azienda agricola in realtà lo esplicitava proprio: “Il nostro modello è anticapitalista. Cibo, acqua ed energia per tutti, con modelli sostenibili è possibile”. E poi c’è l’apertura umana: “Prima regola: questa è casa tua, l’importante è che ti senti a casa, tra amici e famigliari”.
Detto questo, non voglio neanche idealizzare la società palestinese, delle criticità esistono eccome. L’istituzione “famiglia”, che è il cuore della società, della solidarietà e della resistenza palestinese, non è detto che calzi a tutti. Un ragazzo single di quarant’anni mi ha raccontato come lui e i suoi due coinquilini abbiano dovuto cambiare casa per la modalità invadente e giudicante con cui le altre famiglie del palazzo li trattavano, a causa del via vai di amiche e amici che passavo per casa loro e delle pressioni che venivano esercitate sul proprietario di casa. E questo succedeva a Ramallah, grande città, immaginiamoci in un piccolo paese…
Ovviamente questo è solo un episodio, non ho la pretesa di fare un’analisi della società in generale.
Concludendo, ti chiedo di farti portavoce di un messaggio, ovvero: cosa non abbiamo capito del popolo palestinese e quale insegnamento possiamo mettere a frutto nei nostri di territori occupati, occupati dalla militarizzazione, dalla censura, dalla propaganda, dalla perdita di libertà e autodeterminazione e alla normalizzazione di tutto questo?
Mah… innanzitutto quello che possiamo fare qui, in Italia, è andare avanti dritte, andare avanti a costruire dei modelli di vita, interpersonali e lavorativi, che siano diversi rispetto al nostro standard sociale. Portare avanti quelle idee e quei progetti che quando li proponi, di solito ti senti rispondere: “Eh sì, sarebbe bello, ma figurati…impossibile”. Col cavolo! Certo, che possiamo costruire un’alternativa, e su vari fronti: politico, sociale, personale, interpersonale, lavorativo. Di fronte a ogni scelta basta chiedersi: per cosa vale la pena vivere? E’ in questa tipologia di rapporti umani che voglio stare? A cosa dedico le mie energie? Questo governo mi rappresenta? Non è mai troppo tardi per iniziare a porsi queste domande e avviare percorsi di cambiamento, ognuna seguendo la propria strada.
Mi hai chiesto cosa non abbiamo capito del popolo palestinese… Io sicuramente non avevo capito un sacco di cose e probabilmente molte ancora mi sfuggono. Non avevo capito che in Cisgiordania non devi guardarti le spalle a ogni angolo. C’è un’occupazione, sì, quindi potresti imbatterti in situazioni pericolose a causa di coloni e soldati, ma c’è tutto un resto di vita che pulsa e che merita di essere attraversata. Forse un buon esercizio mentale potrebbe essere immaginarsi che da un giorno all’altro potremmo anche noi essere palestinesi, potremmo essere noi quelli occupati. Se fossimo sotto occupazione, sicuramente continueremmo con il nostro lavoro, sarebbe una garanzia importante, ma con che difficoltà? Quanto impiegheremmo in più per arrivarci a causa dei check point? Per quanto tempo la sede del nostro lavoro non subirebbe attacchi? Per quanto tempo il nostro stipendio rimarrebbe stabile e non verrebbe decurtato, come quello dei dipendenti pubblici in Cisgiordania che ha causa del furto delle tasse da parte di Israele ne ricevono solo una percentuale (dal 30 al 70% variabile ogni mese)?
Con tutte queste preoccupazioni, ci chiuderemmo in casa a soccombere sotto il peso di una vita ormai non più nelle nostre mani o proveremmo comunque ad uscire dalla città per fare un trekking settimanale o per raggiungere l’unico cinema rimasto? Sono solo provocazioni le mie, è chiaro, e il ventaglio di risposte psicologiche a una tale situazione varia da persona a persona, ma trovo che l’immedesimazione possa aiutarci ad avere un immaginario più simile alla realtà, un territorio “normale” ma non normale.
Un’altra cosa che non avevo capito, è che i palestinesi non sono per forza poveri perché sotto occupazione. Israele continua a depredarli inventandosi ogni giorno una strategia nuova, ma la società palestinese rimane comunque una società complessa, con tutte le dinamiche di classe: ci sono palestinesi ricchi, alcuni probabilmente anche molto ricchi, palestinesi medi, poveri, e una fetta importante della popolazione, soprattutto quella appartenente al mondo rurale, molto molto povera. È significativo però notare come nessuno venga lasciato senza cibo, grazie a una rete solidale interna molto forte. Ricordo che prima di partire avevo pensato: vado in Palestina, che cosa servirà? Cosa posso portare di utile? Servirà tutto! – No, non è vero, non serve niente, nel territorio palestinese si riesce a compare ciò di cui si ha bisogno. Quello che serve è vivere senza qualcuno che ti priva costantemente della tua libertà, che ti impone le doppie tasse ogni volta che importi qualcosa, che ti distrugge in pochi minuti il lavoro di una vita.
E poi c’è la questione religiosa. Ci sono studi che hanno analizzato come le testate giornalistiche utilizzino la parola “musulmano” solo in articoli di cronaca nera. Ma se un atleta musulmano vince alle olimpiadi, invece, la sua identità religiosa non viene menzionata. Oppure si menzionano meritoriamente, solo casi singoli, come per dire: “vedi, lui è bravo”, sottinteso che “tutti gli altri no”. E così si viene a creare un vortice di pregiudizi negativi, che inconsapevolmente abitavano anche la mia mente.
Invece per la maggior parte dei palestinesi con cui ho parlato, l’Islam è una questione di appartenenza prettamente culturale, per alcuni anche religiosa, certo, ma non per tutti. Islam vuol dire portare avanti dei principi e dei valori umani universali, presenti in tutte le religioni. Vuol dire aiutarsi, essere solidali, non lasciare nessuno senza cibo. Per le strade palestinesi è veramente difficile trovare qualcuno che fa l’elemosina, non ce n’è bisogno, ci sono reti di solidarietà attive che aiutano chi è in difficoltà. Per le strade palestinesi non devi neanche preoccuparti di portare o non portare il velo, è una tua scelta, vedi tu. Più in generale, l’approccio che ogni famiglia o persona ha con la propria religione è svariato, un po’ come qui in Italia, ma il rispetto per le “altre persone del libro”, cioè ebrei (non israeliani ovviamente) e cristiani è molto forte e sentita.
Per concludere vorrei sottolineare un’ultima cosa: il popolo palestinese è vittima dell’occupazione israeliana e vittima di un genocidio, ma quello che desidererebbero dall’esterno non è compassione e pietà ma solidarietà. Oltre alla partecipazione a qualsiasi iniziativa, raccolta fondi ecc., proposta direttamente da persone palestinesi, quello che dovremmo fare noi è concentrarci sui nostri paesi e agire al loro interno. Noi siamo europei, e dobbiamo pretendere che l’Italia e l’Unione Europea smettano di sostenere politicamente ed economicamente Israele. Dobbiamo fare tutto quello che è nelle nostre capacità. Dobbiamo continuare a credere nella forza delle piazze. E poi, boicottiamo! Utilizziamo i nostri privilegi per dare spazio a chi non è complice di genocidio! Non solo per questioni di tipo morale, ma anche perché quelle azioni hanno una ripercussione enorme a livello globale. Se vogliamo essere delle persone la cui vita merita di stare al mondo, dobbiamo scegliere e agire di conseguenza.










