Senza fissa dimora: gli invisibili e il girone infernale

26.05.2020 - Torino - Fabrizio Maffioletti

Senza fissa dimora: gli invisibili e il girone infernale
(Foto di Fabrizio Maffioletti)

Un altro viaggio nel mondo delle persone senza fissa dimora torinesi ed il loro districarsi nel girone infernale della burocrazia.

Giovedì Raffaella mi scrive: “ok ci vediamo lunedì sera alle 19.00 ai tavolini della bocciofila in piazza d’Armi, le persone hanno accettato di parlare con te”.

Sono contento, finalmente le persone di piazza d’Armi hanno deciso di uscire dall’invisibilità, segno che gli attivisti hanno fatto un lavoro fantastico: hanno tenuto queste persone agganciate, hanno impedito che si chiudessero nel loro mondo per difendersi dal rifiuto che la società, composta per lo più di persone terrorizzate dalla loro condizione, esprime nei loro confronti.

Al posteggio Rosa, Irene, e altri/e attivisti/e cominciano la cernita del vestiario:

“Hai un paio di pantaloni 42? Me li ha chiesti S.”

“Chi voleva un paio di scarpe 43?”

“Ma secondo voi di queste scarpe (tacco 10): che ne facciamo?” Eh sì, perché ci sono persone che per i senza fissa dimora donano scarpe con tacco 10.

Raffaella arriva: entriamo.

Incontro tre italiani, vorrebbero una casa, C. (l’iniziale del suo nome) è invalido, ha la moglie al Sermig, anche lei con patologie, sono divisi, lui attualmente dorme in tenda, una tenda donata e montata da cittadini solidali.

Gli chiedo se ha fatto domanda per una casa popolare, mi risponde che ne ha fatte diverse e che ora gli hanno detto che risulta cancellato.

Ecco: comincia il girone infernale, sembra invincibile.

“Cancellato?” gli chiedo, risponde che gli hanno detto che non aveva fatto… fatto…. , non ricordava neanche la parola.

Nel girone infernale si parla un linguaggio preferibilmente incomprensibile, e se le persone non hanno capito le si cancella, nel girone infernale non c’è rispetto, ci sono carte, rinnovi, bolli: nulla che riconduca ad una società con dei sani valori di rispetto per le persone meno fortunate.

Poi c’è J.: arriva dall’est, vedova di un italiano, lavora in una cooperativa che ha sospeso le attività per via della pandemia, niente soldi niente affitto, il padrone di casa le ha detto che doveva andarsene e lei se n’è andata.

Ha un lavoro (che attualmente non le dà sussistenza), non può accedere a dei sussidi, ma vive in una tenda in piazza d’Armi: un padrone di casa, nelle situazione attuale le ha detto di andarsene, e lei se n’è andata, in una tenda in piazza d’Armi, forse non capisce i dpcm, i rilancia Italia: è una persona onesta che se non ha i soldi non ne approfitta.

Qui il girone infernale non è mai amico: poteva farsi fare una causa di sfratto, tirarla alle lunghe, sfruttare la burocrazia a proprio favore ma: “Non era casa mia, non avevo i soldi per l’affitto, e sono andata via”.

A. è gambiano, come tutti è passato dalla Libia, come tutti della Libia non parla volentieri.

Lui contrariamente ad altri starebbe anche in dormitorio: giorni fa sono arrivate due operatrici con un pulmino, gli hanno detto che per ora i dormitori erano pieni e che sarebbero tornate a breve per dargli un posto.

Lui non si è più allontanato da piazza d’Armi, aspettando il pulmino con le due operatrici che non è mai arrivato.

Il girone infernale ti fa promesse che non mantiene, non si rende conto di quanto sia importante la promessa di un tetto per chi un tetto non ce l’ha e lo vorrebbe.

Con Raffaella abbiamo chiamato in via Carrera, ci è stato risposto che A. doveva rivolgersi al S.A.D., di nuovo il girone infernale: A. avrebbe dovuto telefonare al S.A.D, vedere se è operativo in questi giorni e andare lì a fare una domanda per essere messo in lista per un dormitorio in cui molte persone (chissà perché?) non vogliono andare.

Essere messo in lista per un dormitorio.

Ma cos’è il S.A.D.? E’ il servizio adulti in difficoltà. Quindi se sei in difficoltà devi comunque poter deambulare, avere i soldi per un mezzo pubblico, andare lì e, senza probabilmente alcuna possibilità di mediazione culturale, fare una domanda per? Per entrare in un dormitorio.

A. ci guardava come se fossimo dei marziani, con la pazienza un po’ tipica degli africani, ma con l’aria di non capire: cosa? Che nessuno sarebbe ripassato di lì per dargli una mano, ma che doveva guadagnarsi il diritto di entrare in un dormitorio entrando nel girone infernale della burocrazia, fatta di parole che probabilmente non conosce e di documenti che probabilmente compilerà male precludendosi ogni possibilità.

Raffaella gli dice: “Domani mattina chiamo io, e poi ti faccio sapere. Mi raccomando non scaricare il telefono”, perché anche tenere il telefono carico può essere molto complicato.

Raffaella si muove con naturalezza, conosce tutti, io mi sento un pesce fuor d’acqua, mi racconta di un gruppo di magrebini, la storia e più o meno sempre quella: dopo un po’ di anni che sei per strada qualcosa ti si rompe dentro, e forse non si aggiusta più.

Si aggiunge sofferenza a sofferenza, diventi ingestibile e diventa quasi impossibile aiutarti.

Poi c’è Martin, nigeriano, stava all’ex-Moi, è in Italia da parecchio, si arrabatta, non è in nessun racket, ma quando lo hanno sgomberato assieme tutti gli occupanti dell’ex-Moi gli è toccato un C.A.S., l’Ulivo in via Nizza, nel quale non si trovava bene.

Mi racconta che il posto era sporco, probabilmente non riusciva a legare con gli altri 6 occupanti della casa, credo gli abbiano “fatto rapporto”: morale della favola è uscito dal “sistema” e ora è un senza fissa dimora.

M. vive lì da molto, è italiano, conosce un po’ tutto di piazza d’Armi, per sua fortuna ha un camper e sa fare molti lavori, ha l’aria mite e un sorriso dolce, mi racconta un po’ di sé: è venuto a Torino per amore e sta restando a Torino sempre per amore.

La temperatura serale è perfetta, sono seduto su una sedia in mezzo ad un gruppo di italiani, tutti “di piazza d’Armi”, che cenano insieme, sembra quasi di essere in vacanza al campeggio, ma non è così.

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Categorie: Diritti Umani, Europa, Politica, Salute
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