La scuola rappresenta il luogo in cui l’individuo cresce, impara a relazionarsi, si sperimenta in relazione alle proprie abilità e competenze, apprende importanti nozioni e metodi che lo mettono in grado di esprimersi al meglio e di comunicare formando la propria unica soggettività.

La scuola è il luogo del confronto, del dialogo, della crescita umana, dello scambio inter e infra generazionale.

La scuola è il luogo nel quale potere accogliere il diverso-altro da sè, per razza, cultura, religione, abilità fisiche e psichiche.

La scuola è il luogo delle norme, della progettualità, dei programmi che vengono calati e concepiti secondo l’indole e l’unicità di ogni persona.

La scuola è il luogo dove si presentano le prime criticità, si affrontano i primi passi verso l’autonomia, si evidenziano passaggi epocali che ispirano riflessioni e trasformazioni altrettanto epocali, sociali, politiche, culturali.

La scuola è il territorio di confine fra l’individuo e la società, punto di raccordo e di snodo, estuario a delta che espande dal fiume della rete famigliare al mare del mondo relazionale.

La progettualità, la capacità di entrare in relazione fra pari e con gli adulti, la possibilità di individuare ed esprimere le proprie capacità e competenze, hanno dovuto fare i conti negli ultimi due anni con la condizione di emergenza a tutela della salute dovuta all’espandersi dell’infezione da covid 19.

Per contenere i contagi, la continuità delle lezioni scolastiche è stata garantita grazie alla possibilità di svolgere le stesse tramite ausili informatici, rimanendo nelle proprie case, distanziati ma in rete.

Di fronte ad un fenomeno emergenziale la didattica a distanza è stata una risposta umanamente meritoria e di grande spessore che ha visto insegnanti, alunni, genitori, attrezzarsi, ognuno secondo le proprie possibilità e competenze, per partecipare in ogni modo, per esserci. Non tutti gli studenti però sono stati coinvolti in tale piano emergenziale e molti bambini e ragazzi hanno dovuto fare i conti con un isolamento totale dalla scuola, rimanendo possibilmente imbrigliati in contesti familiari caratterizzati da gravi disfunzionalità e deprivazioni. Nel resoconto annuale del 2020 ISTAT fra marzo e giugno 2020 soltanto il 20% degli alunni di età compresa fra i 6 ei 14 anni ha potuto svolgere con continuità le lezioni a distanza.

Recentemente abbiamo assistito all’altalena fra il governo nazionale, quello regionale e i sindaci dei comuni circa l’opportunità di ricorrere alla didattica a distanza alla ripresa delle lezioni scolastiche dopo le vacanze di Natale 2021.

Scarsa attenzione sembra essere stata data alle conseguenze dell’adozione di una logica emergenziale in via prolungata e a quanto essa possa incidere sia sullo sviluppo psichico degli alunni secondo le varie età, sia sulle condizioni di disomogeneità e discontinuità dell’apprendimento cui tale logica emergenziale, la DAD, dà origine.

Dal punto di vista degli insegnanti sembrano essersi creati due orientamenti. Ci sono docenti che sentono la mancanza di tutela della salute nelle lezioni in presenza, dovendo esercitare in spazi costretti e con un numero di allievi che non consente il giusto distanziamento, che vorrebbero vedere applicato lo strumento DAD. Altri docenti sentono venire mortificato il ruolo formativo e percepiscono nell’utilizzo perpetrato della DAD lo sfaldamento del tessuto sociale, della connessione fra individuo-famiglia e territorio che soltanto l’istituzione scolastica può garantire.

Come psicoterapeuta ho potuto constatare che molti insegnanti sentono una profonda frustrazione in relazione all’impossibilità ad esercitare il loro ruolo in modo adeguato, in special modo coloro che si occupano del sostegno di alunni con disabilità che non sono facilmente raggiungibili via web.

Gli insegnanti riferiscono che la maggior parte del tempo è spesa nell’organizzazione del calendario delle presenze degli alunni in base all’andamento dei contagi, dell’assegnazione dei giorni di isolamento, del permesso da parte degli organi competenti all’attivazione della DID, della DAD, del green pass, del rientro a scuola. E’ come se fosse venuto meno il piacere di svolgere il ruolo di docente, la preoccupazione avvolge il clima relazionale che viene distorto modificato, afferma una professoressa di italiano di una scuola media di Palermo.

