Israele avvia l’annessione della Cisgiordania. Fine della finzione dei “due popoli, due Stati”
Nel silenzio della stampa, domenica 15 febbraio il governo di Israele ha approvato la riattivazione della registrazione delle terre nella Cisgiordania occupata, per la prima volta dal 1967. Vaste porzioni dell’Area C, circa il 60% del territorio cisgiordano, verranno classificate come “proprietà dello Stato”.
Non è una legge votata dalla Knesset, bensì una decisione esecutiva presa direttamente dal Gabinetto di Netanyahu. Ma produce effetti permanenti. La registrazione catastale non è un atto tecnico neutro: stabilisce titolarità, consolida il controllo e integra nel sistema giuridico israeliano ciò che il diritto internazionale definisce territorio occupato.
Dio a parte, l’annessione non è un’ipotesi è un processo
Nel diritto umanitario l’occupazione è temporanea, non conferisce sovranità, non consente acquisizione permanente. Eppure, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich lo dice senza ambiguità: “Stiamo continuando la rivoluzione degli insediamenti per controllare tutte le nostre terre”. Ha detto proprio così. Gliele ha promesse Dio in persona. È scritto nell’Antico Testamento, nero su bianco. Si potrebbe dire: carta canta, se non fosse una tragedia.
Nel XXI secolo, quando un territorio occupato viene definito “nostro”, a maggior ragione se quel “nostro” è per diritto divino, la trasformazione è già compiuta nel linguaggio prima ancora che nei codici. Non è annessione dichiarata. È annessione incorporata nella burocrazia divina.
Le frasi di Bezalel Smotrich sono parole coerenti con una visione politica messianica strutturata: sovranità piena su tutta la “Terra d’Israele”, smantellamento definitivo dell’idea di Stato palestinese – ma questo chiunque fosse al corrente della storia lo sapeva già – gestione permanente della popolazione palestinese come problema amministrativo. Possibilmente da “risolvere” — secondo dichiarazioni ripetute di esponenti del governo israeliano, tra cui Netanyahu e Smotrich — attraverso quella che viene definita una “deportazione volontaria” della popolazione.
Oslo non è fallito. È stato svuotato.
Non è retorica marginale, è programma di governo, un processo iniziato nel secolo scorso. Perché mentre da questa parte del Mediterraneo si è discusso di “cessate il fuoco”, di “processi diplomatici”, di soluzioni a “due popoli, due Stati”, il fatto politico più rilevante è sempre stato sistematicamente rimosso, oggi come allora: negli Accordi di Oslo, l’Area C – circa il 60% della Cisgiordania – avrebbe dovuto essere trasferita progressivamente sotto controllo palestinese entro cinque anni.
Cinque anni.
Oslo II venne firmato nel 1995. Il trasferimento da allora non è mai avvenuto. L’Area C è sempre rimasta sotto pieno controllo israeliano: sicurezza, pianificazione, costruzioni, risorse, confini. È lì che si sono sempre allargati gli insediamenti ed è lì che si è consolidato il controllo territoriale, prendendo forma l’annessione di fatto alla quale stiamo assistendo oggi.
Questo dato non viene quasi mai ricordato. Si parla di “processo di pace fallito” come se fosse evaporato da solo, come una nebbia mattutina. In realtà, è stato svuotato dall’interno. Israele ha lavorato sistematicamente per neutralizzare Oslo, congelandone la parte sostanziale e sfruttandone le ambiguità racchiuse nella versione inglese del testo, che fu quella adottata, a discapito di quella in francese, molto più precisa.
Gli Stati Uniti hanno sempre garantito copertura politica, fin dal principio. Mentre l’Autorità Palestinese ha accettato una struttura di potere che la trasformava in amministrazione subalterna, dipendente economicamente e priva di reale sovranità. Praticamente dei ciambellani subordinati. Degli “yes men” senza spina dorsale. Questo va detto senza indulgenze.
Nel libro di Ziyad Clot, Non ci sarà mai uno Stato palestinese. Diario di un negoziatore in Palestina, è documentata dall’interno l’ambiguità, l’impreparazione e la corresponsabilità dell’élite palestinese, a partire da Abu Mazen. Clot non scrive da oppositore ideologico, ma da insider del team negoziale. Racconta concessioni, rinvii, mancanze di strategia, accettazione di parametri che svuotavano di sostanza la prospettiva statuale. Il fallimento non è stato un incidente. È stato un processo del quale l’ANP è corresponsabile.

Israele in Cisgiordania, piantina elaborata dall’ISPI-Istituto per gli Studi di Politica Internazionale
Il laboratorio Cisgiordania
Oggi l’annessione del 60% della Cisgiordania non è più un tabù: è una possibilità dichiarata, pianificata, preparata giuridicamente e infrastrutturalmente da anni. E qui sta il punto che inquieta. Ciò che è stato fatto in Cisgiordania non è solo un precedente territoriale. È un laboratorio politico.
Il passo successivo è la ridefinizione demografica: se l’annessione dell’Area C rappresenta la formalizzazione di un controllo territoriale consolidato, ciò che si sta preparando a Gaza è di altra natura: non integrazione giuridica, ma espulsione, svuotamento.
E la parola che nessuno vuole pronunciare è deportazione. L’idea che la popolazione di Gaza possa essere “ricollocata”, “trasferita”, “redistribuita” in altri Paesi non è una fantasia complottista. È un’opzione evocata, discussa, testata nel dibattito politico israeliano e nei corridoi diplomatici. Si sonda il terreno, si osserva la reazione internazionale, si misura il livello di assuefazione.
Abbiamo assistito, sotto i nostri occhi, a uno sterminio progressivo normalizzato dal linguaggio: “operazioni”, “danni collaterali”, “zone di sicurezza”, “evacuazioni”. Se l’annessione del 60% della Cisgiordania è stata resa possibile dall’erosione silenziosa di Oslo, la prossima fase, quella di Gaza, rischia di essere resa possibile dall’assuefazione.
Quando la finzione finisce
Prima si abitua l’opinione pubblica all’idea che uno Stato palestinese non nascerà mai. Poi si abitua all’idea che una popolazione possa essere spostata. Infine si dichiara che non c’era alternativa.
La storia recente ci insegna che i processi irreversibili non iniziano con un’esplosione. Iniziano con una rimozione. Con una clausola dimenticata. Con un termine tecnico che sostituisce una parola morale.
L’Area C doveva essere consegnata entro cinque anni. Non è accaduto.
Gaza non doveva diventare un territorio invivibile. È accaduto.
La domanda non è se l’annessione verrà formalizzata. La domanda è se, quando la deportazione verrà presentata come “soluzione umanitaria”, avremo ancora il coraggio di chiamarla con il suo nome. Perché questa volta non potremo dire che non sapevamo.
Sta avvenendo sotto i nostri occhi.
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