Perché è importante essere ancora qui a “rompere il silenzio”, a dare un po’ fastidio, senza violenza, contro la violenza? Perché con la “tregua” il genocidio e la cacciata dei palestinesi stanno continuando a bassa intensità, e quasi non fanno più notizia di fronte ad altri fatti gravissimi (Venezuela, Crans Montana).
La “tregua” è perfetta per anestetizzare il mondo e, insieme alla criminalizzazione dei palestinesi e di noi che li sosteniamo, permettere a Israele di portare a termine il “lavoro sporco” (cancelliere Mertz) per conto di un Occidente ormai reso irriconoscibile da un delirio di dominio che incombe come una concreta minaccia a livello mondiale.
E noi?
Se lasciamo che a qualcuno vengano negati i diritti fondamentali, strappata la dignità e rubata la vita condanniamo anche tutti noi, presto o tardi, a subire lo stesso destino di sopraffazione e violenza. Se tolleriamo l’ingiustizia sugli “altri” spostiamo pericolosamente vicino alle nostre case il confine dell’ inaccettabile; ora la consapevolezza che presto a finire in prigione o a morire di privazioni e bombe potranno essere anche i nostri figli muove anche l’istinto di autoconservazione.
Stringiamoci a chi, vinto dalla disperazione, sta pensando di arrendersi; se quello che possiamo fare è “quasi niente”, resistere a mantenere acceso quel lumino ci ricorda che un mondo diverso può sempre essere costruito. Ogni piccola parola, o azione, di protesta contro l’ingiustizia è un granello di sabbia negli ingranaggi della sopraffazione e ci aiuta anche a riconoscerci, sapere che ci siamo, a unirci.
Ne usciremo, se mettiamo sul piatto della bilancia il peso fisico della vita e quello immateriale della coscienza di ciascuno di noi.
Comitato Varesino per la Palestina
dal 2002 attivo sul territorio per diffondere consapevolezza sulla condizione del popolo palestinese.










