Lettera aperta alla comunità civile, alle istituzioni e agli organi di stampa

Precarietà vuol dire vivere in uno stato di costante incertezza economica e sociale che abbraccia ogni aspetto della routine quotidiana alimentando ansie, paure e preoccupazioni. Condizioni di disagio nelle quali è evidente che risulta impossibile progettare un futuro. Ma vuol dire anche maggiori profitti per le aziende perché un lavoratore precario è un lavoratore fragile e ricattabile, propenso a rinunciare alle proprie legittime pretese o a far valere i propri diritti.

La più grande azienda pubblica del Paese, Poste Italiane, dichiara di promuovere uno “sviluppo sostenibile orientato al benessere dei dipendenti”, ma ogni anno assume migliaia di giovani precari “usa e getta” da destinare al recapito. Sono i cosiddetti CTD (contratti a tempo determinato), costretti solitamente a spostarsi di centinaia di chilometri da dove sono residenti e a farsi carico di spese di locazione non indifferenti, anche solo per pochi mesi. L’occasione di far parte della grande azienda, prospettata attraverso un’incessante ed ingannevole campagna pubblicitaria, presto si riduce a fugace ed illusoria esperienza lavorativa che nella migliore delle ipotesi si protrae fino a dodici mesi, durata massima consentita senza obbligo di causale secondo la vigente normativa.

La possibilità di ottenere l’ambito posto fisso, ruota poi intorno a una procedura di stabilizzazione che si avvale di graduatoria, stilata sulla base dell’anzianità di servizio maturata a decorrere dall’inizio del contratto, costantemente aggiornata senza tenere conto del diritto di precedenza. Cosicché, a ogni tornata di assunzioni a tempo indeterminato, chi ha lavorato periodi più lunghi raggiungendo o avvicinandosi al fatidico traguardo dei 365 giorni, scavalca precari contendenti collocati nella parte bassa e meno fortunata della “classifica” in virtù di una minore durata contrattuale. Quest’ultimi attendono invano, ormai da diversi anni, di essere stabilizzati.

Poste Italiane, stando ai dati disponibili, ha somministrato ben 63.251 contratti a termine solo nel quinquennio 2017-2021 (Corte dei Conti), assumendo, dal 2017 a oggi, circa 12.500 risorse mediante stabilizzazione (Il Sole 24 Ore, 20 luglio 2023). Sono tantissimi, ma restano invisibili i precari delle Poste in quanto per accedere alla graduatoria è necessario maturare almeno sei mesi di servizio. Aggiornata al 2 agosto, conta infatti “appena” 8.937 lavoratori. Tuttavia, l’azienda invece di prevedere un piano di assunzioni tese all’abbattimento del precariato continua a somministrare migliaia di contratti a tempo determinato della durata di due o tre mesi prorogabili per un massimo di quattro volte – preferibilmente a chi non rivendica i propri diritti – per rimpiazzare lavoratori precari che andranno a infoltire una graduatoria che non scorre: una sorta di limbo senza speranza.

Nel gioco dell’oca della precarietà griffato Poste, infatti, il traguardo è precluso a molti. La probabilità di ottenere il doppio “sei” che garantirebbe l’integrazione a tempo indeterminato non è uguale per tutti. Lo sono invece le condizioni di lavoro degradanti e non regolari: accade sovente che i portalettere precari, pressati dal capetto di turno, lavorino sistematicamente molte più ore rispetto a quelle previste da contratto senza ricevere alcun riconoscimento economico per gli straordinari svolti. Cioè, in nero! E rimangono in silenzio per evitare di incorrere in ammonizioni o richiami verbali, fino alla mancata proroga.

Si direbbe dunque che Poste Italiane non giochi a dadi con i precari come, a prima vista, può sembrare. Ma avrebbe da guadagnarci tanto nel far cadere l’onere del servizio postale pubblico sulle spalle dei precari, i quali prestano abitualmente ore lavorative eccedenti non dichiarate e non retribuite. Una vera e propria condotta illecita ammantata di una parvenza di legalità che nessuno mai ha denunciato apertamente.

Poste Italiane, l’azienda dello Stato che viola i doveri fondamentali e non assicura un’adeguata tutela dei diritti del personale precario. Quello del portalettere è già un mestiere che comporta, di per sé, un gran numero di rischi perché la strada è, senza dubbio, uno dei luoghi di lavoro più pericolosi. Per giunta, lavorare sotto un’insidiosa e persistente forma di pressione psicologica legata alla possibilità di vedersi prorogato il contratto, attuata dalla parte datoriale al fine di ottimizzare la produttività, crea un vulnus dal punto di vista della sicurezza. Non è un caso se gli infortuni aumentano quando il lavoro è precario. Assumere in pianta stabile significa innanzitutto garantire ai lavoratori il pieno esercizio dei loro diritti e di conseguenza una maggiore tutela.

Negli ultimi mesi i precari delle Poste hanno dato vita a un vero e proprio movimento di protesta, denominato “Lottiamo Insieme”, per dare voce e speranza all’esasperazione di migliaia di donne e uomini, soprattutto giovani, relegati nel limbo di una graduatoria senza via d’uscita. Il “metodo Poste” alimenta precariato e produce sfruttamento, è necessario pertanto un deciso cambio di rotta che può avvenire in un’unica direzione: promuovendo l’occupazione stabile e dignitosa attingendo alle risorse già precedentemente selezionate, formate e inserite in graduatoria, in modo da consentire il completo scorrimento della stessa. Ciò nel rispetto dei fondamentali principi costituzionali.

Nel complice silenzio “sindacale”, Lottiamo Insieme invita pubblicamente il Governo e Poste Italiane a fare scelte consapevoli e rispondenti alle esigenze dei lavoratori, adottando misure basate sulla legalità e la responsabilità sociale. Intanto il caso, tenuto accuratamente lontano dai riflettori, si appresta ad approdare in Parlamento, ma in silenzio e senza far scalpore perché questa volta è lo Stato a violare le sue stesse leggi!

 

Movimento “Lottiamo Insieme” CTD Poste Italiane