La vigilia del voto referendario sull’ordinamento della magistratura rischia di essere coperta dai lampi di guerra e dalle avvisaglie quotidiane di una devastante crisi economica. Mentre si cerca di nascondere sotto il tema della separazione delle carriere la soppressione dell’autonomia degli organi di autogoverno e di disciplina della magistratura, e rimarrà affidata alla maggioranza semplice dell’attuale parlamento la riforma sostanziale delle leggi che riguardano l’ordinamento giudiziario (art.8 delle disposizioni transitorie della riforma), il governo Meloni cerca di ottenere consenso su rilevanti modifiche della Costituzione in nome degli errori che sarebbero stati commessi in passato da singoli giudici, o per abbattere quello che si suole definire come “sistema delle correnti”. Un sistema che è stato denunciato e sanzionato dalla stessa giurisdizione. Si arriva quindi ad attaccare (con il sorteggio) il diritto dei magistrati di scegliersi i loro rappresentanti nel CSM, presidio democratico che i costituenti avevano voluto alla fine della dittatura fascista, e che adesso si vorrebbe frantumare in tre parti.

La riforma sulla quale si voterà al referendum, in base a dichiarazioni degli esponenti di governo disseminate negli atti parlamentari, è solo una parte di un disegno più ampio che intende trasferire potere dalla giurisdizione all’esecutivo, come si vorrebbe fare con gli interventi annunciati in materia di esercizio dell’azione penale, il cui ambito andrebbe stabilito dal governo. E poi potrebbe seguire lo sganciamento della polizia giudiziaria dai poteri di impulso delle procure.

Ad ogni decisione scomoda per chi governa seguiranno attacchi personali e gogne mediatiche che in un prossimo futuro potrebbero tradursi in procedimenti disciplinari. Comunque vada il voto, gli attacchi ai giudici non allineati agli indirizzi della maggioranza continueranno, in un quadro normativo ancora confuso, tanto che, se la riforma costituzionale andrà a regime, si possono attendere numerosi conflitti di attribuzione che saranno sollevati davanti alla Corte Costituzionale. Di certo non si tratta di ripristinare criteri meritocratici, come sostengono i fautori del Sì alla riforma, semmai il merito sarà stabilito in base al conformismo delle decisioni dei giudici agli orientamenti di chi governa ed incide, attraverso una maggioranza parlamentare inattaccabile, sulla nomina dei componenti del CSM e della nuova Alta Corte di Disciplina.

La riforma del sistema disciplinare, al di là della separazione delle carriere, rappresenta il fulcro della riforma costituzionale, che nelle dichiarazioni di diversi esponenti di governo non ha lo scopo di restituire efficienza, o di rendere la giustizia più accessibile ai cittadini, che soffrono continue restrizioni del diritto al patrocinio gratuito e la lunghezza insopportabile dei procedimenti civili, ma mira a riprendere il controllo sugli organi giurisdizionali.

Non ci si può fermare ad un testo di riforma costituzionale che prevede una delega completa al governo, attraverso la solida maggioranza parlamentare di cui dispone, per riformulare l’intero ordinamento della magistratura e le regole di funzionamento dei nuovi organi di autogoverno, che dovrebbero essere modellati sulla separazione delle carriere. Magari senza accogliere neppure un emendamento dell’opposizione, come è accaduto per la riforma della magistratura che adesso si sottopone al referendum.

Chi sostiene la necessità di limitare il dibattito al testo stringato delle diverse modifiche costituzionali sottoposte a referendum, come molti esponenti dell’avvocatura associata, è in evidente contraddizione con chi, dallo stesso schieramento, sostiene che la magistratura sarebbe un “cancro” del paese, o sarebbe composta da giudici ideologizzati, che anteporrebbero al dovere di applicare la legge (art.101 Cost.) la finalità di contrastare l’azione di governo. Anche la distinzione tra “testo” e “contesto”, come se gli elettori dovessero pronunciarsi solo su un quesito tecnico, peraltro formulato in modo che risente delle contraddizioni interne al testo di riforma, è un espediente per disorientare cittadini che non hanno competenze giuridiche e che in questi ultimi giorni sono bersaglio di una devastante campagna elettorale dei fautori del Sì basata esclusivamente sulla delegittimazione della magistratura. Una modalità di propaganda politica che spaccherà il paese per un tempo molto più lungo dei tempi previsti per la riforma costituzionale.

