Qualche settimana fa, l’avevo promesso: saremo come la sabbia nelle mutande!
Allora era un tentativo di sensibilizzare l’intorpidita cittá di Asti ad una visione ecologica di ampio respiro: abbattere alberi sani per rendere più visibile la facciata dell’ennesimo invadente ipermercato e stravolgere la viabilitá collettiva per favorire un solo soggetto di grande distribuzione privato (a scapito quindi del piccolo e medio commercio locale) significa perdere di vista le esigenze reali ed essenziali per una comunità locale: aria e terra sana, tessuto sociale ed economico vario, rappresentativo e interconnesso.

Oggi la sabbia vuole essere ghiaia, pietra (d’inciampo?) a continuo ricordo dell’olocausto perpetrato con crudele sistematicità, da parte dei governi israeliani succedutisi dal 1948 ad oggi, nei confronti del popolo palestinese.

La Palestina e non altri? Certo, tutti: Armenia, Kurdistan, Sudan, Congo… Oggi la Palestina è simbolo di un tentativo di riscatto di ogni popolo senza terra, senza alleanze, rapinato nelle proprie risorse. Volere una Palestina libera e sovrana, significa concentrare la sensibilità di ognuno verso ogni uccisione di civili, verso ogni sopruso, verso ogni fallimento del dialogo diplomatico, verso ogni connivenza compiacente del “nostro mondo”.

Perché, comunque, tutto questo attaccamento specifico alla Palestina? Poiché Israele è lo stato esotico più simile all’Europa e il fatto che il suo governo macelli quotidianamente decine di persone inermi, immolate alla propria insaziabile sete di risorse e potere, attiva un senso di colpa che (doverosamente) ci tocca maggiormente.

Per cui, che c’azzecca l’ennesima manifestazione in solidarietà, l’ennesimo appello a una tutela del popolo palestinese e alla cancellazione dell’occupazione dei suoi territori da parte di Israele (in totale sfregio della convenzione ONU e delle sue decine di risoluzioni) su un impianto pubblicitario all’ ingresso di una media città di provincia? É un moderno modo per dire “I care”: mi interessa, me ne occupo, non solo per solidarietà verso chi è vittima di un abominio, ma anche per potermi guardare allo specchio.

Lo abbiamo fatto affiggere mio padre ed io, anche per dimostrare che a volte si possono superare i veti incrociati e gli attendismi delle segreterie, con un pochino di iniziativa individuale. Ciascuno, nel proprio piccolo, può trovare il modo di contribuire a rendere il mondo più bello e giusto.

Giampiero Monaca