Riceviamo e pubblichiamo dalla ex-parlamentare e presidente della LOC Giancarla Codrignani

Come dice Dacia Maraini, “Vedo una voglia di punire le toghe e limitare la loro libertà”.

Le toghe disturbano il governo perché sono troppi i parlamentari inquisiti e, come succede solo in Italia, troppi i Comuni sciolti da un magistrato per infiltrazione mafiosa (dal 1991al 2024 sono stati 268).
La libertà del magistrato si chiama autonomia: significa che dipende solo dalla Costituzione. Falcone e Borsellino non la mandavano a dire ai governi: facevano il loro mestiere “nonostante” i governi non avessero contrastato abbastanza la criminalità organizzata.

E così governanti, Parlamenti e ciascun singolo cittadino hanno bisogno del buon funzionamento della giustizia e di giudici o di inquirenti “a prescindere”.

Quindi, serve la separazione delle carriere? No, in primo luogo perché la riforma Carabia consente, per “una sola volta”, il passaggio dalla magistratura inquirente alla giudicante.

In secondo luogo la separazione delle carriere è questione di scuole di pensiero accettate indifferentemente da giuristi affidabili di destra o di sinistra senza grandi differenze per un profano.
Quello che oggi spinge l’accademia a cedere il passo alla coscienza politica è il contesto.

L’Italia non aveva mai avuto la destra reazionaria al governo (fino al 2019 il Msi aveva poco più del 4%), per giunta un governo maggioritario la cui premier mostra di voler comandare più che governare.

Chiara la sua ignoranza dell’indipendenza costituzionale della magistratura, se non perde occasione di criticare, offendere e dileggiare i magistrati abusando del suo potere.

Se in questo Parlamento ci sono 34 parlamentari condannati o imputati e indagati, ma indiscutibilmente eletti (10 leghisti, 8 FdI, 6 Forza Italia, 4 Pd, 3 Italia Viva, 2 Moderati, 1 M5S), risulta evidente che il governo teme la magistratura, di cui ha bisogno.

Proprio l’aggressività con cui esprime la sua volontà nel voto referendario dimostra l’ansia per il referendum e per i provvedimenti che verranno subito dopo.

E’ già pronta una riforma che sottrarrà la Polizia giudiziaria al magistrato inquirente (l’art. 327 Cpp garantisce che “il pubblico ministero dirige le indagini e dispone direttamente della Polizia giudiziaria”) ripristinando il codice Rocco.

Altra tappa – prevista a breve, prima della fine legislatura – la riforma del premierato e l’ombra dell’influenza nella nomina del futuro Capo dello Stato.

Prospettive che non rassicurano la stabilità dei valori democratici, lo stato di diritto, il bilanciamento delle garanzie, l’uguaglianza del cittadino davanti alla legge (i condannati per la strage della stazione di Bologna sono dei tuoi).

Poi, cara Meloni, sarai brava a far teatro, ma non ti si può assolvere dell’aver mentito troppo.