Emanuela Fumagalli, presidente dell’associazione Mondo senza guerre e senza violenza ha intervistato Silvia Pettinicchio, che ha raccontato il progetto “La Spesa Sospesa” realizzato in uno dei quartieri di Milano.

In che cosa consiste la “Spesa Sospesa”? E perché si è deciso di implementare questo progetto nel quartiere Feltre in questo momento di pandemia?

Ci siamo ispirati al famoso “caffè sospeso” di Napoli, l’uso di lasciare un caffè pagato al bar dopo aver consumato il proprio. Un gesto di gentilezza anonima e distribuita verso chi il caffè non se lo può permettere, ma godrebbe comunque del momento di pausa e di chiacchiere al bar. Abbiamo deciso di farci anche noi promotori di solidarietà dal basso perché legata all’emergenza sanitaria c’è l’emergenza economica e lavorativa che ha colpito tantissime persone, tantissimi nuclei familiari che si sono trovati da una settimana all’altra senza alcun reddito. Pensiamo ai dipendenti degli esercizi commerciali chiusi, agli stagionali del turismo, ai liberi professionisti, alle badanti e anche a chi è costretto a lavorare in nero. Un disagio invisibile e diffuso a macchia di leopardo anche nella ricca Milano e anche in un quartiere medio borghese come il nostro.

Invisibile perché le famiglie non si incontrano più, non ci si vede più al parchetto, davanti alla scuola dei figli, all’oratorio. SI rimane chiusi in casa, senza magari avere il coraggio di chiedere aiuto. Per pudore, per vergogna. La scintilla che ci ha spinto a organizzare questa iniziativa è stato il pensiero dei bambini, i figli di queste famiglie che si trovano in stato di disagio temporaneo, non note ai servizi sociali perché il problema è recente. Abbiamo pensato a loro, lontani dai loro compagni, dalle maestre, dalla mensa scolastica con i suoi pranzi bilanciati e ci siamo mossi subito.

Quale è stata la risposta delle persone nel quartiere Feltre? Avete interagito con il Municipio, con le scuole o con le reti di associazioni già presenti nel quartiere?

Circa due settimane fa ho pubblicato un post sul gruppo Facebook del quartiere proponendo l’iniziativa della spesa sospesa e chiedendo pareri, consigli e collaborazione. Ha aderito subito Fabrizio Panebianco, un papà del quartiere con cui abbiamo discusso i primi dettagli e poi altre 5 persone, molte delle quali non si conoscevano direttamente. Ci siamo confrontati sulle modalità della raccolta e della distribuzione degli alimenti. Abbiamo studiato altri casi in giro per l’Italia, poi abbiamo cercato la disponibilità degli esercizi commerciali della zona. Come modalità ci siamo appoggiati al cosiddetto “honour code”, ovvero la fiducia totale in tutte le parti coinvolte: i negozianti, i volontari e le persone che avrebbero richiesto i prodotti “sospesi”. Gli inglesi direbbero “no questions asked”. Se qualcuno dichiara di avere bisogno può prendere tranquillamente i prodotti. Abbiamo solo messo un limite di 3 articoli al giorno per esercizio per permettere a più famiglie di usufruire del servizio.

All’inizio i negozianti erano un po’ titubanti, perché temevano che qualcuno avrebbe potuto approfittarne, ma poi si sono tranquillizzati perché non ci sono stati assolutamente casi del genere. Dopo qualche giorno la voce si è sparsa e siamo stati contattati da diverse realtà anche fuori dal quartiere.

Per dare visibilità al progetto e per evitare sovrapposizioni con eventuali iniziative simili sul territorio abbiamo interloquito con il Municipio, che ci ha segnalato il progetto QuBI. Siamo entrati subito in contatto con loro per mettere in rete le nostre risorse. Inoltre abbiamo segnalato l’iniziativa anche alle dirigenti scolastiche della scuola materna ed elementare del quartiere, oltre che appeso le locandine del progetto sulle vetrine degli esercizi aderenti. Anche la parrocchia che già aiutava famiglie in difficoltà si sta appoggiando alla generosità degli abitanti del quartiere che supportano l’iniziativa con i loro acquisti.
A loro volta le persone bisognose vengono informate dal passaparola tra i gruppi whats app dei genitori delle scuole materne e primarie, dalla parrocchia, dalle locandine esposte fuori dai negozi, dai canali social del quartiere e dai volontari del progetto QuBi che si sono attivati per telefonare alle famiglie aderenti al progetto.

Quali potrebbero essere i passi fondamentali per replicare questo progetto in altri quartieri di Milano?

E’ fondamentale la creazione di un gruppo di residenti che si faccia promotore e coordinatore della iniziativa, ma è altrettanto importante l’appoggiarsi a tutte le reti già esistenti sul territorio, che conoscono e hanno mappato le situazioni di disagio, che hanno esperienza e mezzi. Il bello di queste iniziative è che nascono dal basso, dai cittadini per altri cittadini. Più si è, meglio funzionano. E credo che anche post quarantena molte di queste attività rimarranno in piedi.

Questo progetto mira ad aiutare le persone in difficoltà, ma anche a far nascere uno spirito di solidarietà e di condivisione nel quartiere. Questa grossa crisi può fungere da catalizzatore affinché l’equilibrio sociale si inclini finalmente verso la solidarietà, lasciando l’individualismo in minoranza?

Assolutamente sì. Devo confessare che con i toni spesso molto accesi, aggressivi ed esasperati visti sui social in queste settimane, non pensavo che tante persone avrebbero aderito contribuendo alla spesa. C’è chi aiuta con quello che può, un pacco di pasta, una bottiglia di conserva. C’è chi confinato fuori Milano si è offerto di mandare soldi a chi invece è rimasto in quartiere, in modo che potesse fare acquisti per loro suo. Altri hanno mandato amici. Altri ancora si sono recati apposta negli esercizi segnalati per dare una mano. E c’è chi ha pensato prima di Pasqua di metterci anche delle uova di cioccolato per i bambini. E devo dire che questo gesto ci ha commosso tutti e ci ha ripagato dello sforzo.

Per contatti e informazioni:

https://www.facebook.com/Spesa-Sospesa-quartiere-Feltre-106679674330983/