Quella probabilità di rincontrare la Signora Ida

09.04.2020 - Gül Ince Beqo

Quest'articolo è disponibile anche in: Turco

Quella probabilità di rincontrare la Signora Ida

Ci salutiamo ogni mattina e ogni pomeriggio con la signora Ida da quando ci siamo trasferiti qui, da balcone a balcone. Mi chiama signora Gul, quella “ü”  per lei è un’impresa difficile, come per quasi tutti gli italiani. Mi sono abituata a questa pronuncia ormai, non mi arrabbio più, e ovviamente nemmeno con la mia cara signora Ida. Pensavo tra me e me, sarà abbastanza anziana. Me l’ha  detto oggi, come se indovinasse ciò che mi passa per la testa, ha settantasei anni e il suo compleanno è il 25 marzo. “Ho l’età di quelli che muoino soffrendo”, ha detto oggi al nostro incontro dopo mezzogiorno, “ho sofferto molto e sono sopravvissuta ma se mi becca non ne esco viva”, lo ha detto con un triste sorriso sulle labbra. Poi, ha detto che stasera si pregherà e bisognerebbe mettere una candela al balcone. Certo, ho risposto mettendo una candela sull’angolo più bello del balcone; la sera le nostre luci, così debole e resistenti, si sono salutate per due ore , nonostante la pioggia e il vento. 

Penso che abbiamo guardato a lungo le notizie sul coronavirus come quelle candele, pensando a quanto fossero deboli le loro fiamme. Invece le fiamme non erano deboli, ce ne siamo resi conto solo quando era ormai abbastanza tardi. Ce ne siamo resi conto solo quando il numero dei decessi ha superato i cinesi, dove sono venti volte di più rispetto all’Italia. Ora  è tutto chiuso, tutto  sotto controllo. Gli ospedali sono pieni, stanno per traboccare. Teologi, filosofi, scienziati sociali stanno discutendo in TV su a chi debba essere eticamente dato l’ultimo autorespiratore rimasto. E’ difficile guardare, cambiamo canale. In alcuni cimiteri di città non c’è spazio per seppellire i morti, i veicoli militari sono alla ricerca di una città adatta per bruciare i corpi di coloro che sono morti da soli (le mie care domande: almeno dessero le ceneri…). Qualche anno fa, ho avuto l’opportunità di parlare con la madre di un mio amico molto caro, era la figlia di un partigiano che aveva vissuto di persona la Seconda Guerra Mondiale. “Era in Germania, Gul (sì, non mi sono arrabbiata nemmeno con questa pronuncia)” ha detto, “nessuno poteva pensare che la guerra si sarebbe diffusa così in fretta”. Morì senza vedere l’incubo del coronavirus, altrimenti Gul direbbe ancora, “la storia è fatta di ripetizioni”.

Le storie di solidarietà e resistenza della Seconda Guerra Mondiale, che è una delle più grandi prove di coscienza accadute in Europa, hanno sempre attirato la mia attenzione. Mi è sempre piaciuto ascoltare e raccontare, come  storie del passato. Tuttavia, non avrei mai pensato che avrei assistito a un disastro paragonato a una guerra o una disgrazia che avrebbe avuto l’effetto di una guerra in seguito. Spero di uscire viva da questa storia perché ho un forte desiderio di raccontare, tra quarant’anni, se non avrò già dimenticato tutto, a una giovane donna il cui nome non potrò pronunciare correttamente, che in questo delirio ci sono state anche cose belle oltre a quelle terribili.

Quando il virus ha iniziato a diffondersi, le dirò, che si credeva che fosse portato solo da alcuni geni. Come prima, abbiamo iniziato a cambiare  strada alla vista di un cinese; poi, smesso di mangiare il sushi. Non si mai, avremmo potuto beccare un pesce di Wuhan. Più tardi abbiamo capito che i cinesi residenti in Italia non avevano nulla a che fare con questa disgrazia e che il virus poteva entrare da qualsiasi luogo e da qualsiasi razza. I cinesi nel frattempo hanno donato decine di migliaia di mascherine ai comuni più colpiti dal virus e hanno inviato in Italia i loro dottori ed esperti che avevano combattuto il virus nel loro paese. 

Questa giovane donna dal nome difficile forse poi chiederà qualcosa sul destino di coloro che non hanno avuto una casa, quando a tutti veniva consigliato di rimanere a casa. Per fortuna avrò alcune risposte, ad esempio, le parlerò delle misure igieniche necessarie prese nelle residenze dove risiedono i senzatetto e i richiedenti asilo attraverso un progetto attuato da Emergency. Si sa, le dirò, la casa non è un luogo dolce per tutti. L’ampliamento dell’intera rete di servizi fornita dal Comune di Roma per le donne esposte alla violenza domestica sarà anche un buon esempio da raccontare. 

Poi c’è la storia dei medici e degli infermieri che hanno dovuto lavorare all’improvviso in un ambiente così difficile, paragonabile a un campo di battaglia, negli ospedali del Nord Italia. Le reti di ristoranti che preparavano i pasti per tutti i dipendenti dell’ospedale, generose donazioni per la creazione di nuove unità di terapia intensiva, guanti, mascherine e respiratori donati e creati dal nulla nei giorni in cui erano vietate le strette di mano, baci e abbracci; saranno i ricordi umani di quei giorni difficili.

L’Italia è uno dei paesi europei con più vita in strada. Gli italiani amano viaggiare, le attività culturali, lo sport. In realtà, questo essere sociale ha avuto il grave difetto di non prendere sempre sul serio le misure. Per fortuna, c’erano molte reti di solidarietà che hanno consentito alle persone di continuare le loro attività quotidiane a casa e di rafforzare la propria salute mentale: le reti telefoniche hanno iniziato a fornire molti servizi gratuitamente, numerose riviste, giornali e libri sono stati sbloccati per l’accesso online gratuito, si offrivano offerte lezioni online di yoga, pilates, ecc.

In realtà, non tutto è buio, sono certa, passeranno questi giorni, ci saranno ancora buone cose da dire tra me e la signora Ida. Il mio più caro desiderio è che questo virus, che per ora si è infilato nelle nostre case solo tramite la TV, sia lontano da noi e dai nostri vicini anziani. La mia cara signora Ida avrà ancora da raccontarmi molte storie.

Categorie: Europa, Migranti, Salute
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