La mascherina, strumento di protezione della salute durante le lezioni in presenza, lo schermo, strumento di protezione durante le lezioni da remoto, divengono filtri che deviano la comunicazione verso un assetto bi-dimensionale nel quale lo spessore, la profondità di un contatto, di uno sguardo, di un sorriso, di un pensiero assorto non possono più avere spazio e luogo.

I bambini ed i ragazzi che inizialmente hanno avuto la fortuna di potere usufruire di mezzi informatici che gli hanno consentito il collegamento quotidiano alle lezioni scolastiche, anche utilizzando i telefoni cellulari dei genitori e rimanendo alcune ore a fissare un piccolo schermo, iniziano a manifestare senso di solitudine, apatia, agitazione. Esso si traduce in sintomi ansiosi, estremo affaticamento, paura sociale, insicurezza.

Ultimamente ho visitato una ragazza di 13 anni che mi ha mostrato gli avambracci ricoperti da tagli che si infligge quotidianamente. Daniela, il nome è di pura invenzione, sente il bisogno di tagliarsi per affrontare in questo modo il senso di vuoto e isolamento che percepisce. Vede il sangue, sente il dolore, che diviene un interlocutore reale e visibile di un senso esistenziale tanto quanto astratto di niente. Daniela racconta che i genitori litigano sempre. Per lei la scuola in presenza è una salvezza. Parla con le insegnanti, racconta, si fa coccolare e incoraggiare. Studia per costruirsi un futuro perché sa che qualcuno crede in lei, nelle sue capacità e anche lei comincia a crederci. La DAD, riferisce, “è come morire per me, per questo mi taglio, però poi mi sento in colpa (…) tagliarmi è terribile ma è l’unico modo per sopportare l’isolamento e la solitudine. Mi sento un problema per tutti. Ora non c’è più spazio nelle mie braccia”.

Un esempio estremo di come la DAD può lasciare che forme di maltrattamento e violenza assistita perpetrate entro le mura domestiche, permangano e si aggravino senza soluzione di continuità.

Giorgio ha sei anni, problemi nell’espressione linguistica ma comprende e si fa capire molto bene coi gesti. I genitori narrano che Giorgio durante il periodo della DAD si è come chiuso in se stesso. Stava in un angolo del divano a guardare le facce delle maestre che tentavano di stimolarne la comunicazione e sembrava rimbambito. Solo adesso comincia nuovamente a socializzare con gli altri bambini e a tentare di aggiustare il linguaggio secondo suoni e fonemi condivisi.

Esempi emblematici, ma purtroppo non così rari, di un disagio che sta iniziando a dispiegarsi nel tempo cronologico della narrazione, del passato e del presente e che necessita di essere accolto in senso trasformativo ed evolutivo, progettuale.

Dal punto di vista della salute e della tutela della stessa, che certamente è un obbiettivo prioritario, l’ottica della cura deve includere le risonanze emotive che un evento comporta. Tale integrazione è fondamentale per garantire la “tutela del benessere e della salute”.

L’ottica della cura richiede la possibilità di comprendere che le strategie emergenziali, quale la DAD rappresenta, devono avere una progettualità di presa in carico degli effetti emotivi che l’urgenza e l’emergenza mettono in campo. Tali effetti sono costituiti da una dimensione temporale dell’immediatezza e rimangono impressi nei circuiti neuronali e mnestici come forme fotografiche di memoria. Le emozioni, quindi divengono predominanti sul pensiero, invadono il senso della percezione del soggetto sia in relazione alla realtà interna che in relazione alla realtà esterna.

La “dimensione fotografica” del vissuto emotivo risulta essere cortocircuitante. Perché si possa dare luogo ad un processo trasformativo dei vissuti esperienziali intensi e dolorosi è necessario creare un contesto relazionale nel quale ci si può raccontare, ascoltare, confrontare, accogliere.

Possiamo quindi sperimentare il difficile passaggio da un’ottica emergenziale, che sembra difficile da abbandonare, ad un’impostazione progettuale che includa l’aspetto del “prendersi cura” degli affetti, dei legami, delle risonanze emotive degli eventi, senza dovere arrivare a strutturare un assetto psicopatologico.

Attualmente la sordità nei confronti delle risonanze emotivo-esperienziali a livello individuale e sociale delle misure atte al contenimento della pandemia rischia di trovarci impreparati ad affrontare una pandemia più rischiosa e invalidante il percorso evolutivo dei figli che sono il futuro da proteggere e sul quale si fonda il nostro domani.

 

l’autrice dell’articolo è psicologa-psicoterapeuta