L’indipendenza della magistratura dalla politica è una condizione essenziale per garantire lo Stato di diritto. Che non si limita alle garanzie formali dell’ordinamento democratico, ma che, per effetto degli articoli 2 e 3 della Costituzione, corrisponde ad una tutela rafforzata dei diritti fondamentali, dal diritto alla vita ed alla salute, al diritto al lavoro ed alla unità familiare, dal diritto alla libertà personale alla libertà di manifestazione del pensiero e di associazione nei cd. corpi intermedi, come le organizzazioni non governative.

A chi esibisce casi singoli, errori giudiziari come il caso Tortora, o alimenta demagogia su falsi moralismi, come nel caso della cd. “famiglia nel bosco”, che sarà ricevuta da La Russa in Parlamento, si possono opporre centinaia di decisioni dei giudici che, giorno dopo giorno, di fronte a persistenti abusi di Stato o illegittimità istituzionali, hanno garantito i diritti fondamentali a cittadini comuni, ad esempio in materia di tutela ambientale, di diritto alla salute, o di diritto del lavoro, ed anche a persone immigrate, come nel caso delle mancate convalide dei trattenimenti amministrativi nei centri di detenzione per i rimpatri (CPR). Una giurisdizione indipendente garantisce il rispetto del principio di uguaglianza a salvaguardia dei diritti dei soggetti più deboli di fronte agli altri poteri dello Stato.

Una giurisdizione indipendente è essenziale anche a livello europeo, mentre si attendono importanti decisioni della Corte di giustizia sulla legittimità della esternalizzazione dei rimpatri, della detenzione amministrativa e delle procedure di asilo in paesi terzi ritenuti “sicuri”. Il ruolo della giurisdizione diventa ancora più importante in un momento in cui l’Unione europea sembra dividersi su tutto, per il ricatto di alcuni paesi sovranisti e nazionalisti, ma sembra trovare un accordo, su forte impulso italiano, su politiche di ulteriore sbarramento delle frontiere. Che adesso sarebbero a rischio per arrivi di massa da paesi in guerra, arrivi che probabilmente non si verificheranno, ma che sono allarmi agitati per diffondere paura e conquistare consensi elettorali in favore dei partiti sovranisti che si candidano ad essere gli unici garanti dell’ordine e della sicurezza.

La tenuta dello Stato di diritto è strettamente legata al rispetto del diritto internazionale. Chiunque si schieri con chi viola il diritto internazionale, anche quando si ritenga di intervenire per garantire i traffici commerciali, come quelli attualmente bloccati attraverso lo stretto di Hormuz, rischia di cadere in una spirale senza fine di attacchi, e di guerra ibrida, senza alcun rispetto delle Convenzioni internazionali.

Solo la fine del ricorso alle armi, per risolvere le controversie internazionali (art.11 Cost.), ed il superamento del fossile come risorsa energetica dominante, con il ritorno ad una politica basata sul multilateralismo e sul ricorso alle fonti energetiche alternative, possono salvare il genere umano. Perché questa guerra globale, che sta devastando intere regioni del globo non lascerà indenne nessuno. In momenti come questi ritorna cruciale il ruolo della magistratura interna, delle corti europee e della giurisdizione internazionale. Senza l’affermazione della giustizia, a tutti i livelli, non ci sono prospettive di pace.

