1. Si riunisce a Roma la “Conferenza internazionale su migrazioni e sviluppo nel Mediterraneo” fortemente voluta dalla Meloni e dal ministro dell’interno Piantedosi per propagandare il cd. Piano Mattei per l’Africa, dopo il fallimento del Memorandum d’intesa tra Unione Europea e Tunisia, che si voleva portare come modello delle politiche di esternalizzazione delle frontiere. Nessun paese del nord-africa accetterà mai sul suo territorio persone migranti provenienti da paesi terzi e respinti direttamente dall’Italia. Un fallimento evidente non solo se si pensa alla mancanza di un vero accordo tra le parti, ed alle numerose violazioni del diritto internazionale, ma anche se si prende atto della mancata approvazione da parte del Consiglio europeo di fine giugno e dei dubbi che stanno sorgendo nel Parlamento europeo, finora tenuto ai margini delle trattative con Saied, sul rispetto dei diritti umani in Tunisia e negli altri paesi di transito.

Al di la degli impegni presi dall’Unione Europea per supportare l’economia tunisina, e per favorire progetti di mobilità e di collaborazione in campo energetico ed ambientale, al centro delle trattative ancora aperte, anche durante la Conferenza internazionale di Roma, rimane il nodo cruciale della diminuzione, se non del blocco, delle partenze verso l’Italia. Una questione che non si potrà risolvere aumentando il numero delle motovedette in uso alla Guardia costiera tunisina, o favorendo i respingimenti collettivi dalla Tunisia verso i paesi confinanti, la Libia e l’Algeria, soprattutto considerando che il target di queste attività illegali ordinati da Saied saranno migranti che non sono neppure cittadini di questi paesi ma che provengono da paesi della fascia subsahariana, come la Nigeria, il Sudan, la Costa d’Avorio, il Gambia. Paesi che in nessun caso possono definirsi come “paesi terzi sicuri”, ammesso che in base alle Convenzioni internazionali la stessa Tunisia possa ancora definirsi come un paese sicuro per quanti di diversa nazionalità, vengono respinti in un territorio statale nel quale sono continuamente esposti a violenze e non possono avere accesso alle procedure di asilo o ad una difesa effettiva davanti un tribunale.

Gli effetti delle politiche di respingimento messe in atto dal presidente tunisino Saied sono sempre più evidenti, ed è criminale che l’Italia e l’Unione Europea si propongano di fornire aiuti economici e assetti operativi per facilitare espulsioni di massa verso aree desertiche che hanno già prodotto vittime. Vedremo in faccia domenica 23 luglio a Roma i mandanti politici ed i responsabili diretti di veri e propri crimini contro l’umanità, perché le poche immagini che filtrano, seppure sconvolgenti, rappresentano vittime isolate, mentre le politiche di morte e di abbandono, nei deserti africani, come nelle acque internazionali del Mediterraneo sono veri e propri crimini di sistema, denunciati da anni, ma ormai al centro delle politiche di partiti che proprio su queste politiche hanno conquistato una ampia base elettorale.

 

2. Non deve sorprendere come mentre si stia insistendo molto sul ruolo di guardiani delle frontiere europee dei regimi che governano i paesi nord-africani, sembra scomparso qualunque riferimento al cd. blocco navale o a politiche di contrasto dell0immigrazione via mare. E non è affatto vero che il “blocco navale” viene realizzato dall’Italia attraverso gli accordi bilaterali, che prevedono la cessione di motovedette, sistemi di coordinamento delle intercettazioni e consistenti accordi economici come contropartita, sul modello “libico”, come sostenuto ancora di recente dal ministro dell’interno Piantedosi.

Dietro l’intento esplicitato negli accordi bilaterali operativi (spesso coperti da segreto) e nei Memorandum d’intesa, sul maggiore coordinamento nelle attività di ricerca e salvataggio (SAR – Search and rescue), con un crescente ruolo assegnato a Frontex, si nasconde il piano comune di facilitare le attività di intercettazione in acque internazionali e di riconduzione a terra operate dai paesi nordafricani. Come conseguenze di questi accordi, e lo vediamo da anni, migliaia di vittime per abbandono in mare, ed altre vittime, spesso nascoste, tra le persone riportate a terra e vittime di detenzione arbitraria, di estorsioni, torture e stupri, o di ulteriori respingimenti collettivi, come si sta verificando sempre più spesso in queste ultime settimane. Ma tutto questo disastro umanitario, frutto di crimini contro l’umanità deve rimanere nascosto.

