I fatti avvenuti a Milano il 25 aprile che hanno coinvolto la Brigata Ebraica (con una eco mediatica, oltretutto, spropositata a fronte del ferimento a Roma della coppia di compagni dell’ANPI da parte di un giovane di religione ebraica) meritano una riflessione, a bocce ferme, riflessione che ci sforzeremo di impostare in modo che sia la più obiettiva e neutrale possibile, anche a dispetto delle idee politiche di chi scrive.
Sorvoliamo pertanto sulle bandiere israeliane e su quelle americane e sui cartelli che inneggiavano al ritorno in Iran della dinastia dello Scià. Per quel che mi riguarda il tutto è una dimostrazione colpevolmente negazionista rispetto al genocidio in corso in Palestina e all’aggressione statunitense nei riguardi dell’Iran. Ma non è questo che ora ci interessa.
In fondo si potrebbe argomentare, e non senza ragione, che ognuno è libero di pensarla come vuole e di manifestare liberamente e pubblicamente le proprie idee. Hanno dunque sbagliato coloro che hanno cacciato la Brigata Ebraica dal corteo? La risposta è assolutamente NO!
La possibilità di esprimere le proprie opinioni e il proprio modo di essere schierati politicamente non è un diritto che si possa esercitare senza limitazioni formali e senza il rispetto di alcune determinate regole. Tanto per mettere subito le carte in tavola: cosa direbbero quei giornalisti di destra che hanno parlato di “caccia all’ebreo”, se domani qualcuno si presentasse ad un comizio della Meloni con una bandiera rossa con falce e martello e iniziasse a inneggiare a Stalin e alla vecchia Unione Sovietica? E se il contestatore fosse allontanato, (temo in modo non gentile) pensate che si indignerebbero blaterando di “caccia al comunista”?
Per capire la questione bisogna fare una netta distinzione tra la logica del “palazzo” e quella della “piazza”.
Il Palazzo è tipicamente il luogo istituzionale, per esempio il Parlamento, dove tutti gli schieramenti hanno il diritto di esprimersi e dove il confronto, anche quando assume i caratteri dello scontro aperto, viene comunque sempre regolato (almeno in linea di principio) da una presidenza che ne è responsabile, in modo da non permettere prevaricazioni o esclusioni.
Al contrario la “piazza” non è un luogo di confronto, ma si caratterizza sempre come manifestazione partigiana (cioè di una parte specifica) tendente ad affermare un tema o un obiettivo particolare (partigiana anche in senso gramsciano, dunque). Per fare un esempio banale, sarebbe del tutto senza senso immaginare una manifestazione sulla guerra, o meglio su una specifica guerra, cui partecipassero insieme sostenitori del conflitto armato e sostenitori della pace.
Date queste premesse il responsabile della manifestazione di Piazza (anche in senso legale) non può che essere il soggetto che l’ha organizzata e che ne ha fissato i contenuti e le modalità, dandone anche comunicazione alla questura. Gli organizzatori hanno pertanto il diritto di stabilire chi può e chi non può partecipare, quali striscioni possono essere portati e quali slogan possono essere ammessi.
Ricordiamo che ad organizzare la commemorazione del 25 aprile a Milano e ad avere il diritto di fissarne le modalità di svolgimento, era l’ANPI, a cui la Brigata Ebraica avrebbe dovuto chiedere l’autorizzazione a portare i propri contenuti, invece di irrompere nel corteo in modo provocatorio e senza averne alcun diritto, per sostenere posizioni estranee, e financo opposte, a quelle degli organizzatori.
La sua cacciata dal corteo – nonviolenta, a differenza dell’uso di una pistola scacciacani a Roma – era a quel punto un atto doveroso anche in considerazione della distanza abissale tra l’accusa di genocidio nei confronti di Israele sostenuta della stragrande maggioranza dei partecipanti e il sostegno al sionismo degli intrusi.
Qualcuno ha sostenuto che in questo modo la commemorazione del 25 aprile sarebbe stata monopolizzata da una sola parte politica. Ma questa obiezione è del tutto priva di senso. Nessuno infatti impediva alla Brigata Ebraica di indire una manifestazione alternativa in un’altra piazza. Ma forse si temeva il confronto, o forse si temeva soprattutto di non poter alzare la voce facendo le vittime di un 25 aprile falsamente spacciato per antisemita.
Noterella a margine: la cronaca dei crimini israeliani supera i tempi delle nostre riflessioni. Ieri la Flottiglia è stata sequestrata dai criminali sionisti in acque internazionali. Qui si apre un altro capitolo: non vi è solo “il palazzo” o “la piazza” dentro i confini di uno Stato, ma vi sono anche i luoghi di tutti come le acque internazionali, dove le regole le detta (o le dovrebbe dettare) il diritto internazionale, e la responsabilità del loro rispetto dovrebbe essere demandata alla comunità globale, ma spesso in spregio a tutto ciò vige invece la legge del più forte.
Il nostro dovere, e la nostra sola possibilità, è quella di lavorare per sostituire la forza dei giusti a quella degli usurpatori.











