La libertà di Becky

31.01.2020 - Roberta Ferruti - Comune-info

La libertà di Becky
(Foto di Unsplash.com)

Non si tratta di ricordare Becky Moses, uccisa nel gennaio di due anni fa da un diniego e carbonizzata a San Ferdinando, soltanto perché il circo mediatico e istituzionale non vuole farlo. Si tratta di riscoprire prima di tutto il suo sconfinato amore per la libertà, quella che aveva trovato a Riace.

Becky Moses veniva dalla Nigeria. Aveva fatto tanta strada, oltre cinque anni fa, per fuggire da quello che sembrava il suo destino segnato: una vita di miseria e prostituzione, sempre sottomessa a una madame al soldo della terribile mafia nigeriana che recluta giovani donne, le massacra di botte, le schiavizza e costringe a prostituirsi. Se n’era andata appena ventenne, sola, affrontando un viaggio interminabile e rocambolesco per sfuggire a quel destino, per cercare di essere libera. Ha attraversato il mare e miracolosamente viva, ha finalmente trovato accoglienza in Italia dove ha iniziato l’iter per ottenere lo status di rifugiata. In attesa, era stata inviata a Riace.

Non è difficile credere che i suoi anni più belli li abbia trascorsi lì. Due anni per l’esattezza. Due anni in cui, in questo piccolo paesino calabro con poco più di 1.200 abitanti, di cui quasi metà migranti, Becky ha vissuto libera, finalmente. Una piccola comunità in cui ci si conosce tutti e Becky non passava certo inosservata. “Faceva colazione sempre con due cappuccini – dice Alessio del bar centrale – e appena poteva, offriva dolcetti e gelati ai bimbi”. Sorrideva. Sempre.Aveva un alloggio, condiviso con altre sue coetanee e guardava con fiducia al futuro.Aveva ricevuto una carta d’identità dal sindaco Domenico Lucano, che unico in questo mondo indifferente, aveva voluto riconoscerle la dignità di essere umano: un pezzo di carta che ufficialmente dichiarava un nome, un cognome, uno stato di diritto insomma, diritto di esistere.

Sul suo profilo facebook rispondeva agli amici, quando le chiedevano dove si trovava che lei era a casa, semplicemente. Era luglio 2017, tra gli ultimi post pubblicati. E come nel monologo di Bernard-Marie Koltès “La notte poco prima della foresta”, Becky Moses aveva viaggiato a lungo per trovare la sua casa, aveva sofferto, era stata violata e umiliata e sempre cacciata. A Riace viveva finalmente libera, senza il timore di doversi guardare le spalle. Una conquista che suona come un dono per chi ha cercato questa dimensione un’intera vita. Si riteneva fortunata Becky, ad essere arrivata lì. Con i bonus che riceveva ogni mese provvedeva al suo sostentamento, sceglieva quando e cosa mangiare, come spenderli e se spenderli.

Poi tutto è precipitato. Dopo un anno di assenza di erogazione fondi da parte della Prefettura di Reggio Calabria e innumerevoli inchieste sull’operato di quel sindaco di Riace che non si capiva come faceva ad accogliere sempre e comunque tutti, si decide per la chiusura dei CAS. Era il 28 dicembre 2017. Una decisione sofferta e forse troppo a lungo rimandata. La speranza che la Giustizia, quella con la G maiuscola, trionfasse sull’ignoranza e il potere della burocrazia, animava tutti, nonostante le enormi difficoltà che un anno senza alcun finanziamento possono recare. Un anno durissimo per Riace e i riacesi, per Domenico Lucano. La Locride si sa non è terra facile, ma quello che accadrà di lì a breve a Riace, nessuno poteva prevederlo.

Becky e tutti gli ospiti dei CAS devono partire, lasciare Riace e andare a Crotone, uno dei CARA più grandi d’Italia. Rosy, mentre tesse un arazzo, racconta che “nessuno vuole andare a Crotone, le persone vengono tenute rinchiuse e viene dato loro da mangiare e da dormire. Non possono fare nulla, uscire, scegliere come e cosa mangiare, vivere insomma”. È un enorme parcheggio dove non si fa altro che aspettare. “Qui, a Riace, Becky era libera. Libera di uscire, studiare, pensare al futuro”. Una libertà conquistata a fatica a cui non voleva rinunciare. Scappa una volta da Crotone e ritorna a casa, a Riace. Non può restare, non può più stare, le dicono. Tutto ciò avviene mentre Riace è sotto il gioco del ricatto economico e fronteggia debiti, distacchi della luce nelle abitazioni, licenziamenti. I soldi continuano a non arrivare, la burocrazia sa essere lenta, molto lenta e per questo violenta. La stessa burocrazia che non è andata tanto per il sottile quando, in piena emergenza sbarchi, supplicava Domenico Lucano di accogliere tutti e tutte, quanti e più poteva. Ma Becky non poteva sapere né capire tutto questo, capiva solo che il suo sogno era ancora una volta infranto. La libertà tanto sofferta aveva una scadenza, l’ora d’aria era finita. Becky si è vista ancora una volta scippare la libertà conquistata. “Tutto tranne questo”, deve aver pensato.

