Dalle raccolte di cibo nelle chiese alle collette nei sexy shop: a Minneapolis il pugno duro dell’agenzia federale ha innescato una reazione opposta. La paura dei raid ha abbattuto le barriere tra sconosciuti, dando vita a un “care activism” che trasforma i vicini di casa in una rete di protezione informale.

Consegnare un pacco di generi alimentari a chi ha paura di uscire di casa, fare una colletta per pagargli l’affitto se per lo stesso motivo ha perso il lavoro, sorvegliare orari di ingresso e uscita da scuola per assicurarsi che nessun bambino o genitore venga arrestato. Il tutto usando nomi in codice come “Redbeard”, “Green Bean” o ” Cobalt”, coordinandosi con app di messaggistica criptata come Signal.

Qualcuno lo chiama care activism, cioè un attivismo che non si limita alla denuncia e alla sensibilizzazione ma si prende cura delle persone. Altri usano il termine neighborism, cioè l’impegno a proteggere le persone che vivono intorno a noi, a prescindere da qualsiasi appartenenza. È l’attivismo informale ma concreto nato in modo spontaneo a Minneapolis in risposta alla presenza violenta dell’Ice, – l’agenzia federale responsabile del controllo delle frontiere, dell’immigrazione clandestina, delle detenzioni e delle espulsioni di immigrati irregolari. Un modo per dire “no” dalla seconda fila. Al centro c’è quell’idea di comunità – tanto al singolare quanto al plurale – che Donald Trump vuole di disgregare.

Non c’è un modo di resistere migliore dell’altro. L’agitazione continua di chi è in prima linea ha contribuito a tenere alta l’attenzione mediatica sulla violenza e la discrezionalità dei raid dell’ICE esplosa dopo l’omicidio di Renee Nicole Good e Alex Pretti. È anche per questo che Trump ha annunciato il ritiro di 700 agenti dalla città, preludio (forse) a un ulteriore passo indietro (a Minneapolis rimangono per ora circa 2mila tra agenti dell’ICE e della Border Patrol, cioè la polizia di frontiera, anche se si è soliti riferirsi a loro mettendoli sotto il cappello della prima).

Dall’altro lato, il care activism si sostanzia di piccoli gesti quotidiani e si appoggia su chiese, bar, punti di riferimento della vita sociale. É il caso, per esempio, del Pow wow grounds, storico café di Minneapolis, luogo simbolo della comunità locale di nativi americani. La presenza dell’agenzia in città ha portato molti persone a non uscire più di casa per paura di essere intercettate. Niente più spesa, niente più visite mediche, niente più lavoro in presenza, niente più scuola per i bambini. Così, il Pow wow, come tanti altri locali, si è trasformato in un centro di raccolta e smistamento di generi alimentari e altri beni donati dalla comunità e distribuiti tra chi ne ha bisogno. «È un caos organizzato», ha detto il proprietario Bob Rice. Mentre scriviamo questo articolo, i beni più richiesti sono tessere per fare benzina, snack, beef stick (un “bastoncino” di carne da mangiare come fuoripista) bodycam e ramponi.

Non distante dal Pow wow c’è lo Smitten kitten, un sexy shop di vecchia data. «È atroce, non necessario e malvagio quello che hanno creato», ha detto la proprietaria, JP. Per un breve periodo, lo Smitten kitten è stato un hub di aiuti, prima di cessare questo tipo di attività per motivi di sicurezza. Non ha, però, abbassato la guardia, promuovendo una raccolta fondi con Isuroon non-profit (un’organizzazione che lavora sul benessere delle donne somale in Minnesota) che ha raggiunto la cifra di 200mila dollari. «Abbiamo una relazione seria con la città di Minneapolis!», il commento del negozio sulle proprie pagine social.

In circa un mese, la chiesa La Viña di Burnsville, 25 kilometri a sud di Minneapolis, grazie alle donazioni ricevute ha preparato oltre 25mila pacchi da destinare alle famiglie che stanno affrontando difficoltà a causa della presenza del’ICE. La chiesa è frequentata principalmente da latinoamericani e lavoratori. «La nostra comunità sta vivendo nella paura e nell’incertezza a causa dei recenti raid anti immigrazione», si legge sul sito web. «Come chiesa, crediamo che dobbiamo rispondere con compassione, coraggio e generosità». A consegnare i pacchi, e quindi ad avere un contatto diretto e continuo a chi non esce di casa, assicurandosi che stiano bene, è una schiera di volontari. Aspettano di ricevere le istruzioni e poi salgono a bordo delle proprie auto per il loro giro. «È qui che devo essere», ha detto con senso di responsabilità uno di loro.

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