Non è quindi casuale che tra gli argomenti oggetto della Conferenza internazionale di Roma su sviluppo e migrazioni nel Mediterraneo manchi del tutto qualsiasi riferimento alla suddivisione delle acque internazionali in diverse zone di ricerca e salvataggio tra gli Stati costieri. Una ripartizione che secondo le Convenzioni internazionali doveva essere finalizzata alla salvaguardia della vita umana in mare, anche perché persino i Protocolli allegati alla Convenzione di Palermo contro il crimine transnazionale del 2001 affermano la prevalenza del diritto alla vita e dei diritti fondamentali della persona, tra i quali i diritto di chiedere asilo, sulla lotta contro le migrazioni irregolari (law enforcement). E invece la suddivisione delle zone SAR nel Mediterraneo, e la stessa invenzione di una zona SAR “libica” nel 2018, con la conseguente guerra ai soccorsi umanitari operati dalle ONG, non è stata certo finalizzata alla salvaguardia effettiva del diritto al soccorso. Ma è finita per legittimare una trasformazione delle stesse zone SAR da aree di responsabilità per ricerca e salvataggio di persone in pericolo, in aree di giurisdizione esclusiva dove difendere anche con le armi precisi interessi commerciali ( nel settore della pesca e delle attività estrattive) e fare valere una competenza “esclusiva” nelle attività di intercettazione, remunerate da quei paesi europei che con il supporto di Frontex collaborano tra loro, e con gli Stati terzi, all’esclusivo fine di ridurre gli arrivi di persone migranti e cancellare di fatto il diritto di asilo in Europa.

 

3. Anche se in occasione della Conferenza internazionale di Roma non si parlerà di una diversa ripartizione delle zone di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo centrale, e se ci si limiterà ad una vuota enunciazione di principi in materia di ricerca e salvataggio per intensificare sottotraccia i respingimenti su delega delle autorità europee, precisi elementi di fatto condannano al fallimento politiche di collaborazione che si basano su presupposti inesistenti, che dovrebbero imporre all’IMO ( Organizzazione internazionale delle migrazioni) una profonda revisione dei criteri di riconoscimento delle zone SAR di ricerca e salvataggio, innanzitutto per una effettiva tutela della vita umana in mare, ma anche per garantire la sicurezza dei traffici commerciali e di quanti lavorano in mare. Si è visto come l’assegnazione di una enorme zona di ricerca e salvataggio (SAR) alle diverse autorità libiche, ancora in conflitto tra loro, abbia portato ad attacchi sempre più frequenti contro pescherecci e navi umanitarie, in acque che dovrebbero essere saldamente presidiate da navi militari italiane dell’operazione Mediterraneo sicuro e dalle invisibili unità navali della missione europea IRINI – Eunavformed, assetti navali che riescono a materializzarsi soltanto nei rapporti annuali di attività e quando in un processo penale occorre difendere un ministro dalle accuse di una Organizzazione non governativa.

 

4. La conferenza internazionale di Roma su migrazioni e sviluppo nel Mediterraneo proporrà ancora una volta politiche basate su dati di fatto inesistenti e sulla ricorrente violazione del diritto internazionale è destinata comunque a fallire. Come si verifica puntualmente quando i politici assumono decisioni che non tengono conto della realtà di fatto nella quale devono calare le loro scelte. E in questo ambito la ripartizione delle acque internazionali del Mediterraneo centrale in tante zone SAR di ricerca e salvataggio sotto la responsabilità (esclusiva?) dei singoli Stati costieri, rimane una questione ineludibile, affrontata da tempo, soprattutto dopo il Memorandum d’intesa tra Italia e governo di Tripoli siglato il 2 febbraio 2017, sulla base di una ricorrente distorsione della realtà, e di una serie di gravi violazioni del diritto internazionale. Come è confermato dal fallimento del cosiddetto Accordo di Malta del 23 settembre 2019, siglato in occasione di un vertice ristretto a La Valletta, dai ministri dell’interno di Francia, Germania, Italia e Malta, alla presenza della presidenza finlandese di turno al Consiglio dell’Unione Europea. Un “Accordo” che avrebbe dovuto essere approvato dalla Commissione europea, ma che alla fine rimase soltanto una dichiarazione di intenti alla quale nessun paese europeo ha dato una vera attuazione. Come potrebbe succedere di nuovo con il Memorandum d’intesa tra Tunisia ed Unione Europea siglato domenica 16 luglio scorso soltanto dal sottosegretario al ministero degli esteri tunisino e dal responsabile della Commissione europea per l’allargamento e le relazioni esterne. Senza che la Meloni, la Von der Leyen, Rutte, per l’Unione europea, o il presidente tunisino Saied, apponessero la propria firma. Una firma che evidentemente non potevano e non volevano apporre.

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