La pagina Facebook The Other 98% riporta gli ultimi inquietanti sviluppi nel braccio di ferro tra le autorità federali e i cittadini di Minneapolis: il Pentagono annuncia di essere pronto a inviare 1.500 soldati “nel caso in cui la violenza nello Stato del Minnesota dovesse intensificarsi.”

Il Pentagono ha ordinato a 1.500 soldati in servizio attivo di prepararsi per un possibile dispiegamento in Minnesota a causa dei crescenti disordini. Non all’estero. Non per rispondere a un uragano. Non per una guerra straniera. A Minneapolis. Proprio ora. In risposta alle proteste scatenate dall’uccisione di Renee Nicole Good da parte di un agente dell’ICE.

Questo potrebbe essere un punto di svolta.

L’amministrazione insiste che si tratta “solo di una preparazione” e che non è stata presa alcuna decisione definitiva, ma il punto è proprio questo. Le unità di fanteria dell’11ª Divisione aviotrasportata – addestrate al combattimento, non al controllo della folla – sono state messe in standby mentre il presidente minaccia pubblicamente di invocare l’Insurrection Act, una reliquia della legislazione del XIX secolo concepita per reprimere le ribellioni, ora rispolverata per intimidire i civili che chiedono giustizia.

Ciò che rende la situazione ancora più estrema è che il governatore democratico del Minnesota, Tim Walz, non ha richiesto questo intervento, ma ha invece attivato la Guardia Nazionale dello Stato per supportare le forze dell’ordine locali e gestire le proteste, esortando pubblicamente Trump a “calmare gli animi”.

Cerchiamo di essere chiari su ciò che sta accadendo. L’applicazione delle leggi federali sull’immigrazione si espande in modo aggressivo nelle comunità. Un civile viene ucciso. Scoppiano le proteste. E invece di un allentamento della tensione, trasparenza o giustizia, la risposta è un’escalation: la CBP, la polizia responsabile della sicurezza delle frontiere, che sorveglia gli edifici federali, gli agenti dell’ICE dipinti come “patrioti”, i manifestanti etichettati come “insurrezionalisti” e l’esercito che si mette silenziosamente in posizione.

Non si tratta di sicurezza pubblica. Si tratta di potere.

Ogni svolta autocratica nella storia moderna segue lo stesso copione: ridefinire il dissenso come disordine, descrivere la polizia e le forze di sicurezza come ultima linea della “legge” e normalizzare la presenza dei soldati nella vita civile. Il linguaggio si inasprisce. Le leggi si allargano. Si crea un precedente. Una volta invocato l’Insurrection Act, il confine tra governo civile e forza militare non solo si confonde, ma crolla.

Quello che si sta testando a Minneapolis non è solo il controllo della folla. Si tratta di capire se gli americani accetteranno le truppe armate come risposta alle proteste, se resteremo indifferenti mentre l’esercito si schiera contro il proprio popolo, se la paura prevarrà sulla memoria.

E una volta che questa porta si apre, raramente si chiude in silenzio.