La fotografia più famosa del Novecento nasce da un’esplosione. Il 4 marzo 1960 la nave La Coubre esplode nel porto dell’Avana. Oltre cento morti. Centinaia di feriti. Una seconda detonazione colpisce chi stava soccorrendo le vittime. Non è un dettaglio della Guerra Fredda. È l’inizio di un assedio. Durante il funerale, Alberto Korda fotografa Ernesto Che Guevara. Quello sguardo — diventato icona globale — non è romanticismo rivoluzionario. È la consapevolezza che la sovranità appena conquistata non sarà tollerata. In quegli occhi c’è un lampo severo, una durezza che non è posa ma ferita. È lo sguardo di chi ha appena visto il proprio popolo colpito, lo sguardo attraversato dalla sofferenza e dall’ingiustizia, ma anche dalla dignità di chi non intende arretrare. In quello sguardo c’è il grido silenzioso della popolazione cubana, la memoria del dolore e insieme la decisione di non dimenticare. È uno sguardo personale, ma allo stesso tempo collettivo: lo sguardo di un popolo che comprende il prezzo della libertà e sceglie comunque di resistere. È lo sguardo di chi sa che la storia sarà lunga, ma non intende piegarsi.

Da quel momento Cuba entra in una condizione permanente: vivere sotto pressione.
Nel 1961 arriva la Baia dei Porci: esuli armati, addestrati e finanziati dalla CIA tentano di rovesciare il governo cubano. È storia documentata.

Nel 1962, sotto l’amministrazione di John F. Kennedy — spesso celebrato come simbolo del liberalismo occidentale — viene formalizzato il blocco economico, commerciale e finanziario totale contro Cuba.
Non una misura temporanea. Non una sanzione mirata.
Un sistema strutturale di isolamento progettato per impedire all’isola di svilupparsi normalmente e per esercitare una pressione economica costante affinché la società stessa produca un cambiamento politico.
Nel tempo, il blocco assume carattere extraterritoriale: banche e imprese di Paesi terzi che operano con Cuba rischiano sanzioni da parte di Washington.
È la misura coercitiva più longeva della storia contemporanea.
Non è un episodio. È una strategia.

Il 6 ottobre 1976 un aereo della Cubana de Aviación esplode in volo. Settantatré persone muoiono.
Non soldati. Civili.
Se quell’aereo fosse stato europeo o nordamericano, l’evento sarebbe diventato trauma globale. Nel caso cubano resta confinato nella memoria regionale.

Negli anni ’90 bombe colpiscono hotel dell’Avana. Muore Fabio Di Celmo, cittadino italiano.
Colpire il turismo significa colpire l’economia. Colpire l’economia significa colpire la popolazione.
Gruppi dell’esilio radicale operano per anni dalla Florida. Il nome di Luis Posada Carriles diventa simbolo di una frattura irrisolta: per Cuba rappresenta l’ambiguità della lotta occidentale al terrorismo quando le vittime non sono allineate. Se il terrorismo è un male assoluto, lo è sempre. Non solo quando colpisce il centro del sistema.

Il concetto di terrorismo di Stato è scomodo, ma necessario. Nel dibattito politico internazionale può indicare non solo l’uso diretto della violenza, ma anche il sostegno o la copertura a gruppi armati, la tolleranza sistemica verso reti che praticano violenza politica, l’imposizione di misure coercitive strutturali che colpiscono deliberatamente le condizioni materiali di un’intera popolazione per generare instabilità politica.
Cuba sostiene di aver vissuto una combinazione di queste dinamiche.

Una realtà resta: da oltre sessant’anni l’isola è sottoposta contemporaneamente a tentativi di destabilizzazione e a un blocco economico, commerciale e finanziario che incide su ogni settore della vita nazionale.

Negli anni ’90 cinque cittadini cubani vengono arrestati negli Stati Uniti. Per Washington erano agenti illegali. Per L’Avana monitoravano gruppi violenti per prevenire attentati.

Nel 1999 un bambino, Elián González, diventa oggetto di una battaglia politica. Un minore trasformato in simbolo ideologico.
Ogni anno l’Assemblea Generale dell’ONU vota contro il blocco statunitense. Eppure, nel sistema finanziario globale dominato dal dollaro, banche e imprese europee si adeguano alle sanzioni.

Il 25 febbraio 2026 un’imbarcazione proveniente dalla Florida viene intercettata nelle acque cubane. Secondo le autorità dell’Avana, a bordo si trovavano individui armati, con equipaggiamento militare e materiale che — stando alla versione ufficiale — avrebbe potuto essere utilizzato per azioni violente sul territorio cubano. La Guardia di Frontiera cubana interviene. Ne nasce uno scontro. Ci sono morti e arresti.
Il governo cubano definisce l’episodio un tentativo di infiltrazione con finalità terroristiche.
Per molti osservatori occidentali è una notizia secondaria.

Ma per un Paese che vive da oltre sessant’anni sotto blocco economico, commerciale e finanziario, e che affronta oggi una fase di difficoltà economica aggravata da nuove restrizioni e pressioni, l’episodio assume un significato politico preciso. Non avviene in un vuoto. Avviene in un contesto di accesso limitato a carburante, ostacoli al credito internazionale, restrizioni finanziarie e pressione diplomatica crescente. Per Cuba, non è l’inizio di qualcosa. È la continuità di una pressione storica.

Cuba non è un’eccezione folkloristica. Non è una parentesi ideologica. È un Paese che da oltre sessant’anni vive sotto una combinazione di isolamento economico, tentativi di rovesciamento, attentati contro civili e conflitto politico permanente con la principale potenza mondiale. Chiunque voglia mettere in discussione il suo modello politico, se agisce con onestà intellettuale, non può farlo prescindendo dal fatto che quel modello si è sviluppato sotto una pressione sistemica senza precedenti, in condizioni che nessun altro Paese dell’emisfero occidentale ha dovuto affrontare per un periodo così lungo.

“La storia mi assolverà” non è una frase retorica. È una sfida. Perché la storia non registra solo chi ha più potere. Registra anche chi resiste. E Cuba, da oltre sessant’anni, continua a farlo. E finché un popolo sceglie di non piegarsi, nessun blocco, nessuna pressione, nessuna narrazione potrà cancellarne la dignità.

Federica Cresci
Cuba Mambì – gruppo d’azione internazionalista