Gli scorsi giorni Torino è diventata il centro gravitazionale dell’attivismo ambientale, ospitando giovani ed esperti da tutto il mondo per un campeggio climatico, in contemporanea con il secondo raduno europeo dal vivo dei Fridays for Future. In una delle estati più calde di sempre per il nostro continente, la lotta contro i cambiamenti climatici non può prescindere dalle rivendicazioni dei Paesi del Sud globale, la cui voce è rimasta a lungo inascoltata. E se per invertire la rotta occorresse innanzitutto un cambio di prospettiva?

Per alcuni popoli del mondo quella delle migrazioni è una narrazione dolorosa, di abusi, vecchi retaggi coloniali e rinnovati slanci del capitalismo occidentale. È vero, “partire e restare – scrive l’antropologo Vito Teti – sono i due poli della storia dell’umanità”. Siamo nati per migrare e al contempo per rivendicare fermamente il diritto di rimanere.

Ma il punto è come riuscire a difendere questo diritto violato, specialmente nei luoghi maggiormente depredati e sfruttati della Terra, dove gli effetti dei cambiamenti climatici tracciano più che altrove una netta linea di demarcazione tra salvezza e sopraffazione. In certi angoli del pianeta la devastazione dovuta alla crisi ambientale ha ormai reso la vita umana pura lotta per la sopravvivenza.

Di fronte all’ingiustizia climatica che ridisegna rapidamente la geografia dei paesi del Sud e del Nord del mondo collocandoli in posizioni di svantaggiose subalternità, i movimenti ambientalisti sorti negli ultimi anni cercano nuove risposte. Ma soprattutto stanno compiendo lo sforzo di ridefinirsi dal proprio interno, affinché la lotta per il clima diventi inclusiva e globale e mai più solo bianca ed eurocentrica.

Ecco dunque la necessità di un cambio di prospettiva: è quanto emerso chiaramente dai giorni di dibattito sulla crisi climatica ospitati a Torino la scorsa settimana, in occasione del Climate Social Camp e del secondo raduno europeo dei Fridays for Future. Dallo scoppio della pandemia, i ribelli del clima non si erano mai più incontrati per discutere tutti insieme di giustizia climatica e sfide globali. L’appuntamento di Torino, culminato nel corteo per le strade del capoluogo piemontese, è stato solo un assaggio di quanto riserverà l’autunno, a partire dallo sciopero globale per il clima, previsto il prossimo 23 settembre.

MAPA, LA DELEGAZIONE PIÙ IMPORTANTE

Il fragore delle proteste della generazione verde si è unito alle voci di un piccolo gruppo di attivisti e attiviste, rappresentanti dei popoli e delle aree più colpite dalla crisi climatica. I paesi del Sud globale – identificati con l’appellativo di MAPA (Most Affected People and Areas) – sono stata forse la delegazione più importante giunta a Torino: sono quelli costretti a pagare il prezzo più alto per la crisi in atto e chiedono che venga loro riconosciuto il diritto a combattere in prima linea nella lotta al cambiamento climatico.

Non a caso si sceglie di dar loro la parola per primi, per spingere l’orizzonte del dibattito al di fuori degli angusti confini del continente. Questi attivisti arrivano dal Sud-est asiatico, dall’America Latina e dall’Africa. Hanno poco più di vent’anni come i compagni giunti dal resto dell’Europa.

Con voce ferma Michellin Sallata, venticinque anni, attivista per Fridays for Future in Indonesia, parla alla platea della Ken Saro-Wita Arena al Parco della Colletta, in un tavolo dedicato ai legami profondi tra crisi climatica, migrazioni e colonialismo. Soppesa ogni parola, senza incertezze. A Torino è la portavoce del suo popolo indigeno, i Toraja e del Global Alliance of Territorial Communities, una rete di comunità locali che comprende ventiquattro paesi dal Brasile all’Indonesia, impegnati nella tutela di più di 958 milioni di ettari di foresta tropicale.

Al contrario dei canonici novanta giorni di visto, l’ambasciata gliene ha concessi solo otto per muoversi liberamente nell’area Schengen. «La lotta contro i cambiamenti climatici viene osteggiata in tutti i modi. È stato molto difficile arrivare qui di fronte a voi», denuncia la giovane attivista. «In questo mondo noi popoli indigeni non abbiamo alcun potere. Siamo costretti a lasciare le terre di cui siamo custodi e a emigrare nelle città, dove non ci attende una vita facile con le stesse prerogative degli altri».

È evidente, la lotta al cambiamento climatico non può che fondarsi sull’alleanza tra i due mondi: le rivendicazioni del Sud globale da un lato e la solidarietà del resto dei Paesi dall’altro. «Noi siamo in grado di proteggere le foreste che abitiamo da sempre. Questo è il nostro unico potere. E voi – dice Sallata alla platea – potrete mai restituirci un giorno le terre di cui siamo stati privati?».

Le sue parole aprono un varco: sono affilate, arrabbiate, dolorose. Dall’Uganda l’attivista Patience Nabukalu si inserisce nel solco tracciato dalla compagna e racconta delle battaglie contro la costruzione dell’oleodotto Eacop (East African Crude Oil Pipeline). Questo gigantesco spartiacque tra Uganda e Tanzania è una delle opere infrastrutturali più mastodontiche e contestate di tutto il continente africano: una pericolosa minaccia per gli ecosistemi.

