Mentre si allunga la lista delle persone uccise da agenti dell’ICE negli Stati Uniti, non solo nel corso di operazioni di contrasto dell’immigrazione irregolare, ma anche durante le correlate manifestazioni di protesta di semplici cittadini, continua ad aumentare il numero delle vittime della esternalizzazione delle attività di law enforcement verso paesi terzi che non rispettano i diritti umani e che non possono garantire una efficace attività di ricerca e salvataggio.

Come riferisce Sergio Scandura, corrispondente di Radio Radicale per il Mediterraneo, circa 380 persone risultano disperse nel Mediterraneo centrale negli ultimi giorni, inclusi i giorni del ciclone Harry, in base ad un unico dispaccio di allerta rivolto dalla Guardia costiera italiana a “tutte le navi in area”. Il dispaccio Sar pubblicato da Scandura dopo essere stato trasmesso il 24 gennaio sulla rete InmarSAT dal Centro di Coordinamento e Soccorso (Imrcc) della Guardia Costiera italiana – riporta anche le date di partenza delle otto imbarcazioni dalla costa orientale della Tunisia, per un totale di circa 380 naufraghi. Le date di partenza da Sfax sono del 14, 18, 20 e 21 gennaio 2026.

Sembra dunque provata la riapertura della rotta tunisina, dalle coste di Sfax, dopo mesi di retate di massa e di respingimenti collettivi disposti dal governo tunisino, proprio nei giorni nei quali le condizioni del mare diventavano proibitive e si registravano decessi anche tra coloro che riuscivano a raggiungere Lampedusa. Questa volta sembra con conseguenze più tragiche di quanto si verificava negli anni precedenti, quando durante i mesi invernali le persone migranti costrette alla traversata dalla mancanza di canali legali di ingresso, e dal rifiuto di accesso alle procedure di asilo nei paesi di transito, tentavano di raggiungere le coste italiane, contando su una rarefazione dei controlli a terra e sulla minore presenza in alto mare di unità della guardia costiera tunisina e della sedicente guardia costiera libica. […]

L’uso distorto della discrezionalità amministrativa o politica, come i fini di difesa dei confini, invocati con successo da Salvini nei diversi procedimenti Gregoretti ed Open Arms, in nome del law enforcement, e ritenuti prevalenti rispetto alle Convenzioni internazionali, può uccidere, come negli Stati Uniti possono risultare letali le attività di controllo degli immigrati irregolari e la repressione verso chiunque manifesti la propria solidarietà.

La mera classificazione di una imbarcazione in difficoltà in acque internazionali come “evento migratorio”, non ancora riconducibile ad una situazione di distress immediato, ha comportato una disapplicazione delle Convenzioni internazionali (tra le quali la Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati e la CEDU) che vietano il respingimento collettivo verso paesi che non potevano offrire porti sicuri di sbarco (come la Libia), ed impongono di considerare immediatamente come evento SAR (di ricerca e salvataggio) qualunque intervento da operare in alto mare nei confronti di imbarcazioni stracolme e, per quanto in apparente assetto di navigazione, prive dei più elementari requisiti di sicurezza e navigabilità.

Imbarcazioni che secondo le Convenzioni internazionali sono tutte da ritenere in condizioni di distress, senza alcuna possibilità di valutazione discrezionale da parte delle autorità marittime o politiche obbligate ad intervenire anche in acque internazionali, anche al di fuori delle aree di propria competenza. Lo ribadisce una consolidata giurisprudenza che si vorrebbe adesso nascondere dietro i progetti di riforma della magistratura, con l’attribuzione di nuovi poteri al ministro della giustizia per sanzionare attraverso l’azione disciplinare quei giudici che non si allineano agli indirizzi del governo.

