Il 27 gennaio ricorre l’anniversario dell’apertura alla firma del Trattato sullo spazio extra-atmosferico, il pilastro del diritto spaziale internazionale. Firmato nel 1967, il trattato rappresentò un atto di lungimiranza politica e giuridica: per la prima volta l’umanità riconosceva che lo spazio non poteva diventare terreno di conquista, ma doveva restare un bene comune, destinato a usi pacifici e a beneficio di tutti.
Oggi, a quasi sessant’anni di distanza, quello stesso trattato è chiamato a confrontarsi con una realtà radicalmente cambiata, segnata dall’ingresso massiccio di attori privati e dallo sfruttamento commerciale dell’orbita terrestre.
Il trattato fu aperto alla firma a Washington, Londra e Mosca, ed entrò in vigore il 10 ottobre 1967. I tre Stati depositari furono Stati Uniti, Regno Unito e Unione Sovietica, a testimonianza del tentativo di sottrarre lo spazio alla logica del confronto militare tra blocchi.
I suoi principi fondamentali sono chiari:
– lo spazio extra-atmosferico non può essere oggetto di appropriazione nazionale, né tramite rivendicazioni di sovranità, né tramite occupazione o altri mezzi;
– l’esplorazione e l’utilizzo dello spazio devono avvenire per scopi pacifici e a beneficio dell’intera umanità;
– è vietato collocare armi nucleari o di distruzione di massa in orbita o su corpi celesti;
– gli Stati sono responsabili delle attività spaziali condotte sia da enti pubblici sia da soggetti privati autorizzati sul proprio territorio.
Ad oggi, oltre 115 Stati hanno ratificato il trattato, inclusi tutti i principali attori spaziali: Stati Uniti, Russia, Cina, i Paesi dell’Unione Europea, il Giappone e l’India. Il consenso quasi universale ne fa ancora oggi la pietra angolare del diritto spaziale internazionale.
Nei decenni successivi alla sua entrata in vigore, il trattato ha fornito il quadro giuridico entro cui si sono sviluppate le grandi imprese spaziali del Novecento: dalle missioni lunari del programma Apollo alla cooperazione scientifica che ha portato alla Stazione Spaziale Internazionale.
Lo spazio veniva percepito come un luogo di esplorazione, prestigio scientifico e cooperazione, seppure in un contesto di competizione geopolitica controllata. Tuttavia, con l’inizio del XXI secolo, questo equilibrio ha iniziato a cambiare.
Negli ultimi quindici anni lo spazio è diventato sempre più un ambiente economico. Il caso più emblematico è quello di SpaceX, fondata da Elon Musk.
Attraverso il progetto Starlink, SpaceX ha costruito la più grande costellazione satellitare mai realizzata:
– oltre 7.500 satelliti attivi in orbita terrestre bassa (LEO) nel 2025;
– piani di espansione che potrebbero arrivare fino a 40.000 satelliti nei prossimi anni;
– circa il 60% di tutti i satelliti attivi attorno alla Terra appartiene oggi a questa sola costellazione.
Si tratta di un’infrastruttura privata con effetti globali: fornisce accesso a Internet in aree remote, ma occupa porzioni significative dell’orbita terrestre, sollevando interrogativi su congestione, detriti spaziali, sicurezza e governance.
Giuristi e osservatori hanno evidenziato come questa concentrazione di satelliti rischi di configurare una forma di appropriazione di fatto, pur in assenza di una rivendicazione formale di sovranità.
Negli Stati Uniti, lo sviluppo commerciale dello spazio è accompagnato da un apparato istituzionale dedicato. Agenzie e dipartimenti come la Federal Communications Commission (FCC) e l’Office of Space Commerce autorizzano e supervisionano le attività private, in linea con l’obbligo previsto dal trattato di controllo statale sugli operatori non governativi.
Anche l’Europa si sta muovendo in questa direzione. Con il progetto IRIS, l’Unione Europea prevede la messa in orbita di circa 290 satelliti per comunicazioni sicure e strategiche, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza da infrastrutture extra-europee e rafforzare la sovranità tecnologica dell’UE.
Il rispetto del trattato è monitorato dal Comitato delle Nazioni Unite per gli usi pacifici dello spazio extra-atmosferico, che da anni richiama gli Stati alla necessità di evitare una nuova corsa allo spazio, questa volta di natura economica e militare.
In questo contesto si inseriscono anche interventi simbolicamente rilevanti, come quello in cui, lo scorso 30 ottobre, l’arcivescovo Gabriele Giordano Caccia, osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, ha ribadito, davanti al Quarto Comitato dell’80ª sessione dell’Assemblea generale a New York, la necessità che lo spazio extra-atmosferico rimanga un “regno di pace”, non soggetto a logiche di dominio o di sfruttamento incontrollato.
Il Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967 non nasceva per regolamentare megacostellazioni private, miniere lunari o infrastrutture commerciali globali. Eppure, i suoi principi restano sorprendentemente attuali.
La sfida del nostro tempo non è riscriverli, ma interpretarli e rafforzarli, affinché lo spazio non diventi il nuovo Far West del XXI secolo, ma continui a essere ciò che il trattato immaginava quasi sessant’anni fa: un luogo di cooperazione, responsabilità e beneficio condiviso per tutta l’umanità.










