Il 16 gennaio 1991 alle 4 della mattina ora di Baghdad (ancora il 15 a Washington) un massiccio bombardamento dava inizio alla guerra del Golfo segnando il ritorno degli USA direttamente impegnati in battaglia. L’Iraq usciva stremato da una lunga guerra che gli USA avevano voluto per punire l’Iran per aver cacciato lo Shah Reza Pahlavi (rifugiatosi in un primo tempo a Roma) e nazionalizzato il petrolio sottraendolo al loro controllo.

Saddam Hussein, “rais” dell’Iraq, ingannato dall’ambasciatrice statunitense che aveva definito “affare interno dell’Iraq l’occupazione del Kuwait, l’aveva ordinata dando luogo a una controversia sfociata appunto nello scoppio della guerra.

Per la prima volta dalla fine della II guerra mondiale gli USA avevano deciso di coinvolgere in una “coalizione di volenterosi” una quantità di stati satelliti come l’Italia o alleati contro l’Iraq con una serie di notizie rivelatasi false come il “possesso di armi di distruzione di massa” smentito molti anni dopo dallo stesso premier britannico Anthony Blair, principale alleato del presidente George H. Bush, fino alla pantomima del segretario di stato Nicholas (Colin) Powell, già comandante in capo delle forze USA in Vietnam, con l’esibizione di una provetta contenente a suo dire antrace, riconosciuta dallo stesso come “il punto più basso della carriera”.

Perché ricordarlo oggi? Perché fu l’inaugurazione di un nuovo modello di intervento che si sarebbe ripetuto e tutt’ora paghiamo con la macelleria sociale che si annuncia ancora più pesante di quella già in atto. Un intervento in 2 tempi: l’Iraq fu sconfitto, ma Saddam Hussein rimase al suo posto fino al 2001. Dopo 10 anni di embargo che uccise più di 1 milione di Iraqueni ci fu una seconda guerra con la quale venne catturato e, dopo un processo sommario, impiccato. L’Italia fu premiata con l’assegnazione del governo su un territorio nella regione centromeridionale che costò anche la vita a una trentina di persone nella caserma dei carabinieri nel capoluogo della regione, Nasiriyah, uccise in un attentato.

E fu l’inaugurazione dalla politica della destabilizzazione continuata poi nei Balcani negli anni ‘90, poi ripresa in Afghanistan nel nuovo millennio e portata avanti soprattutto nell’Asia settentrionale in Siria, nell’Africa nord-orientale in Libia e via dicendo.

Potremmo definire quel bombardamento “l’alba del nuovo millennio” perché da allora sarebbero arrivati a cascata:

  • il “nuovo modello di difesa” italiano (1998) in cui l’apparato delle forze armate non avrebbe dovuto difendere soltanto il suolo e i confini della patria (secondo la Costituzione), ma gli interessi nazionali ovunque minacciati (per essi intendendo soprattutto quelli economici);
  • la ridefinizione degli obiettivi della NATO, che sarebbe a poco a poco diventata la vera ispiratrice della politica estera della Comunità Economica divenuta in seguito Unione Europea;
  • il “progetto per un nuovo secolo americano” da cui sarebbero derivate tutte le guerre del nuovo millennio a partire dall’invasione dell’Afghanistan e che avrbbero visto un sempre maggiore coinvolgimento del nostro paese fino ad arrivare al “progetto America 2025” che è quello che sta portando avanti l’attuale governo USA.

Ma fu anche l’occasione di un tentativo di salto di qualità nell’opposizione alla guerra con l’alternativa civile alla gestione militare dei conflitti: grazie a gruppi come i Volontari di Pace in Medioriente, il Gulf Peace Team e più avanti il Middle East Action Network si incominciò a parlare di diplomazia popolare, di corpi civili e ambasciate di pace, di forme di interposizione nonviolenta come quelle portate avanti dalle volontarie e volontari internazionali in Palestina, violazione delle sanzioni imposte dai governi e dalle istituzioni, progetti di intervento coinvolgendo enti locali spesso oggi portati avanti dalle ONG… In Italia nacquero corsi di laurea per operatori per la pace nelle Università di Firenze, Pisa e Napoli e fu addirittura approvata una legge istitutiva della difesa civile nonarmata dichiarata di pari dignità di quella militare dalla Corte Costituzionale.

 

25° anniversario della guerra del Golfo: l’alba del “nuovo millennio”

Nella settimana dal 12 al 18 gennaio 2026 la ricorrenza verrà ricordata nell’ambito delle iniziative pacifiste continuativente praticate dai gruppi di attivisti locali a

GENOVA ORA IN SILENZIO PER LA PACE / Palazzo Ducale (piazza Ferrari) – mercoledì, dalle h 18:00

SAVONA – PRESIDIO PER LA PACE /  piazza Mentana – lunedì, dalle 17:30 alle 18:30

inoltre a

LA SPEZIA – piazza Mameli – lunedì 12 gennaio dalle 17:30 alle 18:30