Le mille e una scoria 2- La “falsa” mappa dei siti

11.02.2021 - Giorgio Ferrari

Le mille e una scoria  2- La “falsa” mappa dei siti
Fusti di scorie radioattive (Foto di Archivio Pressenza)

Se voi foste un pirata come Long John Silver o un avventuriero come Indiana Jones e aveste tra le mani la mappa di un tesoro, desiderereste ardentemente che quella mappa fosse autentica. Ma se foste un sindaco di un comune nel cui territorio è stata individuata una delle 67 aeree ritenute idonee ad ospitare il Deposito nazionale dei rifiuti nucleari, fareste di tutto per dimostrare che la mappa dei siti è sbagliata e che il punto dove scavare non si trova nel vostro comune. In effetti la CNAPI resa pubblica da Sogin il 5 gennaio scorso, sembra essere frutto di un altro e più complicato “magheggio”.

Per comprenderlo occorre mettere a confronto i criteri di esclusione per la definizione  dei siti messi a punto dall’ENEA in un documento del 2003 con quelli della Guida Tecnica 29 pubblicata dall’ISPRA nel 2014. Dal raffronto emergono due aspetti: da un lato la GT 29 è più dettagliata nel definire le caratteristiche del suolo ed in particolare la sismicità, il cui valore di picco è fissato a 0,25 g mentre nel documento ENEA era di 0,3 g; dall’altro ci sono numerosi criteri di esclusione che nella GT 29 risultano meno stringenti di quelli individuati dall’ENEA, come l’altitudine massima consentita che è passata da 600 a 700 m; la pendenza massima del terreno che è stata raddoppiata dal 5% al 10%; la distanza minima da autostrade e superstrade che è stata invece dimezzata da 2Km a 1Km; inoltre non sono più quantificate le distanze minime da centri abitati rispetto alla numerosità della popolazione e le isole maggiori Sicilia e Sardegna non sono più escluse a priori.

Questa rimodulazione dei criteri di esclusione, apparentemente, non ha avuto impatti significativi sulla individuazione dei siti, salvo che per il loro numero: erano 33 nel documento ENEA, sono 67 in quello della CNAPI con l’ulteriore differenza che quelle individuate dall’ENEA avevano un’area  minima di 300 ettari ciascuna, mentre per quelle della CNAPI l’area minima è fissata da Sogin in 150 ettari. Dunque per la stessa quantità di rifiuti, nel 2003, secondo l’ENEA serviva un’area di 300 ettari, mentre nel 2020, secondo Sogin, ne basta la metà: anzi molto meno perché l’area del deposito vero e proprio è stimata in 110 ettari, essendo i restanti 40 destinati al parco tecnologico.

Una così marcata differenza non ha motivazioni tecniche (né Sogin le fornisce) per cui, se c’è una spiegazione, questa va ricercata in un altro ambito che è quello della promozione e accettabilità tra l’opinione pubblica della scelta del sito per il Deposito. Si dà il caso che le 33 aree individuate dall’ENEA nel 2003 sono tutte comprese nella rosa delle 67 individuate oggi da Sogin perché, dati alla mano, sono i siti tecnicamente più adatti ad ospitare il Deposito. Ma riproporli tal quali avrebbe significato due cose: ammettere di fronte all’opinione pubblica che già 17 anni fa si sapeva tutto, per cui il ruolo assegnato a Sogin nel 2010 sarebbe risultato superfluo e, nello stesso tempo, occorreva evitare che un numero limitato di candidature desse l’impressione che tutto fosse già prestabilito.

Di qui la “costruzione” in sede normativa (GT 29) di criteri di esclusione più elastici e dell’introduzione dei criteri di approfondimento, allo scopo di poter disporre di “giustificazioni” tecniche per includere più aree: basti pensare che Sogin ha stimato inizialmente in 200 ettari la superficie necessaria per il Deposito, ma siccome la disponibilità delle aree risultava ancora lontana dal numero magico di 67, ha ridotto la superficie minima a 150 ettari per includerne di più. La CNAPI è dunque una mappa artefatta costruita su una mappa vera (quella dell’ENEA) a cui sono stati aggiunti dei siti “civetta” che nella cosiddetta fase di approfondimento, molto probabilmente, spariranno e precisamente: i 18 siti di Sicilia e Sardegna, 10 siti con area inferiore a 200 ettari, più altri 6-7 siti che presentano pendenze superiori al 5% o che hanno una superficie utile di poco superiore a 200 ettari.

Non c’è che dire, forse in Italia mancherà il senso dello Stato e delle istituzioni, ma quanto a maghi e magheggi non ci batte nessuno come appare da questo intricato racconto; che però è ancora poco se lo si raffronta con quello che narra dell’”ordine di idoneità delle aree potenzialmente idonee”. Ma per meglio ascoltarlo bisognerà attendere un’altra notte.

 

 

Categorie: Ecologia ed Ambiente, Europa
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