Nei giorni passati nelle manifestazioni del Pride a Roma e Bologna da parte della comunità LGBT (o forse solo di alcune sue componenti. Non saprei!) sono state esposte immagini di Cristo in croce con i tacchi a spillo e la tunica arcobaleno. Naturalmente è impazzata la polemica nei media e nei social. Questa volta tuttavia durissime critiche sono arrivate non solo da parte di chi si oppone alla “legge-Zan” e in genere ai diritti della comunità LGBT, ma anche da parte di molti che da sempre sostengono le loro battaglie di liberazione.

Due posizioni diverse si sono confrontate a tal proposito, e spesso anche scontrate. Da una parte chi minimizzava sostenendo che si trattava di semplice provocazione e che comunque in passato la chiesa ha fatto di molto peggio. Per un altro verso chi affermava che certi comportamenti sono del tutto inaccettabili perché intolleranti, antidemocratici e lesivi della altrui dignità. Personalmente sono d’accordo con chi ha criticato questi atteggiamenti, perché penso che il rispetto verso l’altro (se non in casi estremi) non dovrebbe mai venire meno, specialmente quando parliamo di comunità (in questo caso religiose) che coinvolgono centinaia di milioni di individui in tutto il mondo. Ma al di là di questo c’è molto di più di cui discutere.

Quanto è successo, e comunque la si pensi sulla liceità dei comportamenti messi in atto, è per la comunità LGBT un vero e proprio autogol, una scelta politicamente suicida. E non credo sia difficile capire il perché. Le comunità cristiane non rappresentano un mondo, ma una vera e propria costellazione di mondi in cui c’è veramente di tutto. La cosa non ha nulla di strano, né di anomalo. È già stato così in passato e a maggior ragione è così nel mondo pluralista di oggi. Vale per il cristianesimo e vale (più o meno) per tutte le religioni.

La parola di Dio la si può sempre interpretare in modo diverso e discordante. Dipende dagli approcci, dipende dai tempi. Spesso queste diverse sensibilità tendono maggiormente a divaricarsi proprio sui temi che sono politicamente e culturalmente più divisivi. Questo è esattamente quanto avviene oggi anche sul tema del riconoscimento dei diritti e delle tutele rispetto alle comunità dei gay, delle lesbiche e via discorrendo. È vero che la chiesa, dopo qualche tentennamento, ha espresso ufficialmente posizioni di assoluta chiusura che sono a mio avviso molto retrive e rappresentano un pesante passo indietro rispetto a qualche recente apertura attribuita a Papa Francesco. È tuttavia altrettanto vero che sotto traccia, ma spesso anche in modo visibile ed evidente, tante cose si muovono. Affiorano dubbi e distinguo, impostazioni più complesse e problematiche, ma anche prese di posizione chiare e precise seppure oggi minoritarie.

Ora bisogna chiedersi: Quali effetti producono ostentazioni estreme che sbeffeggiano i simboli della cristianità? Quanto colpiscono la sensibilità dei credenti? Di tutti i credenti, intendiamo dire. Di chi osteggia il cambiamento, ma anche di chi lo appoggia o comunque si mostra disponibile all’incontro e al dialogo.

È universalmente noto agli studi teorici, ma ormai anche al senso comune della pubblica opinione, che l’arte della politica (ma anche l’arte della guerra) consiste nella capacità di schierare i fronti, il che significa serrare le file degli amici e portare scompiglio nelle schiere dei nemici. È del tutto lecito a questo punto chiedersi se estremizzare i propri atteggiamenti, come è stato fatto nelle recenti manifestazioni, porti giovamento alla causa. Credo proprio di no! E non penso solo al mondo cattolico, poiché certi comportamenti possono essere rifiutati da molti, a prescindere dal fatto di essere direttamente coinvolti. Penso soprattutto al fatto (ed è questa una fondamentale precisazione) che in questo caso non siamo di fronte ad una ragionata radicalizzazione dei contenuti; alla riaffermazione della indisponibile fermezza della propria volontà e dei propri propositi; alla negazione di qualsivoglia compromesso al ribasso.

Qui siamo solo di fronte a manifestazioni puramente formali di tipo estetico-provocatorio che nulla hanno da aggiungere alle ragioni della lotta, con il rischio di allontanare chi stava in mezzo al guado, chi non aveva le idee del tutto chiare e non aveva ancora preso posizione. Insomma il contrario di quanto andrebbe fatto: compattare il nemico e scompaginare le schiere degli amici.