Il recente annuncio relativo alla sospensione del rinnovo automatico dell’accordo di cooperazione nel settore della difesa tra Italia e Israele segna, senza ombra di dubbio, un punto di rottura nella narrazione monolitica del governo Meloni.
Per la prima volta dall’inizio dell’escalation criminale che sta martoriando la striscia di Gaza, l’esecutivo italiano è costretto a uscire dal vicolo cieco del sostegno incondizionato e a compiere un atto formale di distinzione. Si tratta di un fatto positivo, non c’è dubbio, perché rappresenta il riconoscimento ufficiale che non si può più procedere per inerzia burocratica mentre il diritto internazionale viene sistematicamente ridotto in cenere. È la crepa in un muro di gomma che finora ha respinto ogni appello alla decenza e all’umanità.
Tuttavia, proprio la natura “burocratica” di questa decisione ci impone di non abbassare la guardia e di non cedere ai facili entusiasmi della propaganda di Palazzo Chigi. Sospendere un rinnovo automatico non equivale a rescindere un patto di ferro. Significa, nel linguaggio felpato della diplomazia, nient’altro che prendersi del tempo, ma il tempo è un lusso che il popolo palestinese, schiacciato da mesi di assedio, fame e bombardamenti, non può più permettersi. Se da un lato questa mossa certifica che la pressione delle piazze, degli studenti, dei portuali e dei movimenti per la pace sta finalmente penetrando nelle stanze del potere, dall’altro resta il sospetto che si tratti dell’ennesimo espediente per placare l’opinione pubblica senza intaccare realmente gli interessi del complesso militare-industriale nostrano.
Non possiamo nasconderci dietro un dito. La cooperazione bellica tra l’Italia e lo Stato di Israele è profonda, strutturale e radicata in decenni di scambi tecnologici che hanno reso il nostro Paese un tassello fondamentale nel mantenimento della supremazia militare di Tel Aviv nella regione. Parlare di sospensione dei rinnovi futuri mentre sono ancora attivi contratti per la manutenzione di velivoli, forniture di sistemi d’arma, componenti e tecnologie militari e scambi di intelligence significa, nei fatti, continuare a oliare una macchina di morte che agisce in totale spregio delle risoluzioni ONU. La coerenza non si misura sulla capacità di posticipare una firma, ma sulla determinazione nel recidere i fili di una complicità che ci rende moralmente e politicamente corresponsabili di quello che la Corte Internazionale di Giustizia ha già definito un rischio plausibile di genocidio.
La destra italiana, che ha fatto della retorica sulla sovranità e sulla dignità nazionale il proprio cavallo di battaglia, si trova oggi nuda davanti alla storia. La vera sovranità si esercita quando un Paese ha il coraggio di dire “no” ai propri alleati storici quando questi violano i principi elementari dell’umanità. Non è più accettabile la dottrina del “due pesi e due misure” che vede l’Italia pronta a invocare sanzioni draconiane per alcuni conflitti e restare invece paralizzata dal timore reverenziale quando l’aggressore è un partner strategico e commerciale come il governo Netanyahu. Il passaggio dal rinnovo automatico alla valutazione politica deve essere immediato e deve portare a un’unica conclusione logica e costituzionale: l’embargo totale su ogni tipo di materiale bellico.
L’articolo 11 della nostra Costituzione non è un suggerimento facoltativo per le domeniche di pace, ma un imperativo giuridico che dovrebbe guidare ogni singola azione del Ministero della Difesa e del Ministero degli Esteri. Ripudiare la guerra significa non armarla, non finanziarla e non legittimarla. Continuare a fornire assistenza logistica o tecnologica a un esercito che bombarda zone sicure, ospedali e convogli umanitari è una violazione flagrante del nostro dettato costituzionale che nessun “congelamento dei termini” può sanare. La sospensione dei rinnovi è un timido risveglio che deve trasformarsi in una presa di posizione radicale.
In questo scenario, il ruolo di tutte le organizzazioni pacifiste resta quello di sentinella e di motore della mobilitazione. Non permetteremo che questa notizia venga utilizzata come un anestetico per sopire la protesta. La pace non è l’assenza di firma su un contratto futuro, ma l’immediata cessazione delle ostilità e la fine dell’occupazione coloniale che dura da decenni. Per questo motivo, chiediamo con forza che l’Italia faccia il passo che manca: il riconoscimento dello Stato di Palestina con i confini del 1967. Solo la parità diplomatica e la fine dell’impunità per i crimini di guerra israeliani possono aprire una strada reale verso la pace. Il resto sarebbe semplice propaganda.
Questa parziale vittoria del movimento pacifista italiano deve essere dunque un trampolino per rilanciare la lotta. Dobbiamo pretendere trasparenza assoluta su quali componenti, prodotti dalle nostre aziende partecipate dallo Stato, stiano ancora oggi finendo nei sistemi d’arma utilizzati su Gaza. Dobbiamo esigere che l’Italia si faccia promotrice, in sede europea, di una revisione totale dell’Accordo di Associazione UE-Israele, basato proprio sul rispetto dei diritti umani che oggi viene quotidianamente calpestato. Il “fatto positivo” di oggi diventerà un fatto storico solo se avremo la forza di trasformare questa crepa in un crollo definitivo del muro dell’indifferenza. La solidarietà con il popolo palestinese non si ferma davanti ai tecnicismi burocratici della Meloni.
La nostra voce continuerà a gridare nelle piazze finché l’ultimo soldato occupante non avrà lasciato le terre di Palestina e finché la nostra industria della difesa non avrà smesso di trarre profitto dal sangue degli innocenti. È tempo di coerenza, è tempo di embargo, è tempo di giustizia.











