La dichiarazione del sottosegretario generale e coordinatore degli aiuti di emergenza dell’Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (OCHA) delle Nazioni Unite divulgata ieri – 3 marzo – è un grido d’allarme inequivocabile ed espressamente rivolto a governanti, leader, attivisti e cittadini di tutto il mondo.
Tom Fletcher ha affermato:
Le conseguenze umanitarie dell’escalation di violenza in Medio Oriente sono sempre più angoscianti.
In primo luogo, in tutta la regione i civili ne stanno pagando il prezzo.
I civili devono essere protetti, punto e basta.
Eppure gli attacchi stanno colpendo case, ospedali e scuole.
Le popolazioni e le infrastrutture civili sono state attaccate in Iran, Libano, Siria, Territori Palestinesi Occupati (TPO), Israele, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Qatar, Kuwait, Arabia Saudita e molti altri luoghi.
Mentre stimiamo i danni, che accrescono continuamente, valutiamo l’entità della risposta umanitaria richiesta, che intanto incrementa, per intensificarne l’attuazione laddove è necessario ma anche possibile.
Ho attivato piani di emergenza in tutto l’Iran, dove perà la presenza limitata di ONG internazionali e di spazi operativi rende la sfida ancora più difficile, in tutta la regione e, in particolare, in Afghanistan, Pakistan, Libano, Territori Palestinesi Occupati, Siria e Yemen.
In secondo luogo, stiamo assistendo a ripercussioni a catena sui bisogni umanitari più ampi.
In Afghanistan, che stava già subendo le conseguenze dell’intensifazione delle ostilità con il Pakistan, oltre 60.000 persone erano state costrette ad abbandonare le proprie case e quasi 22 milioni di persone necessitavano di assistenza umanitaria, l’escalation regionale potrebbe aggravare una crisi di insicurezza alimentare già grave, che colpisce oltre 17 milioni di persone.
In Pakistan, dove l’ONU ha subito attacchi a una delle proprie strutture e che ospita già circa 1,3 milioni di rifugiati registrati e ha una capacità limitata di accoglierne altri, l’aggravarsi delle instabilità in Iran potrebbe innescare spostamenti di persone su larga scala, in particolare nella provincia del Baluchistan.
Nei Territori Palestinesi Occupati (TPO), l’escalation ha avuto conseguenze immediate sull’operatività degli interventi umanitari.
Le restrizioni all’accesso nella Striscia di Gaza hanno limitato l’ingresso dei rifornimenti salvavita e limitato tutte le operazioni umanitarie. Kerem Shalom è ora riaperto al rifornimento di carburante e soccorsi, ma tutti gli altri valichi, incluso Rafah, rimangono chiusi. Le evacuazioni mediche rimangono sospese, lasciando oltre 18.000 pazienti, tra cui 4.000 bambini, senza accesso alle cure specialistiche di cui hanno bisogno.
In Cisgiordania le forze israeliane hanno chiuso la maggior parte dei posti di blocco, limitando gravemente la libertà di movimento dei palestinesi e incidendo sulla loro capacità di accedere a servizi e mezzi di sussistenza. Hanno anche avuto un impatto sulla capacità dei nostri partner umanitari di fornire aiuti salvavita e di condurre le proprie operazioni.
Si stima che gli attacchi israeliani nel Sud del Libano, a Nabatiyeh, a Beirut e nella Bekaa abbiano ucciso più di 50 persone e ne abbiano ferite oltre 150, inoltre causato ingenti distruzioni e provocato un esodo su larga scala. Oltre 60.000 persone sono ospitate in 330 campi profughi, mentre molte altre si trovano fuori dai rifugi o sono in movimento. Finora l’esercito israeliano ha emesso ordini di sfollamento per oltre 100 città e villaggi nel Sud e nella Bekaa.
In Yemen agli effetti potrebbe conseguire anche la volatilità dei prezzi del carburante e delle materie prime. L’escalation del conflitto in Yemen o nel Mar Rosso rischia di provocare picchi dei costi o carenze dei beni essenziali, aggravando una situazione di sicurezza alimentare già in aggravamento, soprattutto nelle aree controllate dagli Houthi. È necessario intraprendere ogni sforzo per sostenere la popolazione yemenita ed evitare danni alle infrastrutture civili essenziali e ulteriori difficoltà nei servizi di risposta.
