Eccola, nasce a Londra nel ”72 da genitori indiani ed è la dimostrazione che si può essere donne e provenire dall’India o dall’Africa, aver conosciuto o sentito raccontare in famiglia le durezze della colonizzazione, ma non per questo sentirsi dalla parte degli oppressi.
Parliamo di Priti Patel, di professione politica, partito conservatore, parlamentare dal 2010 e ministro prima del Lavoro, poi delle Finanze, quindi dello Sviluppo internazionale e, attualmente, ministro degli Interni del Regno Unito.

Eccola, la ministra dallo zigomo volitivo, le idee chiare e un profondo feeling con Israele e in particolare con il suo esercito, quello capace in situazioni eccezionali di sterminare diverse centinaia di bambini in pochi giorni e di mantenere, in situazioni ordinarie, una media annua di sterminio sicuramente più bassa ma di tutto rispetto. Quell’esercito che copre i fuorilegge degli insediamenti illegali mentre devastano gli oliveti palestinesi o che accompagna le demolizioni delle loro case.

Ebbene, proprio a quell’esercito è andata e va la particolare, affettuosa attenzione di Priti Patel e in questi giorni, per garantire l’impunità dei crimini delle forze di occupazione israeliane, la ministra ha scelto la via più facile: quella di dichiarare il partito Hamas un’organizzazione terroristica e bandire ogni sua attività dal Regno Unito. Una sorta di achtung banditen di triste memoria e di facile accoglimento, come insegna la politica USA, ma anche quella dell’UE, grazie alla criminalizzazione di tutto ciò che si richiama alla religione musulmana, a meno che non intervengano business tanto importanti da ignorare religione, eventuale integralismo e crimini vari come dimostrano, ad esempio, i buoni rapporti con l’Arabia Saudita.

Ricordiamo che quattro anni fa, “regnante” Theresa May – la premier che festeggiava senza pudore la ricorrenza dell’infame dichiarazione Balfour – la signora Patel, forte dell’autorità conferitale dal suo ministero, aveva ridotto i fondi di sostegno ai Territori palestinesi, compresa la quota che il Regno Unito versava all’UE per i salari pagati dall’ANP. Una sorta di ossessione antipalestinese, la sua, che si manifesta da sempre contro ogni organizzazione, si chiami Hamas o Fatah o Fronte popolare, purché sia possibile favorire Israele e coprirne l’ingiustificabile criminalità quotidiana.

Il suo impegno caldamente filo-israeliano nel 2017 la portò ad avere più di una dozzina di incontri “fuori protocollo” con Netanyahu, vari ministri e alti funzionari della destra israeliana per concordare finanziamenti alle forze armate dello Stato ebraico, promettendo addirittura aiuti umanitari a quell’esercito ormai famoso a livello internazionale per i suoi massacri di bambini (oltre che di migliaia di civili adulti, ça va sans dire) come ricordato sopra.

La ministra “benefattrice”, dopo aver ridotto il sostegno all’ANP, sapendo che tutt’al più avrebbe avuto come risposta un penoso lamento, aveva cercato di ottenere in cambio i fondi governativi per incrementare le operazioni militari dell’esercito israeliano. Ma non le era andata bene: il Dipartimento di Stato aveva negato la sua approvazione e, inoltre, le tante pressioni conseguenti ai suoi colloqui con i politici della più becera destra israeliana l’avevano spinta a chiedere scusa per aver violato il protocollo e a dimettersi.
Bella mossa! Una sorta di facewashing che le avrebbe permesso di tornare al governo col successore della May, il conservatore Boris Johnson, in qualità di ministro degli Interni e mantenere una condotta che qualcuno ha definito da “bulla” anche verso i suoi collaboratori, al punto che è stata aperta un inchiesta su comportamenti gravemente vessatori verso di loro.

