Dela Ranci, psicologa e psicoterapeuta, didatta e supervisore in formazione, è socia fondatrice del Centro di psicologia e Analisi Transazionale di Milano. Ha lavorato per anni nell’area del disagio mentale, delle dipendenze, sviluppando attività di formazione e di supervisione rivolte agli operatori psicosociali e alle équipe dei servizi pubblici e del privato sociale.

Incontriamo Dela Ranci nel suo vecchio e oramai grande appartamento a Milano. I suoi figli ci hanno chiesto di raccogliere la sua storia, legata alla straordinaria nascita delle 150 ore a Milano. Dela ci dice che avremmo dovuto venire almeno quattro anni fa perché lei ci potesse raccontare con maggiore lucidità; ma malgrado abbia quasi 90 anni le sue parole scorrono, il suo sorriso sembra quello di un tempo, ricordando quegli anni si illumina, sembra divertirsi ancora.

Sappiamo che vogliono che si parli delle 150 ore, ma le chiediamo di dirci qualcosa delle sue origini. Lei non si tira indietro, anche se dà sempre la sensazione che quello che fecero, lei e tutti gli altri in questo lungo secolo, fu la cosa più semplice e normale, quello che bisognava e si desiderava fare.


Sono nata nel 1933, abitavamo a Porta Vercellina, a Milano. Mio padre era uno scrittore (Costanzo Ranci scrisse “Piume al vento” e raccolte di racconti sul lago Maggiore), morì nel 1942, Mussolini aveva già dichiarato l’entrata in guerra. Uno degli ultimi ricordi che ho di mio padre è che io, bimba, ero appena stata da degli amici che erano tutti contenti dell’entrata in guerra. Tornai a casa esultante e mio padre mi diede una sberla. Una volta morto mio padre, io andai in collegio al mare: tre mesi, terribili. Poi ci trasferimmo in un paese sul lago Maggiore, e lì restammo per tutta la guerra, con la famiglia allargata e altri amici sfollati. Mia madre aiutava degli ebrei a raggiungere la Svizzera. Lei non stava mica tranquilla, ne combinava sempre una, ricordo che in paese c’era un prete antifascista che una notte, scappando da un possibile arresto della Decima Mas, finì nel nostro giardino e bussò in piena notte. Nascondemmo lui e la perpetua. Dopo la guerra tornammo a Milano, condividendo un appartamento. Qualche anno dopo ottenemmo un appartamento per noi 4 fratelli e mia madre. Terminai gli studi prima del tempo e mi iscrissi a lettere, anche se avrei voluto fare medicina. Insegnai un anno in una scuola privata, poi conobbi mio marito, che faceva il medico: ci siamo sposati e abbiamo avuto 4 figli.

Nel 1973 avevo 40 anni, il mio figlio più piccolo oramai ne aveva 8, così ho cominciato a insegnare e, un po’ per fatalità, sono finita in quella particolare esperienza che sono state le 150 ore, che erano appena nate.

Sono stati anni di grande forza del sindacato. Le 150 ore iniziarono ad esistere grazie alle lotte dei metalmeccanici e comparvero all’interno del loro contratto, tra i nuovi diritti; solo in seguito si allargarono ad altri settori: chimici, tessili e altri. Iniziammo nel marzo del 1974, io cominciai proprio allora a insegnare. Molti tra noi erano politicizzati, venivano specialmente dall’esperienza dei movimenti del ’68. Altri, arrivando dalle graduatorie, si ritrovavano in una situazione che non avevano scelto. Dovemmo accompagnare molti di loro in un percorso di politicizzazione La media obbligatoria era stata introdotta con la riforma del 1963, per cui molti operai non l’avevano fatta: si trattava quindi di studiare insieme per un anno e al termine sostenere l’esame di terza media: 150 ore di scuola in un anno rientravano all’interno del loro orario di lavoro, e 150 ore le aggiungevano gli operai. Era una grande novità. Fino ad allora non vi era alcun diritto alla formazione in orario di lavoro, tranne che per alcuni corsi che però erano finalizzati alla produzione; ora invece si trattava di cultura, di formarsi come persone, ma potremmo dire anche come classe. Iniziavamo alle 15 e finivamo alle 18. Non usavamo libri di testo, magari ne fotocopiavamo dei pezzi, se no era tutta autoproduzione; io ero diventata bravissima col ciclostile. Noi stessi dovemmo studiare tanto, formarci, cercare autori ed esperienze che ci potessero aiutare, non solo dall’Italia ma da tutto il mondo (soprattutto dall’America Latina, ma anche da Francia, Spagna e Stati Uniti oppure da altre esperienze storiche come quando scoprimmo i corsi di alfabetizzazione fatti in alcune zone dell’Unione Sovietica, subito dopo la Rivoluzione). C’erano indicazioni ministeriali, ma noi organizzammo i gruppi e il lavoro a modo nostro, sulla base delle esigenze e delle richieste degli operai. Riscrivevamo i programmi e le metodologie didattiche, non come applicazione di modelli sedimentati, ma come il risultato di scelte ragionate all’interno dell’equipe dei docenti e insieme agli operai. Facevamo tutto il possibile per essere due insegnanti in copresenza in classe e anche gli insegnanti di lingua straniera ci aiutavano. Le materie fondamentali erano italiano, storia, matematica.

