Congo: il tribalismo è una ferita aperta, ma dai giovani segnali di speranza

17.12.2020 - Giampiero Valenza

Quest'articolo è disponibile anche in: Francese

Congo: il tribalismo è una ferita aperta, ma dai giovani segnali di speranza

Il tribalismo è uno dei temi che maggiormente colpiscono la Repubblica democratica del Congo. La situazione è contrassegnata da grandi momenti di instabilità, anche se nelle ultime settimane sta emergendo la volontà, soprattutto dei giovani, di avviare iniziative di dialogo. Ecco perché Pressenza ha intervistato Odia Nsenda, congolese emigrata in Canada, dove studia sociologia e dove è impegnata per la tutela dei diritti umani. 

Odia, la situazione congolese è ancora instabile?

La situazione in Congo non è stabile, ci sono dei conflitti in quasi tutte le province, c’è insicurezza. Il Congo è tra i Paesi i più poveri del mondo, la percentuale è molto alta, e tutto questo crea instabilità. I giovani sono senza lavoro, sono costretti a migrare.

Quali sono le principali emergenze in atto?

Tutti i giorni sono continui i casi di violenze, specie di violenza sessuale, in particolar modo nell’Est del Paese. Non c’è pace. La delinquenza è ai massimi livelli.

Il tribalismo ha sempre caratterizzato il paese, è ancora un ostacolo per lo sviluppo democratico?

Si il tribalismo è il male del Congo, e non è cominciato oggi. Mai c’è stata una riconciliazione vera e mai è stata fatta una reale giustizia contro coloro che hanno seminato l’odio e hanno ucciso per causa del tribalismo. Non c’è la democrazia senza giustizia. Ci sono percorsi di pace solo in alcuni territori, come nella città di Kalemi, nella provincia del Tanganika, dove per tanti anni ci sono stati conflitti tribali contro i Twa e i Bantù. Sono i giovani che si stanno muovendo dimostrando di saper fare grandi passi in avanti. I Twa fanno parte di un gruppo etnico di pigmei, i primi abitanti del Congo, un popolo nomade che vive nella foresta. I Bantu, invece, sono compongono un’etnia che si occupa più di agricoltura e commercio. Con questa migrazione verso i fiumi i Bantu hanno iniziato a controllare il territorio stabilendo leggi contro i Twa e creando cos disuguaglianze strutturali nell’area, facendo sentire la popolazione Twa povera e vulnerabile. La discriminazione di un gruppo etnico, le disuguaglianze strutturali e sociali possono portare a violenze, conflitti mortali e sfollamenti in cerca di pace. Questo è ciò che ha spinto questo popolo Twa a rifugiarsi nei villaggi vicini. Il conflitto tra Twa e Bantù è iniziato nel 2013 in seguito alla ribellione dei Bakata-Katanga che fanno parte di u’ etnia Bantu maggioritaria. Si è arrivati allo sfinimento. I popoli Twa erano stanchi di combattere, muoversi e subire violenze e conflitti di ogni tipo, ed è così che hanno contattato i loro fratelli Bantù per trovare finalmente un terreno comune.Questa iniziativa giovanile di pace è stata possibile grazie a Unfra, Fao e Unesco. È questo il percorso da tracciare per rendere possibile un Congo diverso, più democratico. È un esempio da seguire sia per chi è rimasto in Congo, sia per chi vive all’estero a causa della diaspora.

Uno dei grandi problemi dello sviluppo del Congo è lo sfruttamento di risorse naturali. Come è gestito? Si tratta di un’emergenza nazionale?

Il Congo dispone di tante risorse naturali, come l’acqua, petrolio, le miniere come rame, cobalto, diamanti, oro. Per qualcuno questa ricchezza è la ‘maledizione’ dei congolesi. Come diceva Denis Mukwenga, quando ha ricevuto il premio Nobel per la pace, “il mio Paese è pieno della complicità delle persone che affermano di essere i nostri leader. Saccheggiati per il loro potere, la loro ricchezza e la loro gloria. Saccheggiati a spese di milioni di uomini, donne e bambini innocenti abbandonati in una miseria atroce, mentre i profitti dei nostri minerali finiscono nei conti oscuri di un’oligarchia predatrice”.

Categorie: Africa, Questioni internazionali
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