Le speculazioni su un possibile attacco militare degli Stati Uniti all’Iran hanno nuovamente catturato l’attenzione mondiale. Riposizionamento delle navi da guerra, mobilitazione della forza aerea e retorica sempre più aggressiva: sono scene familiari nella politica internazionale. Tuttavia, la storia ci invita alla cautela nel dare per scontati tali segnali. Il più delle volte, gli imperi che si avvicinano all’esaurimento strategico fanno affidamento sullo spettacolo e sulla paura piuttosto che su azioni decisive. Quello che oggi sembra un preparativo alla guerra potrebbe, in realtà, essere un diversivo.

Il riorientamento dell’attenzione dei media globali verso l’Iran arriva in un momento in cui crisi irrisolte – fragilità economica, polarizzazione politica e conseguenze a lungo termine di una politica estera interventista – hanno iniziato a dominare il dibattito internazionale. L’improvviso spostamento dell’attenzione non è casuale. Si tratta di una classica tattica imperiale, impiegata ripetutamente nel corso della storia quando le pressioni interne iniziano a superare il controllo esterno.

L’antica Roma padroneggiava questa strategia. Con l’indebolimento dell’economia e il declino del governo, gli imperatori romani facevano affidamento sulle campagne militari esterne e sull’illusione di un’espansione perpetua per mantenere la propria autorità. Le parate militari e le guerre lontane venivano utilizzate per distrarre i cittadini dall’inflazione, dalla corruzione e dal collasso sociale interno. Tuttavia, Roma non cadde solo a causa dei nemici stranieri, ma crollò sotto il peso del decadimento interno mascherato dal teatro imperiale.

Un modello simile emerse durante il declino del califfato abbaside. Un tempo centro del sapere e del potere mondiale, Baghdad perse gradualmente la sua coesione quando la frammentazione politica, le tensioni economiche e gli intrighi di corte erosero l’autorità. Le minacce esterne venivano drammatizzate, ma il vero pericolo proveniva dall’interno: una lezione spesso dimenticata dalle potenze moderne.

L’Impero Ottomano seguì lo stesso percorso. Nel XIX secolo era considerato il “malato d’Europa”. Furono annunciate riforme, si continuò a mantenere una posizione militare forte e si proiettò pubblicamente un’immagine di fiducia. Tuttavia l’impero sopravvisse solo grazie a un temporaneo rinvio. Le manovre diplomatiche e il controllo delle crisi ritardarono il collasso, ma non riuscirono a impedirlo. L’impero non cadde in una singola guerra, ma si dissolse lentamente, indebolito dal rifiuto della realtà e dall’eccessiva espansione.

L’Impero britannico offre un parallelo più recente. Al suo apice, la Gran Bretagna governava quasi un quarto del mondo. Tuttavia, due guerre mondiali, l’esaurimento economico e la crescente resistenza nelle colonie ne ridussero rapidamente la potenza. La Gran Bretagna gestì il suo declino con più eleganza rispetto alla maggior parte degli imperi, ma la lezione rimane chiara: anche i sistemi imperiali più sofisticati hanno una durata limitata. Il dominio britannico durò circa 150 anni, molto meno di quanto si pensasse.

La Guerra Fredda offre un altro monito. L’Unione Sovietica ha proiettato la propria forza militare fino agli ultimi giorni, insistendo sulla stabilità mentre la sua economia ristagnava e la fiducia dell’opinione pubblica svaniva. Quando nel 1991 è arrivato il crollo, il mondo è rimasto sotto shock, non perché mancassero i segnali, ma perché le narrazioni ufficiali li avevano a lungo negati.

Oggi gli Stati Uniti mostrano echi di questi precedenti storici. La sua influenza globale, consolidata dopo la seconda guerra mondiale, sta affrontando sfide senza precedenti nel giro di soli 75 anni. La pressione economica, l’aumento del debito, il calo di fiducia nelle istituzioni e le divisioni interne stanno convergendo in un momento critico. Il dollaro statunitense, a lungo colonna portante del sistema finanziario globale, deve affrontare una pressione crescente dovuta ai tentativi di de-dollarizzazione e ai riassetti geopolitici. Mentre i leader continuano a dichiarare la stabilità economica, l’ansia tra i cittadini comuni racconta una storia diversa.

In tali circostanze, il linguaggio della minaccia esterna diventa politicamente utile. L’Iran, dipinto come un pericolo imminente, funge da conveniente punto centrale per la paura e l’incertezza. Tuttavia, uno scontro militare diretto sarebbe costoso, destabilizzante e strategicamente irrazionale. L’Iran è radicato a livello regionale, preparato militarmente e collegato diplomaticamente in modi che lo rendono fondamentalmente diverso dagli obiettivi del passato.

Nel frattempo, l’equilibrio globale del potere sta cambiando. L’intelligenza artificiale, le economie digitali e il decentramento tecnologico stanno indebolendo le gerarchie tradizionali. Il potere non è più monopolizzato da un singolo Stato, ma si sta diffondendo verso attori più piccoli e adattabili. La storia suggerisce che gli imperi falliscono non quando sorgono rivali, ma quando non riescono ad adattarsi ai cambiamenti strutturali.

Molti studiosi di relazioni internazionali, in particolare negli Stati Uniti, riconoscono ora discretamente che l’ordine globale guidato dagli Stati Uniti è in declino. Il dibattito non verte più sul se, ma sul quando questa transizione sarà formalmente riconosciuta. Gli imperi raramente annunciano la loro fine; continuano a mostrare la loro forza molto tempo dopo che le loro fondamenta sono state erose.


Traduzione dall’inglese di Stella Maris Dante