Il report “Cento Campi” dell’Associazione 21 Luglio mostra come il sistema dei campi rom in Italia stia progressivamente scomparendo, segnando la fine di un modello segregante che ha inciso per decenni sui diritti umani. E’ quanto sottolinea il report annuale sulla situazione di rom e sinti in Italia dell’Associazione 21 Luglio, dal titolo “Cento Campi”, un nome che racchiude una storia lunga e complessa, ma che porta con sé anche un messaggio di speranza senza precedenti: la stagione dei “campi rom” in Italia sta finalmente volgendo al tramonto in un processo che appare ormai inarrestabile.

Per anni, infatti, l’Italia è stata tristemente nota come “il Paese dei campi”. Un sistema nato decenni fa, spesso basato sull’equivoco del “nomadismo culturale” per gestire flussi migratori che erano, in realtà, fughe disperate dalle guerre balcaniche. Oggi, i dati ci dicono che quella logica segregante sta crollando: negli ultimi dieci anni, il numero degli insediamenti formali è diminuito del 34% e la popolazione residente è calata drasticamente del 63%, passando da 28.000 a circa 10.200 persone.

Il 2025 è stato un anno di svolta, con il superamento definitivo di cinque insediamenti, tra cui le baraccopoli di Asti e Reggio Calabria e il centro di raccolta di Latina. Come ha sottolineato il presidente dell’Associazione 21 Luglio, Carlo Stasolla, stiamo vivendo un momento paragonabile alla fine dei manicomi con la legge Basaglia: lo smantellamento di un’architettura della discriminazione che ha ferito per troppo tempo i diritti umani nel nostro Paese.

Nonostante i successi, però, il Rapporto non nasconde le ferite ancora aperte. Vivere oggi in una baraccopoli significa avere un’aspettativa di vita di 12,5 anni inferiore rispetto al resto della popolazione italiana. È una realtà giovane, dove il 55% dei residenti è minorenne, e paradossalmente integrata a metà, dato che circa il 70% degli abitanti ha la cittadinanza italiana. La sfida più difficile si concentra ora nell’Area Metropolitana di Napoli, dove vive circa il 30% della popolazione totale delle baraccopoli italiane. È qui che nei prossimi anni dovremo concentrare i nostri sforzi maggiori per garantire che nessuno venga lasciato indietro in questo percorso di fuoriuscita verso abitazioni convenzionali.

Il superamento fisico dei campi è possibile grazie a modelli innovativi come MA.REA. (Mappare e Realizzare Comunità), che abbandonano le etichette etniche per puntare su percorsi partecipati. Tuttavia, la strada verso una vera inclusione è ancora ostacolata da un profondo pregiudizio sociale. I dati Eurobarometro ci ricordano che l’82% degli intervistati percepisce la discriminazione verso i rom come molto diffusa. Gli episodi di violenza e odio registrati nel 2025, come gli spari a Cossoine o l’incendio doloso a Giugliano, dimostrano che, mentre i muri dei campi cadono, dobbiamo ancora lavorare duramente per abbattere i muri del pregiudizio.

Secondo il report, in Italia si stima che circa 12.200 rom e sinti vivano in insediamenti monoetnici, tra formali e informali, una cifra che rappresenta appena lo 0,02% della popolazione nazionale. Attualmente si contano 98 insediamenti formali all’aperto, tra baraccopoli e macroaree, distribuiti in 64 comuni di 12 diverse regioni. La maggior parte di queste persone, circa 10.200 unità, risiede in contesti formali, suddivisi tra i 5.800 rom presenti nelle baraccopoli e i 4.400 sinti delle macroaree, mentre circa 2.000 rom occupano insediamenti informali.

Nonostante si tratti di una popolazione dove circa il 70% possiede la cittadinanza italiana e meno di 600 persone siano a rischio apolidia, le condizioni di vita restano allarmanti: l’aspettativa di vita nelle baraccopoli è di almeno 12,5 anni inferiore alla media nazionale, con un’età media di soli 25,7 anni a fronte dei 48,2 registrati nel resto del Paese nel 2025 e una presenza di minori che tocca il 55% della popolazione totale.

Dal 2018, l’Associazione 21 luglio collabora attivamente con diverse amministrazioni comunali fornendo consulenza tecnica per il superamento delle baraccopoli istituzionali, un impegno che nel 2021 ha portato allo sviluppo del già citato modello operativo MA.REA. (MAppare e REAlizzare comunità). Questo metodo segna una netta discontinuità rispetto al passato basandosi su due pilastri fondamentali: l’abbandono di ogni impostazione di tipo etnico e l’adozione di un approccio integrato e partecipativo che coinvolge direttamente i membri delle comunità.

L’efficacia di tale modello, ormai punto di riferimento per le politiche di inclusione, ha permesso nel solo 2025 il superamento definitivo di cinque insediamenti: le baraccopoli di via Guerra 26 ad Asti e dell’ex Polveriera a Reggio Calabria, le macroaree Mira di Marco a Rovereto e via delle Tagliate a Lucca, e il centro di raccolta Ex Rossi Sud a Latina. Mentre si sta ultimando il passaggio verso abitazioni convenzionali per gli abitanti di Cupa Perillo a Scampia, le azioni di superamento sono attualmente in corso in altri 13 siti, che comprendono 4 macroaree e 9 baraccopoli.

Nello specifico, i processi interessano le macroaree di via della Fornace a Ivrea, via della Chiesa Rossa a Milano, via Guerra 27 ad Asti e via Tomba Forella a San Lazzaro di Savena, oltre alle baraccopoli di Pitz’e Pranu a Selargius, via Carrafiello a Giugliano in Campania, Scordovillo a Lamezia Terme e ben cinque siti nell’area di Roma, ovvero Candoni, Castel Romano, Gordiani, Salone e Salviati. A questo elenco si aggiungerebbero le 4 macroaree di Prato, il cui percorso avviato nel 2024 risulta tuttavia momentaneamente congelato a causa del commissariamento della città toscana.

Qui il Report: https://www.21luglio.org/2018/wp-content/uploads/2026/04/report-2026-sito.pdf.