Un messaggino sul telefono, poco prima delle sei del pomeriggio. Una mia amica di Viverone scrive: “Hai saputo che è morto Romolo?”. “Merda!”, rispondo.

Qui nella straprovincia piemontese, le notizie corrono ancora veloci. Non c’è l’anonimato urbano; ogni paesano ha un nome e una storia. E quella di Romolo Gobbi è una storia densa, che inizia con la riscoperta dell’operaismo nella Torino degli anni ’60. Romolo fece parte di quella minoranza di intellettuali che preparò il terreno al ’68, finendo condannato per apologia di reato come istigatore degli scioperi “a gatto selvaggio” alla Fiat: interruzioni improvvise della catena di montaggio che, in quindici minuti, mandavano in tilt l’intera produzione.

Dopo la stagione delle lotte, arrivò la ricerca e l’insegnamento universitario a Torino: Storia dei movimenti e dei partiti politici. Un lavoro concentrato spesso sulla Resistenza, con posizioni controverse che non temevano le sue verità scomode.

Io, però, l’ho conosciuto in un contesto diverso. Erano gli anni della crisi dei mutui subprime, quando i sussulti dell’economia americana arrivavano a scuotere anche le nostre zone tra Canavese e Biellese. Ci incontrammo nella biblioteca di Viverone, appena ristrutturata. Romolo era lì come volontario: un professore dal piglio burbero che ha reso quel luogo vivo per tutto il tempo in cui se ne è occupato e in cui si può trovare una parte significativa della sua biblioteca (credo una delle più importanti proprio sull’operaismo).

Si approcciò a noi — un gruppo di genitori pronti a fondare un’associazione per il doposcuola e il tempo libero dei figli — con la curiosità dell’inchiesta sociologica e una rara capacità di sospendere il giudizio. Dico “rara” perché Romolo, in realtà, non aveva una grande opinione di chi si riproduceva.

Già negli anni ‘80, concludendo il suo “Com’eri bella classe operaia”, scriveva che nel 2025 la popolazione dei paesi industrializzati si sarebbe ridotta al 10%, continuando però a inquinare e consumare in modo insostenibile. Il nostro gruppo di Roppolo e Viverone era l’esatto opposto della sua teoria: avevamo famiglie con due, tre o, addirittura, quattro figli. Eppure, non ce lo fece mai pesare. Al contrario, ci diede campo libero. Per noi la biblioteca divenne una casa: il luogo dei laboratori di pasta di sale, delle letture ad alta voce, delle proiezioni per i bambini.

Poco prima della riedizione del suo libro per DeriveApprodi, mi diede le bozze da leggere. In quella postfazione rilanciava la parola d’ordine del controllo delle nascite: “Make love, don’t make babies. Un auspicio nato negli anni ’80 che oggi è insufficiente di fronte a “un’agricoltura mondiale incapace di sfamare dieci miliardi di persone” e a classi dirigenti che, al cambio dei modelli di consumo, preferiscono la via della guerra.

Romolo ci lascia questa materia viva: l’onestà di cercare vie d’uscita solidali e meno cruente, il coraggio di discernere anche quando la verità è scomoda.

Ciao Romolo. Forse non ti farà piacere, ma scelgo di salutarti con una strofa dell’Internazionale di Fortini, dove mi (e ti) riconosco:

“Noi non vogliam sperare niente, il nostro sogno è la realtà. Da continente a continente questa terra ci basterà. Classi e secoli ci han straziato fra chi sfruttava e chi servì: compagno, esci dal passato verso il compagno che ne uscì.”