A colloquio con Gianfranco Crua, l’animatore della Carovana Migranti. Nei prossimi giorni, dal 23 al 28 febbraio, la Carovana ha organizzato un viaggio a Cutro, dove saranno ospitati anche i familiari e i superstiti del naufragio avvenuto il 26 febbraio del 2023.
Qual è l’obiettivo di organizzare una carovana a Cutro?
La Carovana nasce dopo il naufragio di Cutro nel 2023 perché insieme a Memorie Mediterranee ci siamo resi conto che Cutro poteva rappresentare una sfida importante per le associazioni e gli attivisti che lavorano per salvare o ridurre le morti in mare nel Mediterraneo. Il naufragio di Cutro ha svelato oltre alle solite complicità anche la totale impreparazione del governo e delle istituzioni locali nei confronti dei familiari accorsi per riconoscere i loro parenti, familiari che vivevano in Europa già da anni; parliamo di afghani, di pakistani, di curdi.
Memorie Mediterranee e il collettivo che si occupa di migranti dispersi nel Mediterraneo ci trasmettevano le angosce e le preoccupazioni dei famigliari che venivano a cercare gli scomparsi. Ci siamo resi conto che il sistema Italia era totalmente impreparato ad affrontare la ricerca di identità dei corpi che venivano trovati nel Mediterraneo e seppelliti a volte con un numero in tombe comuni. Sono stati gli attivisti come Memorie Mediterranee e la Rete 26 febbraio che in quell’occasione hanno insistito affinché la polizia scientifica si occupasse dell’identificazione dei corpi.
Allora, ma forse neanche ora, non esisteva un protocollo per gestire un disastro come i naufragi nel Mediterraneo.
Infatti per questo abbiamo proposte come Carovane un convegno a Bruxelles con i deputati e le associazioni per i Diritti dell’Uomo per lanciare un protocollo a cui riferirsi nei casi di naufragi o di ritrovamento di corpi di migranti, che dia sostegno ai familiari, per esempio con permessi di ingresso per poter partecipare ai funerali ed elaborare il lutto della perdita, per poter assistere ai processi, come già fatto dal governo messicano, che permette ai familiari dei migranti verso gli Stati Uniti di ricercare i corpi dei propri figli o mariti scomparsi.
L’Italia su questo piano è completamente impreparata e nel caso di Cutro abbiamo visto come il governo abbia sostanzialmente utilizzato la tragedia per una ulteriore stretta su coloro che sfuggono da guerre, povertà economica e crisi climatiche. Non dimentichiamo che durante il naufragio e nei giorni successivi, i familiari che venivano da tutta Europa furono ospitati addirittura in un CPR di Crotone in condizioni assolutamente non degne della situazione in cui si trovavano. Se a Cutro nel 2023 non ci fosse stata quella manciata gli attivisti che si sono spesi con generosità, sarebbe successo quello che poi è successo l’anno dopo a Roccella Ionica, cioè le salme messe nei vari cimiteri senza neanche il tempo di un rito funebre, senza la possibilità che i familiari potessero elaborare il lutto e il rito della sepoltura, senza neanche favorire la possibilità che i morti fossero rinviati nel loro Paese, come nel caso della famiglia che stiamo seguendo e sostenendo all’interno del processo; questa famiglia ha perso metà dei suoi componenti, ma ha avuto almeno la possibilità di avere i loro cari morti (tre neonati un papà e una mamma) sepolti vicino a dove vivono in Germania.
A Cutro le circa trecento bare allineate nel Palasport divennero un simbolo, un caso internazionale; ci andò anche il Presidente della Repubblica Mattarella e questo fece in modo che si parlò molto della strage e che la stampa si interessò dell’accaduto.
A Roccella Ionica un anno dopo va in onda un altro film, il film dell’oblio, del nascondimento. Anche se a Cutro il governo si trasferisce lì per fare il primo decreto antimmigrazione, nessuno poi va a porgere un saluto ai familiari e ai morti raccolti nel Palamilone. I familiari, per esempio, si sono dovuti mettere in mezzo alla strada e protestare. Alla fine molti morti sono stati sepolti in vari cimiteri, per esempio a Bologna.
Quindi dopo Cutro avete deciso di sostenere la memoria di quel naufragio e anche di tutti gli altri.
