Domani, venerdì 13 marzo, a Roma si riunirà il Consiglio Supremo di Difesa. Ne fa parte, lo convoca e lo presiede, il Presidente della Repubblica (Mattarella), insieme al Presidente del Consiglio (Meloni), al Ministro degli Esteri (Tajani), al Ministro della Difesa (Crosetto), al Ministro dell’Interno (Piantedosi), al Ministro dell’Economia (Giorgetti), al Ministro delle Imprese (Urso), al Segretario del Consiglio dei Ministri (Mantovano), al Capo di Stato Maggiore (Portolano).

All’ordine del giorno la guerra in Iran e in Medio Oriente con gli effetti della crisi internazionale che ogni giorno si sta complicando di più. A poche ore dalla riunione, le parole della Presidente del Consiglio pronunciate in Parlamento “non siamo in guerra e non vogliamo entrarci”, vengono clamorosamente smentite da un missile iraniano che colpisce la base militare italiana di Erbil in Iraq. La guerra c’è, vediamo i morti e i danni, vediamo missili e bombe, navi affondate, petrolio in fiamme; la guerra arriva fino a dentro le nostre case e fa schizzare i prezzi, impoverendo tutti.

È il risultato avvelenato della menzogna “se vuoi la pace, prepara la guerra”. La guerra è stata preparata, è stata invocata come guerra umanitaria, preventiva, necessaria, e poi puntualmente è arrivata, distruggendo in un sol colpo la faticosa costruzione del Diritto Internazionale.

Il Consiglio Supremo di Difesa dovrebbe occuparsi della sicurezza e della difesa nazionale. Dovrebbe essere dunque un baluardo a tutela della Costituzione che ripudia la guerra e affida a noi cittadini il sacro dovere di tutela della patria. Invece ancora una volta assisteremo al solito copione totalmente appiattito sulla conferma dell’Alleanza atlantica a guida statunitense.

Noi continuiamo a lavorare affinché la difesa della Patria sia innanzitutto difesa dal più grande crimine contro l’umanità, la guerra. Vogliamo un Consiglio Supremo di Difesa che ripudi la guerra e dichiari lo stato di pace.

Oggi, giovedì 12 marzo, è San Massimiliano, martire. Dice così il calendario cattolico.

È considerato, giustamente, il patrono degli obiettori di coscienza anche se non ufficialmente dalla Chiesa, ma riconosciuto come tale dai movimenti cattolici e laici per la pace e la nonviolenza.

Le notizie storiche che abbiamo su di lui sono di fonte anonima, ma certa. Si tratta di un verbale di interrogatorio (i decreti sicurezza non sono dunque cosa nuova…), che è conservato in alcuni codici medioevali, ma risalente alla fine del III secolo d.C.

Il testo di questo documentum riporta il dialogo tra il giovane Massimiliano di Tebessa  (vicino a Cartagine, nell’attuale Algeria) e il proconsole Dione, sotto il consolato di Tusco e Anullino, durante l’epoca dell’Imperatore Diocleziano. Il giovane era figlio di Fabio Vittore, veterano militare, e dunque tenuto a proseguire la carriera del padre. Di fronte al suo rifiuto venne condotto al Foro, dove subì l’interrogatorio. Il verbale processuale ci fa sapere, come riporta la Passio Sancti Massimiliani, che alla domanda perché rifiutasse le armi egli rispose “Non mi è lecito fare il soldato, non posso fare il male, sono cristiano”. L’accusa fu di indisciplina. Venne martirizzato nel 259 d.C. il 12 marzo, per decapitazione. Aveva 21 anni, 3 mesi e 18 giorni (così dice la Passio). Fu sepolto presso la tomba di un altro martire cristiano, San Cipriano, Vescovo di Cartagine.

La lunga storia dell’obiezione di coscienza da Tebessa arriva fino a noi. In ogni paese si è sviluppata l’idea dell’obiezione, del rifiuto del servizio militare, obbligatorio o volontario che sia. “Fare il militare” è l’obbligo necessario per avere un esercito, che è lo strumento essenziale per “fare la guerra”. Oggi siamo tutti chiamati a “prepararci alla guerra”. Le prove generali sono già iniziate. In tutta Europa si sta riorganizzando l’apparato militare, anche con il ripristino della leva, per avere grandi numeri a disposizione. È tempo, dunque, di riorganizzare anche l’obiezione di coscienza.

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