Pressenza è costantemente impegnata a denunciare i soprusi, le violazioni dei diritti umani, il degrado che vessano i migranti rinchiusi nei campi di prigionia, identificazione e respingimento, per non dire dell’abbandono in mare; oggi vogliamo parlare invece di buone pratiche, che suscitino entusiasmo per una volta, anziché indignazione, e si propongano di esempio. Raccontiamo di Refugees Welcome Italia, una “organizzazione non lucrativa di utilità sociale” (Onlus), un’associazione apartitica, costituita nel 2015. Fa parte del network europeo Refugees Welcome International, fondato a Berlino nel 2014 e ora attivo in 12 paesi.

Sul suo sito si legge: «RW Italia promuove l’inclusione sociale di rifugiati, rifugiate, giovani migranti arrivati in Italia da minori non accompagnati, attraverso una serie di attività che prevedono il coinvolgimento diretto dei cittadini e delle cittadine: accoglienza in famiglia, mentoring, coabitazioni solidali. Cittadinanza attiva, nuove occasioni di partecipazione, costruzione di legami e di reti sociali sono i principi che ispirano il nostro operato».

Tra le sue finalità, lo Statuto del 2019 individua: la crescita della consapevolezza nella comunità verso migranti, rifugiati, senzacasa; la crescita della solidarietà e del mutuo aiuto; la comunicazione fra culture diverse; la lotta ai pregiudizi.

Ci spiega Francesca Citarrella, referente territoriale del gruppo di Palermo: <<Si tratta di una rete nazionale che si occupa di ospitalità diffusa ovvero di connettere famiglie disposte ad ospitare e giovani migranti, in una reciproca esperienza di convivenza costruttiva. Vogliamo promuovere un cambiamento culturale e un nuovo modello di accoglienza. Crediamo che l’ospitalità in famiglia, in casa propria, sia il modo migliore per facilitare l’inclusione sociale dei rifugiati nel nostro Paese e per combattere pregiudizi e paure, ma soprattutto sia una testimonianza viva di resistenza all’esclusione sociale, all’odio e al razzismo.

L’accoglienza in famiglia può essere un’esperienza decisiva per l’autorealizzazione. Vivere con persone del luogo aiuta i rifugiati a sentirsi parte di una comunità e a comprendere più rapidamente il contesto sociale e culturale del nuovo Paese. Potranno creare più facilmente una rete di rapporti sociali, migliorare la conoscenza della lingua, investire in un proprio progetto di vita, per esempio riprendere a studiare, trovare un lavoro, frequentare un corso di formazione professionale. L’accoglienza in famiglia favorisce l’espressione della personalità, la partecipazione e il raggiungimento della serenità.>>

Tra le attività di RW Italia citiamo: la promozione della coabitazione tra giovani italiani e stranieri con la condivisione delle spese; il mentoring, finanziato anche dall’UNICEF, ossia la guida e l’indirizzamento da parte di adulti italiani nei confronti di neomaggiorenni immigrati; iniziative di aggregazione, come feste gite tornei sportivi; consulenza giuridica e sindacale e accompagnamento sociale (nella ricerca di casa, scuola, lavoro, nella tutela della salute, nonché nell’espletamento dei nostri farraginosi iter burocratici) e, più di recente, il tutoraggio e la promozione di accoglienza familiare per MSNA (minori stranieri non accompagnati) nonché l’affido.

RW è presente in quasi tutte le regioni italiane, ma più al Nord: 17 le regioni coinvolte, 30 le città, 300 le convivenze attivate. È strutturata dal basso in forma democratica: c’è un coordinamento nazionale, espressione delle singole realtà locali, cui fare riferimento, ed oltre alle riunioni periodiche dei vari referenti si tengono assemblee plenarie aperte, cui si può partecipare anche on line. Attualmente è in discussione una sorta di allargamento dello sguardo a tutti i problemi della diseguaglianza e dell’inclusione e ci si interroga sulle strategie più efficaci per incidere sulle istituzioni.

RW si è mossa a partire dalla consapevolezza che i minori stranieri sono protetti dalla legge italiana più dei ragazzi ultradiciottenni: godono di un permesso di soggiorno per motivi umanitari o per minore età, sono accolti in case-famiglia o assegnati all’affido familiare, viene garantita loro la scolarizzazione. Ma appena divenuti neomaggiorenni devono confrontarsi con la giungla, burocratica e non solo, della società ospitante, ma non ospitale, a partire dalla necessità di convertire il permesso in uno nuovo per motivi di studio o lavoro oppure in diritto d’asilo (ne ha già scritto qualche mese fa Ousman Drammeh, giovane mediatore culturale gambiano*). Di qui l’ideazione del progetto di Mentoring “Fianco a fianco” sostenuto, e da poco rifinanziato, dall’ONU: il giovane adulto immigrato – si tratta soprattutto di maschi, specie se di religione musulmana – mantiene la sua autonomia, ma trova nella guida italiana un amico oltre che un consigliere. Le assegnazioni, come per l’ospitalità e gli affidi, sono proposte dagli attivisti incaricati, dopo attenti colloqui con gli interessati. Ai due, poi, l’associazione offre un “facilitatore” pronto a mediare in caso di eventuali difficoltà affettive o equivoci (rarissimi) nella comunicazione e ad introdurre alle istituzioni necessarie a risolvere i problemi (sindacati, caaf, avvocati, Comune, etc.). Mentori e mentees inoltre si incontrano periodicamente per comunicare e confrontare le proprie esperienze e questo aiuta davvero a crescere gli uni e gli altri. Nella relazione, la soddisfazione, il calore, la gioia, l’empatia sono reciproci.

Sia il sito Refugees-Welcome.It sia la pagina Facebook riportano tante storie.

Eccone qualche cenno. Una coppia gay accoglie il giovane Samuel creando una famiglia arcobaleno e confessa: «Avevamo paura di non trovare qualcuno che accettasse in pieno la nostra omosessualità, ma Samuel ha dimostrato subito una mentalità aperta e un atteggiamento protettivo nei nostri confronti rispetto a chi può avere pregiudizi». Tutti e tre lavorano e si incontrano solo a sera per cenare e discorrere insieme.

Una ventenne nigeriana con un bimbo di quattro anni riceve come mentore una neomamma palermitana, la quale afferma: «Questo programma di mentoring funziona perché ti consente di seminare bellezza nella tua vita, in base al tempo e alle esigenze che hai».

E concludiamo con l’esperienza di Modou, che ha trovato accoglienza e lavoro, dopo la Libia, in una fattoria siciliana: «Non avevo mai avuto modo di vedere da vicino dei cavalli. Sono animali davvero affascinanti e prendermene cura mi dà serenità. Mi piace stare con loro e lavorare all’aria aperta. Vorrei diventare istruttore e credo che, con impegno e dedizione, potrei riuscirci».

Altri hanno intrapreso carriere sportive o mestieri diversi, da sarto a pizzaiolo, o intendono proseguire gli studi fino all’Università.

Il progetto “Fianco a fianco” è ancora in essere e chi vuole parteciparvi (è meno impegnativo della convivenza) può trovare i contatti sul sito web di RW o sulla sua pagina Facebook.

 

 

*Ousman Drammeh, Essere stranieri in Italia, essere gettati a vivere per strada