Ha destato molto scalpore la notizia che il governo Draghi per la stesura del si avvarrà della consulenza esterna della multinazionale McKinsey. In realtà non c’è nulla di nuovo ed era solo l’opinione pubblica ad essere all’oscuro di una pratica che rientra ormai nella normalità. Anche il precedente governo Conte si era avvalso dei servigi della McKinsey. E come ha specificato “Today”: “Con la pubblica amministrazione, specie con i ministeri già lavorano da anni le big four contabili (Kpmg, Deloitte, EeY, Pwc) ma anche quelle della consulenza (Bain and Company e Boston Consulting)”. La vera novità è che la consulenza stavolta sarà (quasi) gratuita. Come è possibile?

Secondo qualcuno (Il Manifesto ) in realtà sarà Draghi a decidere tutto e il compito della società di consulenza si limiterà ad allineare “il linguaggio e la struttura del programma ai codici della commissione europea, alle sue metriche e convenzioni di qualità”, insomma una semplice forma di legittimazione politico-simbolica. Comunque sia, resta il fatto, gravissimo e lesivo di qualunque principio democratico, che le decisioni verranno prese nelle segrete stanze, lontano dai riflettori e senza nessun dibattito pubblico.

Va detto inoltre (e su questo concordano tutti) che il vero scopo della McKinsey è probabilmente quello di accreditarsi di fronte allo Stato italiano acquisendo quelle conoscenze che saranno utili in futuro per ottenere altri contratti, a cominciare dal monitoraggio e dalla valutazione dei progetti attuativi dello stesso Recovery Fund, con la possibilità di raccogliere e processare una enorme quantità di dati che all’occorrenza potranno sempre essere ceduti al migliore offerente. D’altra parte questo è, più o meno, quello che McKinsey ha già fatto col governo americano, consolidando una prassi che riguarda ormai tutti i paesi, almeno dell’area “ricca” dell’occidente.

È interessante notare che il sempre più stretto rapporto tra il pubblico e il privato non si limita certo ai contratti di consulenza. Tra le tante strade percorse limitiamoci a mò d’esempio particolarmente significativo, a considerare le cosiddette società di partenariato pubblico-privato. Si tratta di strutture che nascono dall’accordo tra organismi pubblici, in genere sovranazionali (soprattutto agenzie dell’ONU), ed enti privati no profit, le cosiddette “Fondazioni” (le Foundations) che pare siano ormai 200.000 nel mondo. Tra di esse alcune dominano il campo con i nomi dei miliardari che le hanno fondate, dalla storica Rockefeller Foundation, alla attualmente straripante Bill and Melinda Gates Foundation. Queste strutture hanno ormai una enorme influenza su agenzie internazionali come l’organizzazione mondiale della sanità o come l’organizzazione mondiale del commercio essendo tra l’altro una loro sicura e prolifica fonte di finanziamento. Ma il caso che a me pare sicuramente più emblematico è quello della forse meno nota UN Foundation del miliardario americano T. Turner, che insieme alle 90 multinazionali che le fanno da partner, è ormai profondamente penetrata, tramite una miriade di progetti comuni, dentro le strutture decisionali dell’ONU, al punto da avere libero accesso ai Big Data dell’organizzazione e al punto da averne, secondo molti osservatori, il reale potere d’agenda globale. Senza entrare nello specifico di tutte le storture del rapporto tra istituzioni pubbliche e privato no profit e “filantropico” (per il quale rimandiamo all’ottimo “Ricchi e buoni?” di Nicoletta Dentico, 2020), ci limitiamo a ricordare come gli uomini della UN Foundation sono ormai ufficialmente accreditati come consiglieri del segretario generale delle Nazioni Unite. Il che mi pare dica tutto.