La classe operaia era la classe operaia, un clima che non ci immaginiamo oggi. Ricordo gli operai dell’OM (un’azienda italiana specializzata nella produzione di veicoli, ndr), erano molto politicizzati, erano loro stessi che spiegavano a noi e agli altri come funzionava la fabbrica. C’erano operai che avevano fatto la resistenza in fabbrica.

Gli operai erano ben consapevoli di quello di cui avevano bisogno, ci dicevano: “Noi non possiamo parlare in assemblea, non sappiamo bene l’italiano, ci mancano le parole.” Parecchi dei nostri studenti venivano, specialmente nei primi anni, da dei reparti delle fabbriche chiamati “campi di concentramento”, dove venivano messi insieme tutti i comunisti. Ci ritrovavamo in classe con molti di loro, ma anche con operai democristiani, e se inizialmente c’era tra loro molta diffidenza, in seguito si scoprivano nelle stesse condizioni, si univano. Avevamo giovani che venivano da Sud e che magari non avevano neppure iniziato le medie perchè erano andati a lavorare giovanissimi nei campi, e padri di famiglia del Veneto che magari ci invitavano a pranzo a casa loro.

Studiavamo con loro l’organizzazione del lavoro, come fosse cambiata, dalla catena di montaggio a quelle che si chiamavano “isole” e i successivi cambiamenti. Erano loro che volevano studiare questi temi e noi dovevamo andare a studiare a nostra volta. In fondo la scuola era nelle loro mani, noi eravamo solo degli utili strumenti, per la loro crescita in generale, ma anche per le loro lotte. Lo stesso ruolo degli insegnanti veniva messo in discussione. C’era un’interazione continua con la soggettività dei corsisti e l’analisi delle domande e delle competenze che venivano dagli operai era alla base del lavoro dei docenti. Si studiava insieme, si facevano ricerche sull’immigrazione, la nocività in fabbrica, gli infortuni, la speculazione edilizia, si facevano gruppi di lavoro. In matematica si partiva dalla busta paga e da quella poi si imparavano le frazioni, le proporzioni, tutto. Lavoravamo in stretta collaborazione col sindacato, ma ricordo certe volte che i nostri studenti erano fortemente critici con le scelte del sindacato. Si facevano assemblee.

Ricordo quando venne un giovane operaio del Sud e gli altri videro che aveva disegnato delle svastiche sul quaderno. Ne parlammo in classe. Lui era spaventato, temeva di essere picchiato, invece riuscimmo a trasformare questo “incidente” in un’occasione: invitammo Giovanni Pesce, un vecchio partigiano che abitava in zona: fu un incontro importante, che ripetemmo. Lo stesso giovane capì bene di cosa si parlava. Proiettammo il film “Il sole sorge ancora” sulla resistenza, invitando gli studenti del liceo vicino.