Qualunque segnalazione, proveniente dall’alto mare, di persone in pericolo, anche se transita attraverso altri centri di coordinamento, obbliga quindi la Centrale operativa della Guardia costiera(IMRCC) ad assumere il coordinamento delle operazioni di ricerca e salvataggio ed a predisporre gli interventi di soccorso, senza che alcuna autorità politica o altro coordinamento amministrativo, possa rallentarne lo svolgimento, soprattutto quando l’imbarcazione carica di migranti non sia più tracciabile.

Secondo la Risoluzione MSC 167-78, adottata nel maggio 2004 dal Comitato Marittimo per la Sicurezza dell’IMO, “i Centri nazionali di Coordinamento e Soccorso assumono il coordinamento delle operazioni di salvataggio non soltanto quando le stesse avvengano nella propria Search and Rescue Region (SRR), ma anche fuori di tale area allorquando abbiano per primi ricevuto notizia di persone in pericolo in mare”, e ciò “fino a quando il Rescue Coordination Centre (RCC) competente per l’area non abbia assunto tale responsabilità”.

Gli Stati hanno dunque il preciso obbligo di predisporre una organizzazione finalizzata alle attività di ricerca e salvataggio anche al di fuori della propria zona SAR, come è obbligatorio il coordinamento con gli Stati che sono titolari di zone SAR confinanti, ma solo a condizione che questi Stati garantiscano un porto sicuro di sbarco, come non si verifica con la Libia. Tutto questo è imposto dalle Convenzioni internazionali in nome della salvaguardia del diritto alla vita, indipendentemente dagli accordi bilaterali, dalla provenienza dei naufraghi e dalla loro condizione giuridica, in mare non ci sono “clandestini” ma persone da salvare, come afferma persino la Corte di cassazione (sentenza Rackete n.6626/2020), un diritto alla vita negato alle centinaia di persone che risultano ancora disperse dopo le segnalazioni giunte negli scorsi giorni alla Guardia costiera italiana.

Vittime nascoste all’opinione pubblica nazionale perché ritenute non funzionali alla propaganda di governo che vuole fare credere, in base agli accordi di esternalizzazione con libici e tunisini, di avere raggiunto il pieno controllo delle frontiere marittime, con la riduzione dei naufragi, come si sono del resto nascosti cause e conseguenze catastrofiche delle più recenti perturbazioni che hanno spazzato il Mediterraneo.

Nel silenzio dei grandi mezzi di informazione una valanga nera, talvolta anche profili falsi, ma certamente anche molti “italiani veri”, con grumi di suprematismo e di nazionalismo, inquina la comunicazione sui canali social, attacca le vittime, che “potevano restare a casa propria”, e prende di mira chiunque esprima compassione e solidarietà, magari ricordando soltanto i naufragi e le connesse responsabilità, che sono da ricondurre alle politiche migratorie, e non al consueto capro espiatorio dello scafista o del trafficante. I magistrati che applicano la legge sospendendo o annullando i fermi amministrativi imposti alle navi del soccorso civile sono oggetto di attacchi sempre più violenti. Sembra ormai in discussione la portata effettiva dello Stato di diritto nel nostro paese.

Documentare queste stragi di Stato, ricordare la perdita di tante vite per abbandono in mare, non potrà forse, nell’immediato, modificare l’orientamento di una opinione pubblica ormai incancrenita sull’asse della paura dello straniero e della deterrenza ad ogni costo. Ma sarà utile domani, quando il fallimento di queste politiche da “tolleranza zero” nei confronti della mobilità delle persone si riverbererà sulle vite dei comuni cittadini, sia dal punto di vista demografico ed economico, che per la cancellazione sostanziale dei principi fondativi dello Stato democratico.

Allora ciascuna vita, che oggi viene spenta, calpestata o abbandonata per effetto di attività di law enforcement, senza neppure il riconoscimento di una notizia in cronaca, e senza un moto di pietà, diventerà un capo di accusa, e poi una condanna inappellabile, anche al di fuori delle aule di giustizia, per tutti quei politici che hanno speculato sulla guerra alle migrazioni e per tutti coloro che a vari livelli ne sono stati strumento.

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