È stato presentato ieri sera presso Moltivolti – impresa sociale antirazzista, che raccoglie uno staff internazionale dal mondo – il secondo libro di Abdelkadir Hissen Abdallah, Il caos che chiamo vita, autoprodotto con Amazon, dopo la pubblicazione del precedente Sfide con Multimage.

Se Sfide. Diario di un viaggio dal Ciad alla Sicilia costituiva una sorta di racconto “esteriore” e, tutto sommato, apparentemente sereno delle vicende che avevano condotto un giovane adolescente a lasciare la sua terra madre per la Libia prima e poi per il Nord Africa e l’Europa, questo nuovo testo rappresenta invece il percorso “interiore” di un giovane uomo, il viaggio dentro di sé e dentro l’affollata solitudine dell’algida e inospitale capitale siciliana, la delusione dell’approdo, l’amara ricerca di espedienti per la sopravvivenza, l’ingannevole conforto del caffè caldo che lo costringe all’insonnia, ma pure al pensiero e allo studio, il conforto autentico delle pagine dei filosofi e, primo fra tutti, dell’adorato Dostoevskij.

Un diario intimo, dunque, ma anche un documento storico, poiché si fa testimonianza della caparbia resistenza di tanti giovani migranti venuti per studiare e sinceramente appassionati della cultura. Abdel ama i musei e il teatro lirico, si cimenta nella produzione di video oltre a scrivere, mentre altri suoi amici si sono da poco laureati in scienze infermieristiche o in cooperazione internazionale, avviandosi ad una carriera professionale.

Una testimonianza, la sua, che si può definire politica oltre che esistenziale – anche se lui non vuol sentire parlare di politica, almeno di quella istituzionale che identifica con la corruzione – se per politica intendiamo quello che intendeva Platone: l’arte della ricerca della felicità comune.

Uno zibaldone di pensieri e di incontri che delle frasi di Pascal e Leopardi ha anche la sapienza dolce dell’ironia, la quale, per essere autentica, è innanzi tutto autoironia, nonché la capacità di trascendere il proprio dolore personale per farne sguardo smagato sulla condizione umana, come nella metafora dell’umanità esposta in scaffali al supermercato.

Ormai siamo valutati in base a ciò che possiamo offrire. Siamo prodotti di consumo; trascorriamo la nostra vita cercando di mantenere alta la nostra “valutazione di mercato”. Abbiamo paura di diventare indesiderabili o “scaduti”. […]

Viviamo in un’epoca in cui l’arte di interrompere le relazioni è più celebrata di quella di costruirle. Siamo diventati esperti nel separare, nell’evitare, nel nasconderci. […] Nel mercato delle relazioni, ripetiamo lo stesso copione: guardiamo gli altri come se fossero prodotti in uno scaffale di supermercato. “Mmm, questo è carino, ma la confezione è leggermente aperta.” “Questo sembra buono, ma la sua data di scadenza è passata dopo un’esperienza fallita”. E così continuiamo: sostituisci, prova, consuma e ripeti. […]

E forse un giorno realizzeremo che quel gioco stupido non era altro che una promozione falsa. Ridiamo di noi stessi mentre scuotiamo la testa: “Stavamo cercando di essere perfetti in un mercato di beni di lusso fittizi”. Ma la perfezione? È solo una bugia che ci avvolge in una facciata luccicante. Forse, solo forse, alla fine di questa farsa, qualcuno verrà con il coraggio di un bambino che sceglie un giocattolo rotto e dirà con orgoglio: “Adoro questo perché non è come tutti gli altri”.

Poi all’improvviso, tra le riflessioni, s’illuminano alcuni versi, come pietre incastonate in un anello. E sono pregevolissimi per densità d’immagini e a volte ricordano l’asprezza della beat generation.

La mia stanza è il mio mondo.

E quello oltre la finestra è il mondo degli altri.

Quando esco di notte per comprare la solitudine del caffè,

non parlo con nessuno di loro.

Cerco di passare accanto a loro senza disturbare la loro privacy,

Gli uomini nudi dal potere,

Le donne avvolte nelle tende,

Attente all’alba di due soli inutili.

Gli uomini della polizia che ordinano l’armadio della città,

E raccolgono alcuni rottami,

Quando appendono i vagabondi al filo della biancheria.

E le mie copie quarantenni che si riflettono negli specchi,

Per rovinarmi la giornata facendomi pensare chi sono. […]

Immagino me stesso come un vecchio,

Senza figli né nipoti né una moglie (complessa),

Mia moglie è morte per un’esplosione di una delle sue arterie,

Ero io la causa? Non lo so.

In quel momento aspetto il giorno del giudizio,

Mi diverto a mordere la mia memoria e le unghie,

E sostituire il calendario con le rughe,

E conto gli anni con i denti che sono caduti dalla mia bocca. […]

 E ci sono ancora poesie per l’amata, meditazioni sull’esilio, momenti di incontri in leggerezza.

Non è un libro facile né tanto meno consolatorio, come ci avverte l’Autore nella Dedica, ma è un libro utile, utile come “uno specchio crudele” che “si limita a metterti davanti alla domanda da cui fuggi da sempre: eri solo oppure hai scelto l’isolamento e lo hai chiamato destino?”.

E non è forse – viene da aggiungere – la condizione umana, quella di noi tutti, condizione di migranti?