Regra 34

Regra 34 della regista brasiliana Julia Murat, il film vincitore del Pardo d’Oro, racconta di una giovane donna, Simone, che mentre frequenta un corso di giurisprudenza sulla violenza sulle donne e si prepara con passione per un futuro professionale concentrato sulla difesa delle vittime, sviluppa sempre più i propri interessi sessuali verso un mondo di erotismo e di violenza. Si guadagna da vivere davanti ad una webcam con filmati erotici che nel tempo scivolano sempre più verso pratiche violente che la spingono a forzare ogni limite, a rischiare di dimenticarsi delle regole e dei principi sui quali si sta formando professionalmente e a mettere a rischio la propria vita. Quando si presenta la possibilità di passare dalla webcam all’incontro diretto con i clienti, le contraddizioni e le domande che sorgono da una vita che scorre su due binari tra loro paralleli e separati si amplificano e investono con forza gli spettatori.

Tante sono le domande che emergono dalle discussioni che si sviluppano tra i protagonisti, sia in ambiente accademico, sia davanti alla webcam. Qual è il confine tra responsabilità individuale e responsabilità sociale? Se il figlio di un padre alcoolizzato e abituato a picchiare la moglie, diventato adulto a sua volta maltratta la compagna quanta responsabilità ha? Quale può essere la distanza accettabile tra convinzioni culturali e visione sociale da una parte e comportamenti privati dall’altra? Si può difendere le donne dalla violenza patriarcale, ma poi a propria volta giocare con la violenza su se stessa e praticare la prostituzione? Qual è il limite da non oltrepassare? La violenza praticata sull’altro, o c’è una responsabilità anche per le reazioni e i pensieri che possono sorgere nella mente di chi assiste agli spettacoli davanti alla webcam?

Il titolo deriva dalla Regola 34 di Internet, secondo la quale se una cosa esiste, allora ne esiste anche la sua versione porno. Per “regole di Internet” ci si riferisce a un elenco di regole non ufficiali, citate in modo informale dagli utenti della rete. Nel tempo citare la Regola 34 è diventato sempre più frequente a causa dell’onnipresenza della pornografia nel web.

A Locarno i critici si sono chiesti quanto questo film, la cui protagonista è nera, avrebbe potuto favorire ulteriormente una campagna razzista da parte di Bolsonaro contro la pornografia e la depravazione dei costumi. La regista ha reagito affermando che il film, che sarà vietato ai minori di 18 anni, si inserisce nei “dibattiti sul genere, la razza e il decolonialismo suscitati dal movimento black in Brasile, rilevatori di un sistema oppressivo che ci tiene bloccati”. Non ha escluso però che nell’attuale campagna elettorale presidenziale Bolsonaro possa strumentalizzare il suo lavoro, che ha anche beneficiato di fondi pubblici governativi.

A me resta qualche dubbio sull’attribuzione del Pardo d’Oro a Regra 34. C’erano altri film che potevano essere valorizzati maggiormente, e, come accade in casi simili, è difficile scacciare completamente il sospetto che tale scelta sia stata in parte condizionata dalla ricerca di un clamore mediatico connesso al tema affrontato e al realismo delle immagini. Ma è solo il mio parere ed io non sono un critico cinematografico.

Tengo suenos electricos

Tengo suenos electricos ha fatto incetta di premi: Pardo per la miglior regia, (Valentina Maurel) per la miglior interpretazione femminile (Daniela Marin Navarro) e per la miglior interpretazione maschile (Reinaldo Amien Gutierrez). Premi meritati per un film che affronta il complesso rapporto tra padre e figlia adolescente dopo il divorzio dei genitori.

La giovane Eva è in continuo conflitto con la madre, intenta a ristrutturare la casa simbolo di un nuovo inizio dopo la separazione e a sbarazzarsi del gatto che urina ovunque. Anche la sorellina piccola non riesce a trattenere l’urina quando il rapporto tra i genitori o con il padre raggiunge alti livelli di stress o di conflittualità. Il padre appare disorientato: attratto da una vita non più segnata da doveri quotidiani, è tentato dal vivere una seconda adolescenza, ma contemporaneamente è divorato da una profonda rabbia e aggressività. Eva in questo mare in tempesta cerca una sua identità, come tutti i coetanei, tentando di trovare nella figura paterna almeno un temporaneo rifugio dal quale è continuamente e contraddittoriamente attratta e respinta.