Nabukalu fa una denuncia sofferta: «Vogliamo che sentiate la nostra voce. Abbiamo perso tutto: cultura, terre, speranza. Non siamo responsabili del cambiamento climatico eppure siamo tra i paesi che ne soffrono di più le conseguenze. Enough is enough. Stand with us». Il suo è l’imperativo categorico a combattere insieme una lotta urgente quanto vitale.

IL SUD GLOBALE NON CI STA: “BASTA PARLARE PER NOI”

Quella al cambiamento climatico, che ci piaccia o no, è prima di tutto una battaglia del Sud globale, innescata dalle politiche scellerate del Nord del mondo e combattuta sulla pelle dei paesi più colpiti dal cambiamento climatico. In questa lotta dobbiamo fare un passo indietro e non prevaricare chi ha forse più diritto di noi di stare in prima linea. L’avvocato e attivista nigeriano Peter Emorinken Donatus, emigrato in Germania ormai trent’anni fa, non usa mezzi termini mentre incalza la platea: «Smettetela di parlare per noi e di sovrastare le nostre voci».

Il Sud globale reclama il proprio diritto di parola e denuncia i crimini ambientali compiuti dalle multinazionali negli interessi dei Paesi più ricchi. «Forse non saremo mai considerati uguali, ma pretendiamo uguaglianza», prosegue l’attivista nigeriano. «Si dicono un mucchio di menzogne sulle migrazioni: non esiste alcuna reale distinzione tra rifugiati politici e migranti economici. Perché l’epicentro del 90% dei flussi migratori oggi sono le aree del nostro pianeta più colpite dai cambiamenti climatici. È su questo che si deve riflettere».

In certi angoli del pianeta la devastazione dovuta alla crisi ambientale ha ormai reso la vita umana pura lotta per la sopravvivenza.

DEBITO ECOLOGICO E CRISI CLIMATICA

La lotta ai cambiamenti climatici implica un ribaltamento dello status quo e un atto di coscienza da parte dell’Occidente, principale responsabile della crisi che viviamo. Secondo Esteban Servat, biologo argentino e attivista ambientale, per vincere questa battaglia è necessario annullare i debiti finanziari dei Paesi del Sud globale, affinché si arresti l’estrazione sconsiderata dei combustibili fossili e questi paesi abbiano le risorse necessarie da destinare alle politiche di tutela ambientale e adattamento.

«Nel Sud globale le agende dei Paesi del Nord del mondo non sono altro che slogan vuoti. Quella climatica è innanzitutto una questione coloniale e capitalistica. Ecco perché annullare il debito di questi Paesi equivale a provare a vincere la battaglia contro i cambiamenti climatici», dichiara fermamente Servat. Per un principio di compensazione si baratterebbe il debito finanziario del Sud globale con il debito ecologico che il Nord del Mondo ha contratto da tempo.

Per Servat la “diplomazia del debito” è una trappola attraverso cui i Paesi del Nord globale perpetrano lo sfruttamento coloniale sul Sud del mondo e al tempo stesso alimentano lo sviluppo delle industrie fossili. Come nel caso dell’Argentina, che per ripagare il suo debito estero sta sfruttando il giacimento di Vaca muerta sacrificando la provincia di Mendoza al fracking e a enormi progetti estrattivi di gas. «Il debito è il minimo comune denominatore dietro l’espansione dell’estrattivismo nel Sud», prosegue l’attivista argentino.

Il giacimento di Vaca Muerta è una carbon bomb i cui danni ambientali erano stati appurati da studi scientifici poi secretati dal governo argentino. Servat ha reso pubblici i documenti su un sito aperto in cui denunciare le verità ambientali, EcoLeaks, oggi diventata la pagina Facebook sulle questioni ambientali più seguita in Argentina. Da questa pubblicazione sono nate proteste della popolazione e campagne di sensibilizzazione contro lo sfruttamento del mega giacimento di Vaca Muerta. In seguito a crescenti attacchi e diverse minacce di morte, Serbat ha dovuto lasciare l’Argentina ed emigrare in Germania nel 2019.

DALLA PROSPETTIVA DELLA FRONTIERA

La lotta al cambiamento climatico da sola non basta. Deve intersecarsi ad altre fondamentali rivendicazioni come la libera circolazione dei popoli, minare meccanismi coloniali replicati tuttora nelle politiche migratorie dell’Occidente. Ancora oggi la linea del colore della pelle, che modula confini politici e geografici, rivela il volto spietato dell’Europa, tra la retorica dell’accoglienza da un lato e il confinamento dei profughi lungo le frontiere dall’altro.

La stessa tassonomia delle migrazioni non fa altro che generare categorie che riproducono a loro volta vecchie gerarchie coloniali. Per vincere tali disuguaglianze il movimento per la giustizia climatica deve abbracciare la lotta per la libertà di movimento, contro ogni ricatto e abuso quali forme di controllo dei confini. Ma per le aree e i popoli più colpiti dai cambiamenti climatici è nel diritto a restare che risiede la speranza di una giustizia ambientale.

«Il diritto alla libertà di movimento è sacrosanto, ma quello a restare a casa propria resta un miraggio, perché voi avete distrutto le nostre terre», denuncia alla fine Peter Emorinken Donatus. «Ci tengo a dirvi una cosa. Il mio nome africano racconta meglio di qualsiasi cosa la storia della mia gente. Significa letteralmente “la verità sopravvive a tutto”, anche a secoli di sopraffazioni. La lotta per la giustizia climatica non è un’invenzione dell’Europa: è la nostra battaglia, non potete più ignorarlo». È questo il grido che giunge dal Sud globale, che non intende mai più restare in disparte.

 

 

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