Niente di nuovo per chi conosce i suoi trascorsi, tra cui quello di chiedere il ripristino della pena di morte e una legge sull’immigrazione, o per esattezza contro l’immigrazione, di cui lei stessa ha ammesso che se tale legge fosse stata in vigore nel 1960 i suoi genitori, indiani e profughi ugandesi, non sarebbero potuti entrare nel Regno Unito e mai lei sarebbe nata inglese.
Lucida e cinica come pochi, ma accondiscendente e benevola verso i governi israeliani, ora la Patel ha lanciato il suo anatema contro Hamas in nome della “sacrosanta” lotta al terrorismo confondendolo col diritto alla resistenza, ma con la consapevole intenzione di giustificare ogni violazione israeliana dei già pesantemente violati diritti palestinesi.

Secondo la Patel la decisione mira a salvaguardare la comunità ebraica, come se ad essere continuamente sotto attacco sia dal punto di vista giuridico che materiale non fossero i palestinesi ma gli israeliani che, peraltro, la ministra definisce come ebrei tout court, dichiarando che “questo è un passo importante, soprattutto per la comunità ebraica”. Se il parlamento darà l’approvazione la legge entrerà in vigore il 26 novembre e a quel punto basterà esprimere sostegno verbale o vaga simpatia o comprensione ad Hamas per rischiare fino a 14 anni di reclusione nel democratico Regno Unito.

All’inflessibile ministra non bastava che l’ala militare di Hamas (le brigate Al Qassam) fosse già bandita da anni e infatti ha dichiarato che le componenti politiche non vanno distinte da quelle militari e quindi Hamas al completo, compresi i semplici iscritti al partito o i suoi simpatizzanti, vanno considerati terroristi. Questo le ha consentito di ricevere il plauso immediato dell’attuale premier israeliano Naftali Bennet (quello che nel 2013 dichiarava con vanto “ho ucciso molti arabi nella mia vita e non avrei alcun problema nel rifarlo”) e del ministro degli esteri Yair Lapid il quale, ricordando gli incontri privati e le promesse del 2017, ha gratificato la Patel dicendo che tale scelta rafforzerà ulteriormente i legami tra UK e Stato ebraico.

Da parte palestinese si sono avute dichiarazioni ovviamente critiche e non soltanto dal partito islamico che governa la Striscia di Gaza, ma anche da partiti laici e di sinistra come il Fronte popolare che ha denunciato la volontà della Patel come tentativo di criminalizzare “la legittima resistenza palestinese contro l’occupazione” e di estendere le tradizionali “posizioni ostili dell’UK verso il popolo palestinese e i suoi diritti” favorendo “l’entità sionista nella sua aggressione ai palestinesi”.

Analoga posizione è stata espressa dalla Commissione internazionale per i diritti dei palestinesi (ICSPR) in un duro comunicato in cui dichiara “la sua solidarietà al movimento, ai suoi membri e ai leader di tutti i partiti palestinesi che le varie amministrazioni occidentali hanno inserito (nei vari anni, nda) in quelle che chiamano liste dei terroristi… e afferma che il diritto internazionale ha concesso ai popoli sotto occupazione militare il diritto di resistere all’occupante in tutte le forme fino alla liberazione e all’indipendenza politica ed economica”. Aggiunge che, come dimostrato da numerose e inconfutabili prove, è lo Stato di occupazione israeliano “quello che pratica il terrorismo internazionale contro il popolo palestinese”. Il lungo comunicato dell’ICSPR conclude esortando la diplomazia palestinese, araba e islamica a lavorare senza divisioni “per garantire che il governo britannico abolisca la sua recente decisione “ e, insieme, invita a pubblicare la lista con “i nomi dei leader israeliani accusati di aver commesso crimini internazionali e crimini di terrorismo”. (cfr ref. 137/2021, https://icspr.ps).

Nei prossimi giorni vedremo cosa deciderà il parlamento britannico ma, date le posizioni filo-sioniste anche dell’attuale opposizione laburista, riteniamo che vincerà l’equiparazione della resistenza al terrorismo e un altro macigno giuridico verrà scagliato senza rimorsi contro un popolo sotto occupazione, ignorando la stretta somiglianza di questa legge a quell’achtung banditen che dovrebbe far tremare ogni democratico vero.