La crescita culturale e affettiva, come le prime esperienze sessuali, devono fare i conti con l’assenza di qualunque contenitore sociale e di qualunque punto di riferimento, mentre il rapporto con la madre perde sempre più importanza e quello con il padre spesso si realizza a ruoli alternati su chi incarna la figura adulta.

Un ritmo serrato, capace di alternare tensione emotiva con momenti di sorriso, interpretazioni di altissimo livello e temi tutt’altro che distanti dalla nostra vita quotidiana.

Baliqlara xutbe (Discorso ai pesci)

Baliqlara xutbe (Discorso ai pesci) del regista azero Hilal Baydarov ha ricevuto meritatamente la Menzione Speciale della Giuria. Il film fa parte della trilogia War Tales e narra il ritorno di Davud dalla guerra; quando giunge al suo paese scopre che i compaesani sono tutti morti a causa di una strana malattia. L’unica sopravvissuta è la sorella, il cui corpo sta scivolando verso la morte. Davud è tormentato dai ricordi di guerra, dalla responsabilità che sente dentro di sé per la morte dei suoi compagni, mentre il suo comandante gli appare come in un sogno, dove realtà e fantasia si confondono. La sorella sembra quasi integrarsi e parlare con la natura circostante, in una cornice delimitata dagli interrogativi esistenziali sulla vita e la morte. I pesci, unica fonte di sostentamento, cominciano a morire a causa dell’inquinamento dei vicini pozzi estrattivi nei quali il padre di Davud ha trascorso la sua vita lavorativa.

Quando Davud arriva al villaggio si rivolge alla sorella con queste parole: “Noi abbiamo vinto la guerra” e lei risponde: “Tutti quelli che tu conoscevi sono morti”. In questo scambio di battute è racchiuso il centro della riflessione di questo lavoro che, senza alcuna parola gridata, mostra le conseguenze della guerra e del disastro ambientale, tragedie sulle quali si sovrappone un’imprecisata malattia. I tre drammi che oggi vive l’umanità.

L’opera di Baydarov rimanda alla predica di S. Antonio da Padova ai pesci: siamo nel XIII secolo, Antonio si trovava a Rimini, in quel momento punto di riferimento di gruppi di eretici che non ascoltavano le sue prediche. Allora lui decise di rivolgersi ai pesci, i quali sporgendosi si misero in posizione d’ascolto. L’evento richiamò molta gente e tanti abbandonarono l’eresia.

Un film poetico, nel quale i ritmi sono determinati dai rumori della natura dalla quale trae origine il lavoro di Baydarov. “Ero così stanco che sono andato nel bosco e mi sono seduto sotto una quercia. Ho sognato tanto e poi ho deciso di fare un film come un sogno…”

Matter out of place – Materia fuori luogo

Matter out of place – Materia fuori luogo, del regista austriaco Nikolaus Geyrhalter, ha vinto il Pardo Verde WWF; il film documenta il tragitto dei rifiuti verso le zone dove vengono depositati o verso gli impianti nei quali vengono lavorati, illustrando il grande lavoro necessario e la quantità di persone coinvolte. Il regista fa un vero e proprio giro del mondo, attraversando tutti i continenti, dagli atolli con i villaggi superlusso sulle isole dell’oceano, alle grandi megalopoli del sud del mondo, ai paesi di alta montagna, ai moderni impianti di alcune nazioni europee. L’impressione è quella di essere sopraffatti dai rifiuti. “La spazzatura è un simbolo di come l’umanità si stia sviluppando….”scrive il regista.

Un documentario interessante, anche istruttivo per grandi e piccoli. Forse qualche spiegazione/commento in più sul ciclo dei rifiuti, su come diminuirne la produzione e su come gestire i trattamenti non sarebbero stati superflui in un film che legittimamente aspira a svolgere un ruolo pedagogico.