Il 10 aprile u. s. si è riunita la Consulta per la Legalità di Reggio Emilia per illustrare le iniziative organizzate per il decennale del processo Aemilia e fare il punto della situazione sul progetto con le scuole “Noi contro le mafie” e sulla costituzione dell’Osservatorio della legalità.

Tra i vari componenti presenti, è parso particolarmente rilevante l’intervento del Presidente del Collegio Giudicante del maxiprocesso Aemilia dott. Francesco Maria Caruso, membro del Comitato Tecnico Scientifico della stessa Consulta.

Il dott. Caruso ha evidenziato come l’assenza di violenza eclatante non debba assolutamente indurre ad abbassare la guardia, sottolineando che l’obiettivo primario della Consulta deve essere quello di dotarsi di strumenti efficaci per monitorare e contrastare il riprodursi dei fenomeni mafiosi poiché, spiega, “la qualità del nostro impegno determina la loro operatività”.

Nella sua analisi ha sottolineato la necessità di rafforzare la conoscenza del fenomeno mafioso attraverso una banca dati e un contenitore di atti giudiziari regionali, rassegne stampa aggiornate, studi e ricerche sulla criminalità al Nord, un attento monitoraggio dei nuovi insediamenti e delle imprese a rischio di infiltrazioni e un apparato organizzativo stabile della Consulta, capace di interfacciarsi con gli organi dello Stato per la raccolta di informazioni e segnalazioni. Obiettivi e proposte operative dal nostro punto di vista assolutamente condivisibili e indispensabili per costruire un apparato di riferimento solido nel contrasto alle mafie sul nostro territorio.

Altrettanto condivisibili sono gli eventi messi a punto per ricordare – e far comprendere ai più giovani – il significato del Maxi Processo Aemilia a dieci anni di distanza, iniziative che auspichiamo coinvolgano e favoriscano la riflessione da parte di tutte le istituzioni e della società civile su quanto esso ci ha insegnato per poter prevenire e contrastare i fenomeni mafiosi.

Tuttavia, non possiamo fare a meno di rilevare che mentre da una parte l’Amministrazione Comunale si attiva giustamente per onorare questa ricorrenza dal forte valore simbolico, dall’altra non è in grado di compiere un gesto concreto a dimostrazione che Aemilia non c’è stato invano: cambiare il nome a Viale Città di Cutro, un nome che getta un’ombra sulla nostra città poiché rappresenta un legame col sistema di potere mafioso che il processo ha messo inequivocabilmente a nudo.

Il Maxi Processo Aemilia, è bene ricordarlo, ha rappresentato per la nostra città una presa di coscienza. Ha messo in evidenza ciò che politici ed altri soggetti cercavano di non vedere, ha sancito il percorso che la Prefetto Antonella De Miro, durante il suo mandato, ha proposto energicamente a Reggio Emilia.

Non possiamo correre il rischio di ritornare alla fase della “Grande Rimozione”, concetto coniato dal Professor Nando Dalla Chiesa, recentemente intervenuto sul tema dei “Simboli di conquista della ‘Ndrangheta a Reggio Emilia”.

Per il sociologo e scrittore, con il termine Rimozione si intende “la negazione dell’esistenza della mafia da parte delle varie articolazioni istituzionali e sociali delle regioni settentrionali. Una negazione che nei decenni ha avuto come proprio retroterra diffuso e profondo sia un impressionante mutismo istituzionale sia una ancor più impressionante omertà sociale”.

Tutto ciò ha condotto a due vantaggi decisivi per le organizzazioni mafiose. Il primo, “oscurare il nemico, nasconderlo ai cittadini. E dunque, farlo avanzare indisturbato”. Il secondo, “offrire al colonizzatore i presupposti culturali del potere mafioso.” È così che “alla ‘Ndrangheta è stato offerto un eldorado in cui esaltare la propria forza e la propria capacità di penetrazione”. (Nando Dalla Chiesa, “Passaggio a Nord”).

Dare un nuovo nome a questa Via non è un mero atto simbolico, ma un gesto concreto di Resistenza per creare un clima ostile alla criminalità organizzata. Instillare nei cittadini fiducia nelle istituzioni. É azione fondamentale e necessaria per lanciare un segnale chiaro: nulla sarà più come prima.                                                                                        Segnale che a nostro parere dovrebbe essere caldeggiato da tutte le associazioni e organizzazioni che si riconoscono nei valori della Resistenza e dell’Antifascismo.

Ricordare il Maxiprocesso Aemilia all’ombra di un inchino offende tutti e tutte. Non solo chi si è impegnato per dieci anni a tenere vivo l’impegno antimafia, ma offende anche la città di Reggio Emilia e i suoi cittadini, senza distinzione di provenienza. Significa inoltre celebrare un importante risultato giudiziario, ma privo di qualsiasi valore politico e culturale. È ora che la politica trovi il coraggio di agire con chiarezza e determinazione.

Movimento Agende Rosse, Rita Atria, di Reggio Emilia e Provincia