Se Trump ha potuto imporre la sua politica economica, ed adesso la guerra vera in tutto il medio-oriente, e la finta pace, attraverso il Board of Peace, affermando un potere personale immune da qualsiasi controllo giurisdizionale, si deve ad una magistratura che negli Stati Uniti, non ha saputo sanzionare l’attacco sovversivo di Capitol Hill e che oggi fatica ad affrontare i dossier sui rapporti tra Epstein e l’attuale padrone della Casa Bianca. La Corte Suprema ha legittimato numerose aberrazioni dello Stato di diritto perpetrate negli Stati Uniti da agenti istituzionali, salvo un recente ripensamento sull’agenzia ICE che, nel contrasto dell’immigrazione, ha operato allo stesso livello delle bande criminali che doveva combattere, anche a costo di uccidere a freddo civili inermi.

Vanno salvaguardate, oltre al diritto internazionale, ormai soppiantato dal diritto della forza, quelle giurisdizioni come la Corte internazionale di giustizia e la Corte penale internazionale, che se non fossero state contrastate in tutti i modi, in Italia, ad esempio sul caso Almasri, dai governi di indirizzo populista e nazionalista, avrebbero potuto portare avanti fino ad una condanna i procedimenti contro i principali responsabili dello stato di guerra permanente che oggi oscura il futuro del mondo. Una condanna che, con adeguate sanzioni a livello internazionale, avrebbe potuto costituire un deterrente di fronte alle politiche basate sulle guerre di aggressione.

Basti pensare a Putin Netanyahu, ed ai loro accoliti, che sono i principali artefici, con gli Stati Uniti di Trump, della guerra in Ucraina e del conflitto in Medio-Oriente che, per effetto degli attacchi innescati da Israele, con il sostegno americano, e delle reazioni dell’Iran, sta bloccando, dopo i trasporti via mare, anche i principali impianti estrattivi, con il collasso economico dell’occidente industrializzato.

Non basterà invocare l’intervento delle Nazioni Unite, da parte di chi si è schierato dalla parte dei nemici del multilateralismo, per prospettare soluzioni a guerre che sono soltanto la conseguenza delle politiche economiche imposte dalle destre, e dai potentati economici che le sostengono, a livello mondiale. Il conflitto asimmetrico nell’area del Golfo Persico non avvicina la democrazia in Iran, come non è arrivata la democrazia dopo anni di presenza americana in Afghanistan.

La soluzione finale su Gaza, rispetto alla quale l’ONU è stato messo in una condizione di impotenza per effetto dei veti incrociati, rischia adesso di diventare la conferma definitiva della fine del diritto internazionale, per la mancanza di una giurisdizione che riesca a sanzionare i crimini di genocidio e di pulizia etnica.

La giurisdizione, internazionale ed interna, viene delegittimata quando sarebbe più necessaria che mai. L’aumento irreversibile della disoccupazione, derivante anche dalle modalità proprietarie del ricorso all’intelligenza artificiale, la criminalizzazione di qualsiasi forma di dissenso, lo svuotamento dei diritti di associazione e di partecipazione, la negazione dei diritti sociali, segneranno una stagione di conflitti crescenti tra singoli cittadini, associazioni, corpi collettivi, comunità locali, ed autorità statali.

La crisi economica devastante che si profila all’orizzonte, senza un ruolo effettivo dei controlli giurisdizionali, non deve risolversi nell’ennesima guerra tra poveri, a tutto vantaggio dei governi che ne sono i principali responsabili. Ed è adesso che deve intervenire una giurisdizione davvero indipendente dal potere politico, garanzia della certezza del diritto e del riconoscimento effettivo dei diritti fondamentali. In questa direzione, oltre al voto referendario per il No alla riforma costituzionale targata Nordio, sarà necessario l’agire quotidiano di tutte le forze che si stanno riaggregando in difesa dello Stato di diritto e della Costituzione democratica. Oggi sul referendum in materia di giustizia, domani nella prospettiva di un nuovo governo del paese, con un diverso ruolo in Europa e nel mondo. Perché il diritto della forza non prevalga sulla forza del diritto.

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