Sono oltre 50.000 le persone nel mirino di Pegasus, il sistema israeliano che spia giornalisti, attivisti e semplici cittadini violando i diritti e minacciando la libertà del mondo.

Cecilia Capanna

Giornalisti, politici, attivisti e difensori dei diritti umani in 45 paesi di tutto il mondo sono stati spiati attraverso il software Pegasus. Un sistema prodotto dalla società israeliana NSO Group, nato per tenere sotto controllo la criminalità e gli illeciti e invece utilizzato per violare la privacy di liberi cittadini attraverso l’accesso a tutte le informazioni contenute nei loro palmari e telefoni: un attacco ai diritti, alla libertà e alla democrazia.

Il sistema si introduce nei device senza che la vittima se ne accorga, ma già nel 2015 alcuni hackers specializzati nello scovare le verità nascoste ne avevano scoperto l’esistenza. Successivamente, l’inchiesta del Washington Post, con altre 16 testate internazionali coordinate dal consorzio francese ForbiddenStories, ha portato alla luce tutti i dettagli di questa vicenda di vero e proprio cyber-spionaggio, incluse le liste degli spiati presunti e verificati. A coadiuvare le indagini, Amnesty International Security Lab è riuscita a fare l’analisi forense e a inchiodare definitivamente Pegasus, dimostrando come funziona il bug fantasma e come attacca le sue vittime.

Laddove i malware più comuni sono stati chiamati Trojan (horse), a ricordare il celeberrimo cavallo ideato da Ulisse per ingannare i nemici troiani, Pegasus sembra voler fare il verso a quella tecnologia oramai superata, facendo un upgrade di quel cavallo che ora è alato, mitologico e di fatto assai più performante e assai più pericoloso.

Un mondo di spiati

Che veniamo spiati è una cosa che ci diciamo tutti, a prescindere dal nostro lavoro e dal nostro ruolo sociale o politico. Il nostro mondo globalizzato e digitale ci rende tutti cittadini virtuali di un iper mondo ancora senza regole in cui è facilissimo tracciare il nostro identikit: sapere dove ci troviamo, cosa diciamo e a chi, quanto spendiamo ecc., solitamente per fini commerciali.

Non dimentichiamo però che la rete Internet, al secolo ARPANET, era nata negli anni ’60 come sistema operativo di comunicazione militare, quindi anche per lo scambio di informazioni sensibili, per lo spionaggio in definitiva. E il caso di ECHELON, il sistema di sorveglianza di massa e spionaggio industriale nato negli anni ’70 e investigato dal Parlamento europeo appena nel 2001, dimostra che lo spionaggio non è solo cosa militare e gli spiati sono liberi cittadini.

Come Pegasus esistono altri sistemi informatici che riescono ad hackerare telefoni e computer (FinFisher, HackingTeam) ma mai così capaci di non lasciare traccia. Se da una parte la società produttrice continua ad affermare che l’obiettivo era quello di sventare la criminalità e l’illegalità, purtroppo “i clienti sono clienti” ed evidentemente si è chiuso un occhio nel controllarne le intenzioni quando hanno acquistato il software. Pegasus infatti è stato utilizzato non per scoperchiare vasi di Pandora in nome di verità e giustizia ma, al contrario, per violare e neutralizzare chi se ne fa garante.

Come funziona Pegasus e chi ha spiato

Già nel 2015 sul celeberrimo sito di Wikileaks il leak SPyFiles parlava di Pegasus e subito dopo l’azienda Lookout aveva proseguito l’indagine scoprendo che questo bug invisibile era in grado di introdursi nei device mobili delle vittime per copiare e trasferire in modalità totalmente anonima tutte le loro informazioni al “customer”. Oltre a rubare contatti, chiamate, password, foto e video, Pegasus è anche capace di:

  • intercettare chiamate in tempo reale
  • bypassare la crittografia SSL
  • tracciare in tempo reale la posizione GPS
  • autodistruggersi in caso di rischio che venga scoperto
  • utilizzare Android, Ios, Blackberry e persino Symbian

Sono oltre 50.000 i numeri di telefono della lista di Pegasus, di cui una grossa parte sono stati controllati e spiati per più di 3 anni. Oltre ai politici come Emmanuel Macron e Romano Prodi e il fondatore di Telegram Pavel Durov, sono stati intercettati più di 200 giornalisti e alcuni loro contatti, come i familiari di Jamal Khashoggi, infettati da Pegasus pochi giorni prima del suo omicidio, o Javier Valdez, il giornalista messicano ucciso nel 2017.

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La condanna di UE e ONU e l’allarme per la cybersicurezza

Se già assistiamo quotidianamente ad una vera e propria persecuzione – nei casi peggiori di mattanza – di giornalisti e attivisti nel mondo, Pegasus ne rappresenta l’arma più micidiale. Le sue violazioni dei diritti sono gravissime e si riapre in modo dirompente la questione della cybersicurezza.

La Procura di Parigi ha aperto un’inchiesta e nei giorni scorsi il commissario alla giustizia dell’Unione Europea Diddier Reynder ha annunciato indagini informali, dato che il governo ungherese è pesantemente coinvolto nella vicenda. Inoltre, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Michelle Bachelet ha definito “estremamente allarmante” l’utilizzo di Pegasus che conferma “alcune delle peggiori paure” che circondano il potenziale uso improprio di questo tipo di tecnologie.

Ma l’allarme arriva soprattutto dal mondo dei giornalisti. Beppe Giulietti, Presidente di FNSI e portavoce di Articolo21 ha dichiarato: “Spiare cronisti e oppositori significa tutelare mafiosi, corrotti, regimi. Occorre una risposta immediata e rigorosa. Ad oggi sono in galera i giornalisti che hanno illuminato le oscurità e restano in libertà i mandanti dello spionaggio illegale”.

Sta di fatto che mentre le guerre commerciali tra grandi blocchi mondiali si fanno a strali di diritti umani violati, che diventano le armi per sanzionare i paesi concorrenti come per esempio gli USA contro Russia, Bielorussia e Cina in difesa dei rispettivi dissidenti, gli stessi sedicenti garanti della libertà di espressione e di parola condannano chi ha detto la verità sui loro governi, come nel caso del fondatore di Wikileaks Julian Assange.

Pegasus distrugge i diritti a più livelli

Si parla sempre più spesso di reato di ostacolo all’attività giornalistica. La Costituzione italiana, come tutte le Costituzioni di paesi democratici, nell’Articolo 21 sancisce che: Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

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