In terzo luogo, le onde d’urto dell’escalation stanno riducendo la nostra capacità di risposta.
Le chiusure dello spazio aereo stanno interrompendo le rotazioni del personale impegnato nelle missioni umanitarie.
I flussi di erogazione di gas alla Siria sono stati interrotti. I voli umanitari delle Nazioni Unite in Yemen sono bloccati. Se le routes energetiche o i corridoi marittimi come lo Stretto di Hormuz continueranno a essere bloccati, i prezzi dei prodotti alimentari saliranno alle stelle, i sistemi sanitari saranno compromessi e le forniture di beni di primaria necessità si ridurranno nei paesi che dipendono dalla loro importazione. Stiamo pre-posizionando le scorte, identificando rotte di approvvigionamento alternative e preparando opzioni di finanziamento rapido, comprese potenziali assegnazioni dal Central Emergency Response Fund.
In quarto luogo, mentre l’attenzione del mondo si è concentrata su questa, ovviamente non sono cessate le altre crisi.
La guerra in Sudan si protrae da oltre 1.000 giorni.
La violenza continua a devastare la Repubblica Democratica del Congo.
Gli attacchi contro l’Ucraina si stanno intensificando.
Continueremo a svolgere il nostro operato finalizzato a salvare vite umane e sollecitiamo i partner a continuare a dare il supporto del proprio sostegno e del loro impegno.
Sull’efficacia degli interventi ci sono molte gravissime ricadute negative.
Il rispetto del diritto internazionale umanitario viene nuovamente messo in discussione e indebolito.
Ogni volta che le infrastrutture civili vengono colpite, l’accesso viene limitato e gli aiuti vengono politicizzati, lo spazio per l’assistenza umanitaria si riduce e diventa più difficile raggiungere le comunità che soccorriamo. Stanno lampeggiando troppi segnali d’allarme.
Ogni azione ha delle conseguenze, alcune intenzionali e altre indesiderate.
Man mano che il sistema internazionale si disgrega, gli Stati incrementano la spesa per l’acquisto e aumentano la vendita di armi. E prosciugando i finanziamenti, la volontà politica e l’energia diplomatica necessari per salvare vite umane accrescono i rischi della moltiplicazione e dell’intensificazione della guerra.
Sono grato agli operatori umanitari che continuano a correre molti pericoli per soccorrere i civili coinvolti nell’escalation militare.
L’azione umanitaria deve stare saldamente ancorata ai propri pincipi, restare indipendente e non venire ostacolata.
Il diritto internazionale è la migliore difesa dal circolo vizioso della violenza e della guerra.
Tom Fletcher è Sottosegretario Generale delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari e Coordinatore degli Soccorsi d’Emergenza (OCHA) dal 18 novembre 2024. Prima di assumere questo incarico è stato preside dell’Hertford College di Oxford (2020-2024), vicepresidente della Conference of Colleges dell’Università di Oxford (2022-2024), ambasciatore britannico in Libano (2011-2015), Consigliere di Politica Estera di tre Primi Ministri del Regno Unito (2007-2011), direttore della Strategia Globale della Global Business Coalition for Education (2015-2019) e presidente della UK Creative Industries Federation (2015-2020). Ha collaborato con le Nazioni Unite durante la sua carriera diplomatica in Africa, Medio Oriente ed Europa, ha redatto un rapporto sulla tecnologia per il Segretario Generale delle Nazioni Unite (2017). Autore di The Naked Diplomat (2016), Ten Survival Skills for a World in Flux (2022) e due romanzi, The Ambassador (2022) e The Assassin (2024), ha pubblicato articoli su Financial Times, Prospect e Foreign Policy Magazine e presentato una serie della BBC sulla democrazia.

(Traduzione in italiano e impaginazione dei testi a cura di Maddalena Brunasti)











