In vent’anni, nei settori coperti dall’Emissions Trading System (in sigla Ets) — centrali elettriche, acciaierie, cementifici, raffinerie, aviazione, trasporto marittimo — le emissioni di anidride carbonica sono calate del 50% rispetto al 2005. Nessun’altra politica climatica europea può vantare un risultato simile. Dal 1 ottobre 2023 l’Europa ha iniziato ad applicare un prezzo del carbonio anche alle importazioni da paesi che non hanno standard ambientali equivalenti: così le aziende cinesi o americane che esportano in Europa non possono più competere semplicemente scaricando i costi dell’inquinamento sull’ambiente. La proposta italiana di sospendere gli Ets è invece nella traiettoria dell’amministrazione Trump: un ritiro dagli impegni ambientali presentato erroneamente come tutela dell’industria nazionale. Otto paesi europei — Danimarca, Finlandia, Lussemburgo, Portogallo, Slovenia, Spagna, Svezia e Paesi Bassi — hanno già risposto con un documento congiunto in cui ribadiscono che l’Ets non è negoziabile. Anche per tutelare la salute pubblica: meno polveri sottili, ossidi di azoto, composti chimici che entrano nei polmoni e nel sangue equivalgono a meno malattie respiratorie, meno infarti, meno morti premature_

 

Da quasi vent’anni l’Europa ha in tasca uno strumento scomodo ma efficace per combattere l’inquinamento industriale: l’Ets (acronimo di Emissions Trading System), il mercato europeo del carbonio. Funziona, costa alle imprese, e qualcuno vorrebbe fermarlo. L’Italia ha formalmente chiesto a Bruxelles di sospenderlo. Sarebbe un errore — e non solo per il clima.

 

Una regola semplice: chi inquina paga 

L’Emissions Trading System nasce nel 2005 con un’idea di fondo elementare: se inquinare ha un costo reale per la società, allora chi inquina dovrebbe pagarlo. Non la collettività, non le generazioni future. Chi inquina, oggi. Il meccanismo funziona come un mercato. L’Unione Europea fissa ogni anno un limite massimo alle emissioni di Co₂ nei settori più inquinanti — centrali elettriche, acciaierie, cementifici, raffinerie, aviazione, trasporto marittimo. Quel limite viene tradotto in quote: ogni quota vale il diritto di emettere una tonnellata di anidride carbonica. Le aziende le ricevono o le comprano all’asta.

 

La proposta italiana: un passo indietro

Eppure, nonostante questi risultati, il governo italiano ha chiesto a Bruxelles di sospendere temporaneamente l’Ets. La motivazione è quella che si sente spesso in questi anni: il prezzo del carbonio è troppo alto, pesa sulle imprese energivore, mette a rischio la competitività europea rispetto a Cina e Stati Uniti. È una posizione che suona pragmatica. Ma è fragile, e molti partner europei lo hanno detto chiaramente

 

Il clima non aspetta

Sospendere l’Ets non sarebbe una pausa tecnica. Sarebbe togliere il freno a mano a un processo di inquinamento che stava rallentando. Negli ultimi anni molte imprese europee hanno investito miliardi per ridurre le proprie emissioni: pannelli solari sui capannoni, forni più efficienti, nuovi processi produttivi, tecnologie per catturare la Co₂. Queste scelte non sono state filantropiche: sono state dettate dal fatto che inquinare costava sempre di più. Se quel segnale economico sparisce, anche temporaneamente, molte di queste decisioni vengono rimesse in discussione.

 

Un problema di salute pubblica

C’è poi una dimensione che nel dibattito economico spesso scompare: la salute delle persone. Le emissioni industriali non sono solo Co₂. Portano con sé polveri sottili, ossidi di azoto, composti chimici che entrano nei polmoni e nel sangue. Nelle aree industrializzate d’Europa, il miglioramento della qualità dell’aria degli ultimi vent’anni ha significato meno malattie respiratorie, meno infarti, meno morti premature.

 

L’economia che non torna

Chi vuole sospendere l’Ets lo fa in nome della competitività. Ma l’argomento regge poco all’analisi. Il prezzo del carbonio non è una tassa inventata dai burocrati di Bruxelles. È il tentativo — imperfetto, certo, ma fondato — di mettere un prezzo su un danno reale. Senza di esso, le imprese più inquinanti godono di un vantaggio competitivo sleale: scaricano i costi dell’inquinamento sulla società e producono come se quei costi non esistessero. È un sussidio implicito all’inquinamento, pagato da tutti.

 

La corsa alle tecnologie pulite: chi arriva dopo, perde

C’è infine un argomento che nel dibattito italiano è quasi assente, ma che forse è il più importante di tutti: la competizione tecnologica globale. Negli ultimi anni Cina, Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud hanno investito centinaia di miliardi nelle tecnologie della transizione energetica: batterie, idrogeno verde, solare di nuova generazione, acciaio a zero emissioni, cattura del carbonio. Non lo fanno per generosità: lo fanno perché sanno che chi domina quelle tecnologie dominerà i mercati industriali del prossimo mezzo secolo.

 

“Chi inquina paga”: non si può tornare indietro

La questione al centro di questo dibattito è, in fondo, molto semplice: chi deve pagare il costo dell’inquinamento? Il principio “chi inquina paga” non è un’invenzione degli ambientalisti. È un principio economico elementare: chi provoca un danno deve risponderne. Rinunciarci significa accumulare un debito — ambientale, sanitario, tecnologico — che qualcun altro pagherà al posto nostro. Di solito, chi ha meno potere di difendersi. L’Ets può essere migliorato. Si può lavorare per renderlo più equo tra settori e tra paesi, per affiancarlo con politiche industriali e sociali che sostengano le imprese e i lavoratori nella transizione. Ma sospenderlo non è una soluzione: è un rinvio che costa.

 

Aurelio Angelini è Sociologo dell’Ambiente e del Territorio
pubblichiamo la versione ridotta del contributo sotto indicato

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