La conquista del pubblico da parte del privato è iniziata negli anni 80 del secolo passato attraverso l’affermarsi delle politiche neoliberiste. Un nuovo paradigma che ha mutato lo stesso modo di concepire il pubblico e la sua funzione. Alla base sta l’idea che la logica competitiva di mercato sia una conditio naturalis. Un darwinismo corretto in cui nell’ambiente-società non sono le specie a essere in lotta per la sopravvivenza ma le individualità (singolarità, comunità, aziende, Stati ecc.). Non ci troviamo dunque di fronte a qualcosa che possa essere definito come una prevaricazione o una invasione del pubblico da parte del privato, quanto piuttosto ad una accettazione generalizzata delle logiche privatistiche che si insinuano a tutti i livelli, facendo cadere tendenzialmente la stessa distinzione tra pubblico e privato a favore di un incontro-scontro tra soggetti fondato su criteri di efficienza competitiva.

In questo processo sempre più accelerato, ma non giunto a compimento, Il pubblico non scompare del tutto ma si subordina, si adegua e si modifica. In che modo e cosa ne resta oggi?

Nella usuale e classica identificazione del pubblico con lo Stato-Nazione ciò che viene fortemente ridimensionata oggi è la “sovranità” come capacità di libera scelta. È noto che nella concezione di Carl Schmitt, pressoché universalmente accettata, la sovranità è la capacità di decidere in ultima istanza nello stato d’eccezione. Ma nelle attuali condizioni del dominio capitalista l’emergenza è diventata qualcosa di sempre più dilatato. Una emergenza continua e strisciante, e dunque paradossalmente qualcosa che negando sé stessa diviene sempre meno “emergenziale”, finendo per sfociare nello stato di “normalità” che la rende governabile attraverso strumenti di razionalità “usuale”.

In queste condizioni anche ciò che sembra “apparire” senza preavviso dalle tenebre del nulla, come potrebbe dirsi dell’attuale pandemia, rientra (o comunque deve rientrare in condizioni ottimizzate) entro precisi protocolli fatti di regole e prassi precostituite e rigorosamente normate.

A ridursi sensibilmente alla fine sono gli spazi di discrezionalità della scelta sovrana (o solo formalmente sovrana), che non solo deve subordinarsi alla logica del successo competitivo, ma di questo deve accettare “il già dato”, nei termini di precise e consolidate gerarchie di comando globalizzato, perché comunque accettare giocoforza il diritto del più forte è sempre il punto d’arrivo (ma anche di partenza) di ogni competizione.

È la fine di ogni pretesa di “autonomia del politico”, ma anche più semplicemente il drastico ridimensionarsi di ogni possibilità di scelta autonoma della politica, almeno entro gli spazi predeterminati del pubblico inteso come ordine e luogo dello Stato. È la crisi dello Stato nazione la cui sovranità è sempre meno sovrana e sempre più parte di un meccanismo più ampio e più complesso di dominio sociale, che non riesce a controllare e dal quale al contrario è spesso controllato. Ma è anche e soprattutto la crisi dello Stato democratico e dei suoi spazi pubblici come luoghi di determinazione delle scelte attraverso i modi e le leggi dell’agire politico inteso come prassi costituente. La politica democratica centrata sostanzialmente su procedure discorsive finalizzate al prendere posizione rispetto alle scelte possibili perde il suo scopo. Il dibattito pubblico, almeno nelle sue forme istituzionalizzate, tende a banalizzarsi come pura tecnica del consenso nei confronti di ciò che è stato deciso in un altrove spesso vago e indeterminabile. La parola perde la pregnanza operativa dei significati che restano privi di senso, e al culmine del processo il discorso diventa pura “chiacchera”. Quella chiacchera che domina sempre più spesso i luoghi istituzionali della politica, in cui la verità non ha luogo e le credenze, anche forti e motivate, si sfaldano per lasciare spazio a opinioni labili e ondivaghe, sempre reversibili e pronte a cedere il passo ad altre opinioni anche esse in terra di nessuno.

L’inganno della chiacchera del potere viene poi esportato, attraverso l’inflazione della parola, alla chiacchera dei social dove giunge a destinazione facendosi impotenza dell’opinione pubblica. E qui il cerchio si chiude.

Il vecchio slogan ribellista “Riprendiamoci il diritto alla parola” andrebbe oggi quantomeno integrato con “Riappropriamoci dei significati e diamo senso alle cose e al mondo”.

Antonio Minaldi