I giovani attivisti per il clima in Ucraina hanno paura. La guerra si sta intensificando di ora in ora e non sanno cosa succederà. Ci chiedono: “Abbiamo bisogno che tu sia lì per noi. Invitiamo Friday for Future a protestare globalmente, questo giovedì, per la fine di questa guerra!” Ci uniamo a loro contro questa e contro tutte le guerre, rappresaglie e violenze che imperversano il globo.

Negli ultimi giorni abbiamo ricevuto accuse di ogni tipo, ci è stata data la colpa del conflitto e della povertà energetica per aver chiesto una transizione equa e un mondo diverso. Siamo sempre stati definiti “i giovani che vogliono salvare il Pianeta”. Invece, no, non lo siamo. Non è la Terra a dover essere salvata. E’ chi la abita. E’ la vita. E’ l’umanità. Noi.

Un pianeta ecologicamente sano ma attraversato da guerre e violazioni dei diritti umani non è il pianeta che vogliamo. Ripudiamo la guerra, lo sfruttamento e l’oppressione in tutte le sue forme. Un pianeta sano e vivo non potrà mai coesistere con qualsiasi conflitto armato, inutile, devastante.

L’abbiamo sempre detto: non usciremo dalla crisi climatica senza giustizia climatica. E la giustizia climatica è giustizia sociale.

Nella sua nota poesia “La guerra che verrà”, Brecht dice questo:
“Fra i vinti la povera gente faceva la fame.
Fra i vincitori faceva la fame la povera gente egualmente”

Come nella crisi climatica, nella guerra a rimetterci sono al solito le persone più fragili e per la quale non hanno alcuna responsabilità.

Questo tipo di scontri e di scelte sono portate avanti dagli stessi individui e interessi che ci stanno trascinando nella crisi climatica e, come se non bastasse, la causa della crisi climatica – i combustibili fossili come il gas – è anche tra le principali cause di guerre e conflitti, e i profitti fossili finanziano dittatori e armi in tutto il mondo. Liberarci il prima possibile da questa dipendenza permetterà di non finanziare missili, armi e invasioni. Liberarsi da questa dipendenza crea le condizioni per una maggior giustizia.

Siamo di fronte ad un bivio: possiamo “non scegliere”, continuando con il business as usual che ci ha portato a questa e ad altri crisi, e cioè continuare a investire in infrastrutture (TAP) e combustibili fossili che comunque ci manterranno dipendenti da altri Paesi (oggi la Russia, e domani?) e che non avranno benefici immediati sulle bollette e tanto meno benefici sul clima (e quindi su di noi). Oppure possiamo scegliere di fare la cosa giusta e investire il più velocemente possibile in fonti rinnovabili, che vengono troppo spesso rallentate da problemi puramente burocratici, e che possano realmente darci indipendenza e stabilità energetica, una rapida azione per il contrasto alla crisi climatica, un immediato beneficio sul numero di morti causati dall’inquinamento (8 milioni di morti al mondo ogni anno), e un beneficio a lungo termine sulle morti causati da conflitti armati.

Per questo non accetteremo un mondo in cui si fanno affari con guerrafondai di ogni tipo per mantenere il nostro stile di vita insostenibile. Non accetteremo che, perché l’1% del mondo rimanga ricco nella sua bolla dorata, la maggior parte delle persone su questo pianeta rimanga continuamente tanto vittima di conflitti quanto di eventi climatici estremi, sfruttamento e discriminazioni. La causa di questi tremendi fenomeni è da ricercare anche nell’estrattivismo praticato ai danni di popolazioni ed ecosistemi, ossia l’estrazione continua di risorse e materie prime, spesso con scarse tutele per lavoratori e ambiente. L’unico scopo è il profitto di pochi a discapito della disponibilità di risorse che dovrebbero essere di tutti e delle generazioni future, senza che si tenga conto dei limiti fisici del pianeta.

Questa guerra è legata alla crisi climatica, ed è la prova tangibile che al cambiamento climatico si può rispondere solo con un cambiamento di sistema. Al capitalismo fossile che finanzia la guerra si può rispondere solo con un rovesciamento radicale di quella che ci è stata spacciata da sempre come “normalità”.

Ieri è stata rilasciata la seconda parte del sesto rapporto sui cambiamenti climatici dell’IPCC, che riunisce la migliore scienza sul clima. Dice che ci sono da 3,3 a 3,6 miliardi di persone che vivono in zone potenzialmente ad alto rischio climatico. Dove sono le misure di emergenza? L’unica risposta che i cosiddetti “leader” sanno dare è alimentare altri conflitti e mettere a rischio altre persone?

Non vogliamo più ricevere pacche sulle spalle per essere i “giovani che salvano il pianeta”, ma neanche l’umanità. Non siamo noi “giovani” a poter salvare tutto. Non così.

Ci salveremo con le piazze. Piazze collaborative, sinergiche, intersezionali.
Ci salveremo facendo rumore, più rumore delle esplosioni di conflitti in giro per il mondo.
Ci salveremo anche facendo silenzio, ascoltando chi ne sa più di noi. Passando il microfono alle persone da sempre sfruttate, razzializzate, discriminate.
Ci salveremo ricordandoci a vicenda che un mondo diverso non è solo possibile, ma estremamente necessario. E che otterremo un cambiamento radicale solo con una lotta intersezionale e profondamente collettiva. Una lotta di tutte e tutti. Perché il potere è davvero dei popoli. Dobbiamo solo riprendercelo.