La notizia era già nell’aria e il 9 dicembre è arrivata la conferma. La mobilitazione sindacale più grande, lunga, compatta, eroica che mai si sia vista in tutti i sensi sulla faccia del pianeta ha proprio vinto su tutti i punti in contenzioso è può dirsi quindi conclusa. Ne ha dato conferma un comunicato del SKM (Samyukt Kisan Morcha, Fronte unitario contadino, la coalizione di oltre 30 cartelli sindacali che per oltre un anno ha guidato la protesta) che è stato diffuso nel tardo pomeriggio di giovedì e che in estrema sintesi dice: le nostre richieste sono state accettate dal governo anche ufficialmente, e quindi possiamo andare a casa. 

E così, dopo le prime manifestazioni di giubilo al suono del bhangra music tipico del Punjab, il week end è trascorso nelle operazioni di sgombero di quegli accampamenti che erano cresciuti come vere e proprie cittadelle tutt’intorno a Delhi dal giorno in cui, il 26 novembre dell’anno scorso, erano calati dalle campagne settentrionali dell’India i primi convogli di protestanti, stipati come sardine dentro camion, suv, trattori sventolanti di bandiere. Per la verità la protesta, come abbiamo raccontato in più occasioni (in particolare quì) era già in corso da mesi a causa della cronica situazione di sofferenza delle campagne indiane, e particolarmente nello stato del Punjab, che vanta un considerevole numero di suicidi per debito. Ma si era acutizzata e organizzata quando nel settembre 2020 il Governo di Narendra Modi aveva imposto quelle contestate tre leggi miranti a liberalizzare il settore agricolo dell’India, senza prevedere alcun dibattito in Parlamento, né consultazione con le rappresentanze del settore contadino – un settore che, come è noto, quantifica una popolazione di ca 700 milioni di indiani, tra proprietari medi, piccoli e piccolissimi, e le relative famiglie, dipendenze, maestranze.

E per l’appunto il 26 novembre del 2020 (data non qualunque per l’India, perché commemora il giorno in cui nel 1949 venne varata la Costituzione, scritta tra gli altri da Ambedkar) eccoli arrivare dalle più remote campagne del Punjab, dell’Haryana, persino dall’Uttar Pradesh (tradizionalmente molto favorevole al BJP di Modi), determinati a portare la loro protesta al Parlamento indiano, nel cuore di Delhi.

Vennero fermati molto prima dall’intervento delle Forze dell’Ordine: lacrimogeni, idranti, invalicabili jersey, le immagini di quegli scontri, tra forze di polizia in tenuta antisommossa e manifestanti totalmente indifesi, tra cui alcuni molto anziani, inzuppati senza pietà nel freddo dell’inverno, fecero brevemente notizia anche fuori dall’India – e quasi subito dimenticate per via della seconda ondata di Covid che stava di nuovo monopolizzando l’attenzione dei media, in Italia in modo particolare. E precisamente in quei luoghi all’estrema periferia di Delhi – Tikri, Singhu, Gazhiabad e altre località man mano che arrivavano nuovi convogli dal Rajasthan e dal Madya Pradesh – si crearono questi immensi accampamenti, che continuarono sempre più organizzati per settimane e mesi. La protesta più lunga e più in tutti sensi ‘grande’ che l’India avesse mai visto: per numeri, molteplicità di iniziative, compattezza, consapevolezza politica, chiarezza di obiettivi, condivisa leadership. Che superando il freddo delle prime settimane, continuò anche dopo gli incidenti del 26 gennaio. E sfidando l’intimazione di immediato sgombero, riuscì a richiamare dalle campagne ancor più rinforzi, trasformando gli iniziali accampamenti in raduni sempre più oceanici e organizzati. Continuò anche durante il Covid, quando ovunque in India era una morìa. Continuò in piena estate, quando la temperatura raggiunse picchi di 47 gradi – e anche dopo, sotto il diluvio dei monsoni, perché ormai le motivazioni della protesta erano talmente importanti e condivise in tutti gli stati dell’India, da qualificarsi come la prima opposizione degna di questo nome allo strapotere del Governo Modi, in sette anni di reggenza apparentemente inattaccabile. 

Fino a che, il 19 novembre scorso, lo stesso Narendra Modi è stato costretto ad ammettere che “non essendo riuscito a convincere nella sua totalità il settore agricolo” circa la bontà di quella proposta di “modernizzazione” implicita (secondo lui) nella liberalizzazione, le tre contestate leggi potevano considerarsi revocate. Un modo di travestire l’impasse con una patina di ‘democrazia’, che in parecchi non solo in India (Via Campesina in testa) hanno salutato come una vittoria. 

Giustamente la leadership del Movimento ha accolto le parole di Modi nel modo più corretto, ovvero con cautela: come dichiarazioni di intenti, che per ritenersi valide avrebbero dovuto essere confermate a livello istituzionale. 

