A volte, sia come attivisti che come redattori di Pressenza, si è combattuti su dove andare a dare un supporto, tra le tante iniziative che avvengono in città. Così ieri, aiutato da una bella giornata e dalla mia bici, sono corso di qua e di là come un’ape in mezzo ai fiori.

Ore 15.30: sono in piazzale Lodi a vedere la partenza della marcia dei Bruchi che compie la sua ultima tappa, il brillante John anima il piccolo ma colorato gruppo di attivisti pronti ad incamminarsi verso l’estrema periferia milanese. La musica africana li accompagna, il desiderio di far conoscere i drammi che avvengono in quel continente troppo dimenticato.

Ore 16.00: passo in corso di Porta Romana: hanno appena scoperto una targa per Franca Rame e Dario Fo, sotto l’appartamento dove hanno vissuto. Una targa che cerca di farsi spazio a fatica tra le insegne della banca più armata d’Italia. Diciamo che forse, oggi, Franca e Dario sarebbero stati altrove, in mezzo ad attivisti e attiviste.

Ore 16.30: piazza Scala, una cinquantina di donne raccolte intorno ad un grande striscione; diverse di loro, sedute sulle poche panchine, cuciono frammenti di stoffa per abbellire e dare colore ed anima ad un movimento pacifista che dovrebbe riempire le piazze. Altre si incontrano, parlano, discutono.

Ore 16.50: piazza Castello, stanno riordinando, sono gli statunitensi democratici che appoggiano le manifestazioni No Kings: anche loro hanno cartelli e un personaggio, grande e colorato, per animare il passaggio. Ripenso a quando, abitando all’estero, ci sentivamo dire da tutti: “Ma chi è quell’impresentabile che avete al governo?” Era il cavaliere. Noi si manifestava, vergognandoci del nostro Paese.

Ore 17.10: passo in piazza Cordusio, sta terminando il classico corteo del sabato per la Palestina, dal camion si invita tutti ad aderire al neonato comitato per la difesa dei prigionieri politici palestinesi. Anche qui, si resiste.

Ore 17.30: via Hoepli, intorno alla libreria che rischia seriamente la chiusura, un folto assembramento circonda un microfono insufficiente; i cittadini sostengono i lavoratori e le lavoratrici che cercano di difendere il loro impiego e uno spazio di cultura di questa città. Diciamo che, paragonato alla durezza delle cause incontrate nel pomeriggio, qui forse le forze ci sono per vincere la lotta.

 

Ore 18.00: siamo in piazza Duomo, dall’ormai usuale presenza in piazza per la Palestina ci colleghiamo in videochiamata con alcuni della Local March che in questi giorni vanno da Milano a Lecco. Parliamo con Grazia, storica figura di piazza Duomo, che ogni giorno dispensa cartelli a tutte e a tutti. Ha quasi 80 anni, ma è lì a camminare, sorridente, un esempio che commuove. 

Mi metto col mio cartello, sarà l’ultima ora di un pomeriggio intenso. Dopo un po’ mi si para davanti una mia vecchia studentessa, iraniana, siamo emozionati entrambi, anni che non ci vediamo, le chiedo come sta, leggendo subito la risposta nei suoi occhi: “Mia madre -mi dice- riesce a chiamarmi per due minuti, una volta alla settimana”. Parliamo un po’, mi presenta il suo fidanzato, mi dice che stima moltissimo quello che facciamo. Ci invitiamo entrambe a resistere. Non so mai, in questi casi, se ci si puo’ abbracciare o meno: come faccio di solito, mimo il gesto a distanza, lei si avvicina e ci abbracciamo. La domanda è sempre di più la stessa: “Ma in che mondo viviamo?”

Un pomeriggio milanese, faticosi ma importanti frammenti di lotte. 

In serata le immagini che arrivano dalle piazze statunitensi, da Londra, da Roma confortano. Probabilmente non siamo ancora all’altezza degli obiettivi che abbiamo davanti, saranno le condizioni che ci faranno diventare tali.