Va a Reggio Calabria, vuole a tutti costi ritornare a Riace. Il suo status di “diniegata”, nel frattempo convalidato, non lasciava però speranze: la legge parla chiaro e lei non è che una delle tante. Non sappiamo cosa sia passato per la testa di Becky, quale reazione le ha provocato il sentirsi disconoscere quell’identità faticosamente conquistata ma di fatto, disperatamente, decide di vivere in clandestinità ma libera. Non sarebbe tornata tra le mura del carcere di Crotone, no, non sarebbe rientrata in Nigeria. La sua fuga la porta a San Ferdinando, una tendopoli dove vivono, nella stagione di raccolta degli agrumi, in oltre 1.800 per lo più rifugiati, richiedenti asilo provenienti dal Ghana, Nigeria, Burkina Faso. Una distesa di baracche e tende istallate nel 2010 dal ministero dell’Interno senza acqua, servizi igienici e luce. Le ruspe di Salvini oggi hanno distrutto le baracche ma certamente non interrotto il traffico di braccia a poco prezzo.

La sera, quando calava la luce, gli “ospiti” accendevano dei falò improvvisati dove cucinavano e si scaldavano… poi ognuno si ricacciava nel buio delle proprie baracche e aspettava il giorno successivo. Un giorno uguale all’altro dove, per sopravvivere, gli uomini raccolgono agrumi, 1 euro a cassetta i mandarini, 0,50 le arance. Le donne si arrangiano con la prostituzione.

A San Ferdinando Becky si fa chiamare Amina e ricomincia da dove era partita, si organizza come può per tirare avanti. La sua nuova vita dura solo tre giorni, perché il 26 gennaio, in seguito a un incendio che distruggerà oltre duecento baracche, Becky–Amina morirà arsa viva. Il cerchio si chiude: dopo una fuga interminabile dalla miseria e dalla prostituzione questa giovane donna termina i suoi giorni nel modo più atroce “in un paese civile e democratico” che le ha negato il diritto non solo di esistere ma di vivere. Una morte terribile, come terribile è lo scenario che si presenta agli occhi dei soccorritori: oltre duecento baracche bruciate, numerosi feriti, alcuni gravi… La notizia arriva a Riace come un terremoto. Domenico Lucano è a palazzo Pinnarò. Sconvolto dal dolore, tra rabbia e sgomento urla: ”Di questa morte sono responsabili le istituzioni e i mercenari dell’accoglienza”.

Vicino a lui Chantal, un’anziana donna del Camerun appena arrivata a Riace dopo quel maledetto rogo. È in imbarazzo Chantal, la Becky che hanno conosciuto a Riace non è la persona che ha incontrato lei a San Ferdinando. E Becky sapeva di non essere la stessa in quel posto infame così simile alle capanne da cui era sfuggita oltre tre anni prima. Amina era il suo nome per quel luogo e circostanza, ma lei era e soprattutto voleva essere Becky. A Riace stava recuperando la gioia di vivere, lei, ragazza di ventisei anni con un vissuto da far impallidire chiunque.

Nonostante il suo coraggio, il suo interminabile viaggio della disperazione, ha concluso i suoi giorni in un in un posto infame su cui nessuno indaga veramente, di cui nessuno veramente si occupa. Ha ragione Lucano a rifiutare questa legalità, a gridare sempre più forte che l’umanità non ha scadenza e che non esiste legalità senza giustizia.

La storia di Becky è già dimenticata, l’opinione pubblica è assuefatta a racconti di questo genere dove a morire sono immigrati, rifugiati, disperati dimenticando che ognuno di loro ha un nome, una storia, un viso. Liquefare le singole vite in un mare di luoghi comuni serve a non vedere il problema, a non capirne i contorni… Eppure a Riace sono in tanti e tante a voler invece ricordare per sempre gli occhi di Becky.

Categorie: Africa, Europa, Migranti
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