Giudizio Universale sospeso. Si ricorrerà in appello dopo che il processo allo Stato italiano per inazione climatica è stato fermato perché i tribunali italiani sono inadeguati in materia di clima.

“Ricorreremo in appello”, così ha risposto l’avvocato Luca Saltalamacchia alla sentenza che mercoledì scorso 6 marzo ha decretato la fine, per ora, di Giudizio Universale. Il processo era iniziato un anno e mezzo fa grazie a una campagna promossa dall’associazione ASud. Assistiti da un pool di legali tra cui Saltalamacchia, più di 200 cittadini e realtà della società civile avevano portato lo Stato Italiano sul banco degli imputati. L’accusa è di inadempienza nei confronti degli impegni presi a Parigi nel 2015. Ma oltre all’inazione, l’Italia sembrerebbe essere inadeguata anche dal punto di vista giuridico in materia di clima, mostrando ancora una volta di andare indietro, invece che avanti.

La giudice Assunta Canonaco della Seconda Sezione del Tribunale Civile di Roma, infatti, si è pronunciata dopo quasi due anni di silenzio, decretando l’inammissibilità del processo per difetto di giurisdizione. In poche parole, nonostante abbia riconosciuto la gravità della crisi climatica e dei suoi effetti catastrofici, la corte sostiene che in Italia non vi sia modo di giudicare una causa climatica. Una decisione che avrebbe potuto e dovuto prendere sin dalla prima udienza. Avrebbe di certo fatto risparmiare tempo prezioso. Due anni sono come oro in una situazione a dir poco di emergenza e che degenera a vista d’occhio. Dopo questa sentenza ne potrebbero passare addirittura altri 10 per concludere il processo.

L’emergenza climatica è sotto gli occhi di tutti

Il 2023 è stato l’anno più caldo di sempre, un anno da bollino rosso. Sul territorio italiano ci sono stati ben 378 eventi meteorologici estremi, il 22% in più rispetto al 2022, riporta Legambiente. Le previsioni di spesa sono esorbitanti, 11 miliardi di euro solo per riparare i danni delle due alluvioni in Emilia Romagna e Toscana.

Per tutta risposta a questa emergenza, l’Italia ha speso circa 42 miliardi di euro in sussidi ai combustibili fossili. Non a caso è scesa dal 29º al 44º posto nella classifica dei Paesi più impegnati contro la crisi climatica. Sono inoltre previste nuove trivellazioni nell’Adriatico alla ricerca di gas metano e il governo italiano si è opposto alla direttiva europea sulle case green. Inoltre sono stati stralciati dal PNRR 1,8 miliardi destinati a far fronte al dissesto idrogeologico.

L’inerzia dunque persiste, nonostante le evidenze scientifiche e il fatto che persino il “Global Risks Report 2024” del World Economic Forum di Davos, baluardo degli interessi delle multinazionali e dei grandi imprenditori, abbia messo il cambiamento climatico al primo posto tra i rischi globali a lungo termine. E adesso con la sospensione di Giudizio Universale è ancora più difficile essere ottimisti.

Giudizio Universale sospeso, un’occasione persa

Giudizio Universale si inserisce nell’ambito delle climate litigations europee. Ci sono precedenti in Germania, Olanda, Belgio, Francia, Irlanda, Repubblica Ceca, tutti Paesi membri della UE e della CED, come l’Italia. Nonostante questo, il Tribunale di Roma ritiene di non avere la giurisdizione e ritiene che nessun Tribunale italiano possa averla. “La giudice ha deciso di non decidere”, ha commentato Marica di Pierri, portavoce di Asud. Nei Paesi Bassi la sentenza definitiva ha condannato lo Stato, che di conseguenza ha dovuto rivedere le proprie politiche climatiche. Non solo, ha fatto giurisprudenza.

Come ha spiegato Luca Saltalamacchia, in Italia non esiste una normativa nazionale specifica sul clima e i legali che seguono questo tipo di cause per ottenere giustizia climatica devono far leva sui Diritti Umani, strettamente legati a effetti e conseguenze degli eventi climatici estremi. È anche attraverso le sentenze delle climate litigations che si colma il vulnus giuridico in tema di clima. Le sentenze che si riescono a strappare una per una colmano questa lacuna, che di fatto è inconcepibile nel 2024. Soprattutto considerando che sono state fatte in tutto ben 28 COP con risultati più o meno deludenti, eccezion fatta per quella di Parigi di 7 anni fa.

La sentenza della giudice Canonaco dunque segna un ulteriore fallimento per il Paese. Il Giudizio Universale sospeso è un’occasione persa per l’Italia di fare giurisprudenza in ambito climatico e contribuire a colmare le lacune del diritto ambientale. Oltre che di fare giustizia climatica e costringere lo Stato a prendere provvedimenti urgenti e necessari ad assicurare il futuro delle generazioni a venire.

 

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