Sì. Roberto Bolano diceva che nelle donne scomparse a Ciudad Juarez c’era il segreto del mondo e noi pensiamo che qui a Cutro e negli altri naufragi ci sia il segreto dell’Europa, cioè quello che non si vuol far sapere, ovvero cosa accade nel continente sull’immigrazione. Come sta emergendo nel processo di Cutro, anche se sono stati messi in stato di accusa sei ufficiali tra GDF e Guardia Costiera, l’ultimo pezzo della catena di comando, sta emergendo che potevano salvarli ma non l’hanno fatto, si sono rimpallati le decisioni di uscire con un mezzo della Guardia Costiera che poteva permettere a trecento tra uomini, donne e bambini di arrivare sulle coste italiane sani e salvi. Noi sappiamo perfettamente che Frontex aveva avvisato il centro di controllo di Roma, la Guardia di Finanza e la Guardia Costiera, il mare non era forza 7, ma forza 4; né lo Stato italiano né l’Europa hanno mosso un dito.
Quindi oltre a non accogliere i vivi o accoglierli male quando poi arrivano morti la barbarie è completa perché non c’è nessun interesse nell’identificarli, né a dargli una degna sepoltura. Forse per questo il processo si terrà a porte chiuse e la corte ha deciso di non ammettere la stampa?
Quindi per noi Cutro ha una valenza simbolica come tanti altri naufragi, ma siccome il governo lo ha utilizzato in chiave repressiva noi abbiamo pensato di costruire una contro narrazione e di dare un segnale di memoria, di ricorrenza, di ritualità soprattutto sostenendo i viaggi dei familiari per il processo in cui ci sono state già tre udienze; le prossime proseguiranno nel mese di marzo. Inoltre vogliamo costruire eventi di memoria intorno alla data del naufragio. Per questo anche quest’anno abbiamo proposto diversi eventi che si svilupperanno nei giorni intorno al 26 febbraio.
Quali saranno i momenti più importanti organizzati da Carovana Migranti e dalle altre associazioni?
La mattina del 24 abbiamo organizzato una conferenza stampa davanti al tribunale di Crotone, il 24 sempre a Crotone un incontro con i familiari e gli attivisti che operano lungo le rotte balcaniche sulle prospettive e gli strumenti per dar voce ai familiari e ai loro diritti; la sera la proiezione del docufilm su Cutro a cura di Angelo Resta presso il cinema Apollo, poi l’incontro a Riace con Mimmo Lucano insieme ai familiari ed a Tony La Picciarella della Global Sumud Flotilla, infine il 28 sera presso il csoa Cartella un’assemblea pubblica sulla seconda carovana per una Calabria aperta e solidale.
Mentre ci prepariamo per partecipare alla carovana ho pensato anche di raccogliere la testimonianza della famiglia Maleki, in particolare della loro giovane figlia Fatima, che ha 22 anni ed è testimone al processo per i loro familiari morti ammazzati nel naufragio.
Fatima, tra pochi giorni partirai da Dortmund in Germania insieme a tua mamma e tua sorella e sarete a Cutro per la terza volta dopo il naufragio: cosa vi aspettate dal processo e cosa avete da dire al nostro Paese e al governo italiano?
Chiediamo al governo italiano di assumersi la responsabilità per questo crimine, di ammettere i propri errori e di porre fine a tutto questo spargimento di sangue. Ci aspettiamo soluzioni umane e umanitarie, affinché le persone non siano più costrette a rischiare la propria vita attraversando pericolose rotte marittime.
Nel frattempo, noi abbiamo perso i nostri cari in mare. Nulla può compensare questa perdita e il dolore delle famiglie.
Il capo del governo italiano, il giorno dell’incidente, ha dichiarato che sarebbe stato responsabile e avrebbe risposto dell’accaduto, ma purtroppo finora non è stata intrapresa alcuna azione concreta. L’unico gesto che potrebbe alleviare almeno in parte la sofferenza dei sopravvissuti sarebbe mantenere la promessa del visto umanitario annunciato dal 2023, così che i genitori che hanno subito gravi traumi psicologici possano visitare le tombe dei propri figli.
Forse questo è il minimo che il governo italiano possa fare per noi. Tuttavia, nessuna azione può cancellare la responsabilità per questa tragedia. Un Paese che si definisce democratico dovrebbe dimostrarlo anche nei fatti, assumendosi le proprie responsabilità e rispettando i diritti umani. Siamo ormai stanchi. Sono passati tre anni e non è successo nulla. Questa volta siamo davvero arrabbiati per tutti questi sforzi inutili e per le promesse non mantenute.