Quando poi cominciarono ad arrivare sempre più donne, negli anni seguenti, emersero nuove domande, nuovi temi da affrontare in classe, come la sessualità, le relazioni in famiglia, i rapporti uomo/donna. Inoltre ci organizzammo con delle volontarie per poter accogliere, in un’aula a fianco, i loro bambini. Da questo punto di vista il preside della Scuola Media Lombardini (zona Romana di Milano) ci lasciò fare molto, anche il ciclostile era sempre a nostra disposizione. Con le donne costruimmo una relazione con il consultorio, sapevamo da quale dottoressa potevano andare. Ci davamo del tu, io feci anche la corsa nei sacchi con loro, e sì che ero la più vecchia del gruppo degli insegnanti. Tra noi c’era molto entusiasmo, lavoravamo insieme anche fuori da scuola per prepararci, spesso casa mia era piena di insegnanti, si mangiava insieme, si discuteva animatamente per ore.

C’erano anche i corsi di alfabetizzazione, con bravi insegnanti che facevano il lavoro per prepararli ad entrare nel nostro corso, in preparazione della terza media. Si collaborava molto. Dopo di noi invece c’erano delle scuole serali, dei bienni per poter seguire le superiori. Alcune volte andammo tutti insieme in manifestazione, ricordo quella per Fausto e Iaio, si uscì tutti, il preside disse: “Va bene, basta che anche il sindacato sia d’accordo”.

Mi sembra che si sia perso molto di questo lavoro. Quando successivamente lavorai (come psicoterapeuta) con i ragazzini stranieri, scoprivo che nella scuola che frequentavano studiavano cose lontanissime dalla loro realtà. Noi volevamo lavorare su tutte le competenze che loro già avevano. Per esempio, dicevamo “dalle storie alla storia”: dalle loro vite, esperienze, alla storia. Le “storie di vita” degli operai che frequentavano i nostri corsi erano il punto di partenza, seguito da un dibattito collettivo, perché ognuno fosse consapevole di essere “portatore di storia” Questa cosa non si fa quasi più, andrebbe recuperato quel tipo di lavoro che facevamo, ricordo che c’era un libretto di Gilli che spiegava come fare ricerca (G.A. Gilli, Come si fa ricerca. Guida alla ricerca sociale per non specialisti. Milano, Oscar Mondadori, 1975, ndr).

I primi tempi dalla nascita delle 150 ore i sindacati ci invitavano alle assemblee nelle grandi fabbriche e noi spiegavamo il progetto, le modalità e i tempi della scuola. Nell’ultimo periodo, i primi anni Ottanta, questa “onda lunga” era terminata, l’impegno del sindacato era diminuito, ricordo che dovevamo fare pubblicità ai nostri corsi, andavamo anche nei mercati, all’ortomercato e nelle piazze con volantini, banchetti e megafono e spiegavamo in cosa consistessero le 150 ore.

Nella mia famiglia sono stati bravi, i miei figli mi hanno aiutato tanto, io uscivo alle due di pomeriggio e tornavo di sera, anche tardi. È stata un’avventura e ne ho un ricordo bellissimo.

Successivamente, una volta in pensione, mi sono occupata di migranti e l’esperienza delle 150 ore è stata fondamentale, preziosa come prassi, modalità di ascolto.

Io mi sono divertita nella mia vita, ho avuto una vita movimentata, casa nostra era aperta; a casa nostra è passata mezza Democrazia Proletaria, dormivano ovunque, sul tappeto, coi sacchi a pelo. I nostri figli ci hanno tenuti “allegri”. Certo che Genova 2001 è stata dura.


Dela Ranci al termine ci accompagna in un corridoio con dei lunghi e vecchi armadi, ci spiega che lì dentro ha molto materiale su quello che fecero in quegli anni (temi degli studenti e lavori di gruppo, storie di vita, progetti, programmazione, verbali delle riunioni di equipe e delle assemblee, cartelloni, manifesti, libri, appunti, volantini e tanto altro). Gli armadi non si riescono più ad aprirepazienza, torneremo. Grazie Dela.

Dimenticavamo qualche nome: Dela Ranci sposò nel 1957 Carlo Agnoletto (il quale durante il fascismo fu espulso da tutte le scuole del regno per non essersi alzato davanti al “federale” mentre tutta la scuola intonava “Giovinezza”.), ed ebbe quattro figli: Vittorio, Maria Giulia, Paolo e Stefano. Tutto torna…