E la conferma è arrivata appunto il 9 dicembre, giorno 378imo dall’inizio della protesta: non solo le tre leggi sono state revocate, e in particolare viene garantito al settore agricolo di tutti gli stati dell’India il sistema del Minimo Support Price (Prezzo Minimo Garantito), ma sono state accettate anche altre richieste avanzate nel corso di questi mesi dal SKM.

In particolare :

  • annullate tutte le denunce in materia di ordine pubblico che nel corso di oltre anno si sono accumulate per gli attivisti più in vista;
  • decriminalizzata la pratica, così diffusa soprattutto in Punjab, di dare fuoco ai terreni dopo i raccolti: opportune indagini hanno appurato che l’inquinamento che soffoca Delhi dipende da altre cause (in primis il traffico di auto private, oltre all’assenza di regolamentazione per le attività industriali, per la gestione dei rifiuti, ecc, i mali sempre più incurabili di una megalopoli che cresce senza controllo);
  • accettata l’ipotesi di agevolare il settore agricolo sul fronte delle forniture elettriche, come già avviene per il settore corporativo; 
  • e infine, per quanto riguarda il costo umano indubbiamente enorme di questa protesta, ben 720 morti alla data di ieri, la maggior parte dei quali per ipotermia, senz’altro per Covid e altre cause più o meno naturali, alcuni per deliberato disprezzo della vita umana (come nel caso dei manifestanti che in località Lakhimpur Khedi, nell’Uttar Pradesh, sono stati travolti come fossero birilli dall’auto  in corsa che apparteneva al Ministro dell’Interno Ajay Mishra: accettata la proposta di prevedere opportune compensazioni per le famiglie che sono state colpite, oltre al particolare riconoscimento per alcuni deceduti che verranno considerati martiri.

“Un risultato significativo non solo per il movimento dei Kissan, dei contadini, ma per tutta l’India che in questo movimento si è rispecchiata nella sua capacità di fare Fronte Comune, in termini di vincente opposizione” ha commentato sulla sua pagina Facebook lo scrittore e giornalista Amandeep Sandhu, “adesso però… bisognerà vedere. Perché non è che in tutti questi mesi il settore corporativo, i vari conglomerati che fanno capo alle famiglie Ambani, Adani & Co, è stato fermo in attesa di sviluppi. Non so quanti silos destinati al deposito di granaglie e altre tipologie di coltivazioni, sono sorti in questi ultimi mesi, particolarmente in Punjab… E insomma è vero che questa battaglia per la revoca delle tre cattive leggi è stata vinta, ma resta il problema di come risollevare le sorti di un settore che la stessa Costituzione dell’India considera di primaria importanza (per il fatto di coincidere con una quota così consistente della sua popolazione) e che però è in sofferenza da anni, come testimoniano i tanti casi di suicidio per debiti, praticamente ovunque.” 

Per il fatto di aver seguito le vicende, l’organizzazione interna, le tante micro-storie di questo movimento dal 1mo giorno, documentandone con grande sensibilità e precisione sul suo blog i suoi alti e bassi ogni santo giorno, Amandeep Sandhu ha ormai acquisito fama di esperto, spesso intervistato anche dai media stranieri. In una recente intervista alla BBC, alla domanda circa gli ingredienti che hanno contribuito a tenere unito le tante componenti della protesta per così tanti mesi, la risposta è stata senza esitazione: “La consapevolezza circa il fatto che senza unità sarebbe stata battaglia persa. La posta in gioco era talmente alta per tutti, dai piccoli o meno piccoli proprietari terrieri ai lavoranti a giornata, da rendere necessario il Fronte Comune, non era possibile altra scelta. E si noti beni: stiamo parlando di un Fronte Comune che ha visto coalizzati rappresentanti di estrema sinistra, o simpatizzanti del secessionismo che in Punjab non è mai davvero tramontato, con i sindacati più conservatori e diciamo pure retrivi. Ma il collante più autentico del movimento è stata la sua umanità: l’eroismo degli anziani, determinati a fare la loro parte proprio in quanto anziani, esempio e guida per i giovani – e la grande energia dei giovani, delle donne, letteralmente di tutti, disposti a darsi il cambio a rotazione nei campi dei vicini, quando magari erano in sit in a Delhi, pronti a prenderne il posto al loro ritorno, insomma una prova davvero esemplare di Autogoverno a livello di Comunità, all’interno di un settore che si è sentito Grande Famiglia, confederazioni di istanze, rispetto a quel bene comune che è il lavoro della terra. E tutti noi che siamo India urbana, di fronte a una simile prova di maturità, ci siamo sentiti umili e anche grati, abbiamo capito tante cose che si danno normalmente per scontate, per esempio circa la produzione di cibo, la relazione con la nostra Madre Comune che è sotto ogni cielo la Terra. E’ stata una storia molto significativa per l’India, che senz’altro non potrà finire con lo sgombero degli accampamenti.”

 

pubblicato anche su SerenoRegis