Convocata dal pool associativo culturale, sociale e politico, al quale ha preso parte – fra gli altri – anche la nostra Redazione, promuovendo sulle pagine del bloc-news settimanale l’iniziativa di piazza, la manifestazione palermitana dell’11 marzo scorso ha fatto registrare – nelle condizioni oggettive date – un discreto successo di partecipazione, unitamente ad una fortissima determinazione delle soggettività presenti, singolari od organizzate, a voler continuare la battaglia contro l’esclusività dei brevetti detenuta in mano alle “Big Pharma”.

In molti si sono alternati nel prendere pubblicamente parola in un pulpito informale: sindacalisti, operatori sanitari, giovani attivisti, militanti storici. Fra questi diverse donne hanno fatto sentire la loro voce. Quasi tutti gli interventi si sono soffermati lungamente sulla rivendicazione del diritto di proprietà comune del vaccino anti Covid-19, la cui ricerca e sperimentazione è stata ben sostenuta con cospicue risorse finanziarie statali; e – soprattutto – grazie alla cooperazione scientifica a cui sono state chiamate le strutture ospedaliere pubbliche che hanno raccolto e fornito la miriade di dati acquisiti sul campo. Un patrimonio di conoscenze inestimabile costato un prezzo incalcolabile data la perdita di vita umane che ha contrassegnato la pandemia.

In effetti, senza la canalizzazione della mole dei dati raccolti dei presidi ospedalieri, in uno con la sperimentazioni medico-terapeutica necessaria al contrasto della crisi epidemiologica (una massa di conoscenze ed informazioni è confluita nel grande “laboratorio scientifico collettivo” che l’emergenza sanitaria di fatto ha costretto a determinare), quello che è stato definito un “miracolo” delle multinazionali farmaceutiche non sarebbe stato possibile conseguire in così poco tempo. Sostanzialmente la capacità di aver prodotto il siero anti Covid-19 si deve alla cooperazione e socializzazione del patrimonio cognitivo accumulato nel corso dell’anno pandemico: in generale per la produzione di antidoti alle patologie, a causa degli interessi economici in competizione e alla assoluta riservatezza dei dati della ricerca e alla gestione monopolizzata dei brevetti, i tempi di sperimentazione fino al produzione del farmaco da immettere nel mercato sono di norma molto più lunghi.

Fermo restando la critica al sistema della mercificazione della salute pubblica, nel caso concreto della pandemia da coronavirus, anche i manifestanti palermitani hanno voluto mettere l’accento sulla piattaforma rivendicativa, insistendo sul diritto al Vaccino comune: “ Abbiamo visto il meglio della nostra ricerca pubblica prestata agli interessi delle grandi multinazionali del farmaco. Ogni azienda ha speculato sulle scoperte della ricerca di base, intensificando le proprie sul solo sviluppo del vaccino e dei farmaci, pur di poter prevalere sulle altre, in modo da accaparrarsi il massimo dei profitti sul mercato immenso che ha aperto la pandemia”.

Crediamo anche noi che non si insisterà mai abbastanza nell’affermare che il principio fondamentale della ricerca scientifica è la sua universalità, tutelata da un regime pubblicistico sotto un comune controllo pubblico, non gestito – quindi – al fine di estrarre consenso politico e subordinato alla riproduzione burocratica autoreferenziale. In questo senso, a ragione, nel manifesto del COORDINAMENTO NO AI PROFITTI SULLA PANDEMIA si è scritto: “Avremmo avuto un maggior vantaggio se le forze fossero state comuni, se la ricerca, le tecnologie, fossero state messe al solo servizio delle nostre vite e dell’intera umanità”.

Nello stesso giorno della manifestazione giungeva come un macigno, in particolare sulle teste delle popolazioni del “Sud del Mondo”, il diniego dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) a sospendere temporaneamente i diritti di proprietà intellettuale sul vaccino anti Covid19 e a concedere la deroga sui brevetti per la produzione di vaccini, facilitando, così, la produzione dei sieri per il contrasto epidemiologico in quelle aree del globo attraversate dalla povertà e, comunque, a basso reddito: queste masse di popolazione potranno beneficiare della somministrazione vaccinale non prima del 2023.

L’ unico risultato ottenuto da India e Sudafrica (paesi proponenti la moratoria) è stata una disponibilità del Consiglio-Trips (Trade-Related Aspects of Intellectual Property Rights) a proseguire ancora la discussione. Anche se – come ha fatto rilevare l’Agenzia DIRE, intercettando la notizia da un organo di informazione sudafricano – “le maggiori aziende farmaceutiche del mondo, tra le quali alcune delle produttrici dei vaccini attualmente in commercio, come Pfizer e Astrazeneca, hanno inviato una lettera al presidente americano Joe Biden chiedendogli di continuare a opporsi alle richieste di India e Sudafrica”. Ancora più stucchevole, in merito alla richiesta di sospensione dei brevetti, è la motivazione addotta dalle multinazionali del farmaco, sostenendo che una siffatta decisione “significherebbe danneggiare la risposta globale alla pandemia”.

Certo nessuno si illude che l’agenzia principale del capitalismo globalizzato si trasformi –parafrasando il politologo McCormick – in un “principe civile” capace di assurgere a campione degli interessi della plebe del globo. Ma sicuramente la pressione di una massa critica potrebbe riuscire a spostare in equilibri politici più avanzati il governo del cd “nuovo ordine mondiale”. La società della cura è la base comune su cui espandere la contronarrazione sociale alternativa alle potenti forze del mercato.

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