Pubblichiamo una versione ridotta dell’articolo “Cosa non torna nella sentenza su Mimmo Lucano” di Sergio Bontempelli, operatore legale ed esperto di questioni legate allo status giuridico dei cittadini stranieri. Un commento sulle motivazioni della lunghissima sentenza che, così come è stato rilevato anche da altri cronisti, più che suffragare l’apparato probatorio della colpevolezza finisce col coprirne “l’inconsistenza delle sue conclusioni”, checché ne dica il direttore de “Il Fatto”

 

Le motivazioni della sentenza dipingono un uomo assetato di denaro e di potere, che ha utilizzato l’accoglienza come semplice pretesto per perseguire i propri interessi personali. Ma molte cose non tornano: e una lettura attenta delle 904 pagine scritte dai giudici di Locri rivela una verità molto diversa.

«Avevamo definito l’ex Sindaco di Riace un gran pasticcione. Invece i giudici del Tribunale di Locri lo considerano un gran furbacchione, dotato di “furbizia travestita da falsa innocenza”». Così Marco Travaglio, in un articolo sul Fatto Quotidiano, riassume le motivazioni della sentenza su Domenico Lucano, depositate pochi giorni fa dal Tribunale di Locri (e il cui testo integrale si trova sul sito di Giurisprudenza Penale).

Il direttore del Fatto non ha dubbi: i magistrati, che hanno «letto e valutato le carte», hanno stabilito che Lucano ha «reinvestito in forma privata» gran parte delle risorse stanziate dallo Stato per l’accoglienza dei migranti. Insomma, quel fiume di soldi riversatosi su Riace non è stato usato per i richiedenti asilo, e neppure per gli abitanti del piccolo Comune calabrese, come ha sempre sostenuto Domenico Lucano: al contrario, è andato ad arricchire l’ormai ex Sindaco, e a costruire la sua fortuna politica.

Da dove trae questa granitica convinzione, il direttore del Fatto Quotidiano? Ma naturalmente (dice lui) dalla lettura attenta delle 904 pagine scritte dai giudici: mentre invece certa sinistra – lamenta Travaglio – «sproloquiava di complotti politici e persecuzioni giudiziarie senza aver letto una riga delle carte».

Su una cosa possiamo dargli ragione: fino a pochi giorni fa, dato che le «carte» non erano disponibili, nessuno poteva averle viste. Solo che, adesso che sono uscite, il giornalista torinese sembra averle lette a righe alterne, una riga sì e una no. Se invece quelle righe si leggono tutte da cima a fondo – come ha fatto ad esempio Marco Revelli sul Manifesto – si arriva a conclusioni molto diverse.

Marco Travaglio si è affidato – potremmo dire – solo alle righe pari, quelle in cui si esprimono giudizi sull’operato degli imputati. Così, per esempio, i giudici osservano che Lucano si rifiutava di allontanare i migranti dai centri di accoglienza, allo scadere del periodo di ospitalità previsto, perché voleva continuare a guadagnare i famosi 35 euro al giorno a persona erogati all’epoca dal Ministero (pag. 161): e sostengono che questo suo movente economico emergerebbe molto chiaramente dalle intercettazioni.

Poi però – ed ecco le righe dispari che contraddicono quelle pari – viene riportata l’intercettazione che dovrebbe «inchiodare» il Sindaco. E si sente Lucano che, parlando con i suoi stretti collaboratori, dice:

«[Dalla Prefettura mi dicono] “non hanno diritto, se ne devono andare!”, e vogliono applicare una regola precisa, quando gli conviene. Io non posso fare questo, io devo avere uno sguardo più alto» (pagg. 180-181).

Si è mai visto un criminale che, per alludere a un traffico illecito di soldi pubblici, parla di «sguardo più alto»? Non è più ovvio interpretare questa affermazione alla luce di quel che Lucano ha sempre detto e sostenuto in pubblico, e cioè che sbattere una famiglia in mezzo a una strada significa tradire i principi a cui dovrebbe ispirarsi l’accoglienza?

Questa discrepanza tra righe pari e righe dispari è una vera e propria costante delle 904 pagine scritte dai giudici di Locri. Per fare un altro esempio tra i tanti possibili, i magistrati si soffermano sulle ispezioni effettuate a Riace dal Ministero dell’Interno, e lasciano intendere che l’ex Sindaco avesse molte cose da nascondere. Eppure, nell’intercettazione riportata a pag. 164 si sente Lucano che dice, ancora una volta a un suo stretto collaboratore:

«[L’ispettore] ha fatto una relazione limitandosi a elencare solo gli aspetti negativi. Ora io chiedo al Prefetto, ufficialmente chiedo, non voglio una visita a campione, voglio una visita integrale… approfondita… approfondita».

Si è mai visto un criminale che, invece di affrettarsi a nascondere tutto, chiede agli ispettori un controllo approfondito sul suo operato?

 

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