Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969

12.12.2019 - Luca Cellini

Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969
La Pietà di Pasolini secondo Ernest Pignon (Foto di Photo Cyril Hièly)

La storia insegna che molto spesso quando un gruppo dominante vuole rendere legittimo il proprio avvento al potere si preoccupa anche di modificare radicalmente i riferimenti del passato.
Così come è ampiamente dimostrato che la memoria del passato viene influenzata dal presente, si trasforma in base al punto di vista da cui si racconta e in base al tipo di narrazione che se ne fa fino ad arrivare a modificare la memoria stessa del passato per strumentalizzarla e rivederla in
funzione delle necessità del momento, fino anche a farla scivolare nell’oblio. Allo stesso tempo per fortuna se è vero che esistono gruppi, e memorie dominanti, che esercitano un interesse preciso al fine di modificare dal presente la memoria del passato, è altrettanto vero che esistono gruppi di memoria alternativi a quelli di potere che hanno interesse invece a mantenere viva la memoria,
in special modo la memoria generazionale.
Questo tipo di memoria è basata sull’interazione sociale e copre un arco temporale non molto esteso, si basa sulla trasmissione che avviene da generazione in generazione, e può ambire a divenire memoria culturale, ma per farlo ha bisogno di consolidarsi ed essere rinnovata nel tempo senza dare mai per scontato che le nuove generazioni abbiano in loro la stessa memoria storica delle generazioni che le hanno precedute.
In tal senso c’è una memoria storica che in particolar modo in questo paese, è rimasta sempre in ombra, fatti e avvenimenti che hanno creato un solco, una spaccatura vera e propria nella storia contemporanea dell’Italia.

E’ la storia segnata dalle bombe e dalle stragi che sono rimaste praticamente tutte impunite e senza mandante.
Bombe che periodicamente hanno scandito un preciso tempo politico a suon di morti, e che hanno rappresentato non a caso la metodologia pratica della strategia della tensione.
Ad ogni moto di liberazione, ad ogni spinta in avanti che si è mossa dal basso con le rivendicazioni sociali e con la richiesta di avanzamento in termini di diritti, è sempre seguita una o più stragi perpetrate ai danni della popolazione. Per oltre 30 anni, le spinte e le istanze che provenivano da una larga fetta della popolazione che si esprimevano chiedendo allargamento dei diritti fondamentali, forme di redistribuzione della ricchezza, maggiore equità e giustizia sociale, sono state accompagnate da una precisa controreazione, come una specie di controstrategia volta a bloccare le spinte popolari, o più propriamente indirizzata a reprimere in modo violento e duro le rivendicazioni sociali che premevano dal basso.
E’ una storia molto italiana questa, una storia che in un qualche modo ha avuto un suo riconoscimento perché gli sono stati dedicati, libri, trasmissioni, e persino vie, eppure a distanza di mezzo secolo non c’è mai stata una verità giudiziaria su tali fatti. Come se i mandanti e gli esecutori nemmeno mai ci siano stati, e anche adesso che i fatti sono passati ad essere storia ancora non si riescono a trovare le parole pubbliche per affermare non tanto quel che è successo ma il perché di quelle stragi, da dove partissero e quale fosse il loro scopo. Nel tempo ci siamo come abituati a commemorare i nostri morti e quelle stragi come se non avessero dei colpevoli, o peggio ancora facendo scivolare la nostra memoria storica e culturale nell’oblio.
L’oblio in tal senso non è frutto di una semplice amnesia, ma è strumentale ad un processo conclamato e intenzionale che va in opposizione alla memoria storica, mirando a rimodellare il passato in rappresentazioni sociali diverse, fino che queste vengano accettate e riconosciute come legittime e istituzionalizzate.
Come affermò Le Goff in un suo saggio sulla memoria storica:

“Impadronirsi dell’oblio è una delle massime preoccupazioni delle classi, dei gruppi,
degli individui che hanno dominato e dominano le società storiche. Gli oblii, i
silenzi della storia sono rivelatori di questi meccanismi di manipolazione della
memoria collettiva”

E’ stato più volte affermato che è proprio con le stragi che si è creata una spaccatura verticale tra due Italie che non si è mai risanata, ma per trovare le radici di queste stragi bisogna raccontare e affrontare altri nodi che sono sempre stati sottaciuti. Bisogna capire e andare a indagare i fatti che segnarono la cosiddetta svolta democratica dell’Italia, dopo 20 anni di dittatura fascista. Una storia che subito dopo la promulgazione della Costituzione, ha visto l’affermarsi della vittoria elettorale dell’allora Democrazia Cristiana nel 18 aprile del 1948, e la collocazione definitiva della sinistra italiana all’opposizione. Un paese che fino a 5 anni prima contava oltre 20 milioni di fascisti in piazza, uno Stato retto per oltre 20 anni da un totalitarismo, che aveva insediato nelle più alte cariche istituzionali e dirigenziali a tutti i livelli (giuridici, amministrativi, militari, nell’istruzione pubblica, nella magistratura, negli apparati industriali e del commercio) i propri gerarchi fascisti, e che improvvisamente, subito dopo la guerra, si scopre essere tutto “antifascista”. I gerarchi fascisti, oltre alle folle acclamanti, come per incanto, erano spariti, nessun processo ebbe mai luogo, nessuno rispose mai per nessun crimine dei tanti che furono compiuti sotto il ventennio fascista.
La metodologia dello Stato fascista era stata molto semplice e funzionale, reprimere con la violenza ogni forma di dissenso, se necessario far sparire ed eliminare gli oppositori politici ed operare brutale repressione a suon di manganello, oppure di bombe, stragi, e brutali assassinii di cui non si sapeva mai chi fossero gli esecutori e ancor meno i mandanti, ma di cui ben si sapeva che dietro c’era la longa manus del fascismo istituzionalizzato e divenuto Stato, che non poteva o non voleva apertamente risultare mandante di tali crimini, strumentali alla conservazione del potere acquisito.

In questa storia nera e di sangue, la prima strage che si ricordi dell’Italia repubblicana post-fascista avvenne nel 1947 a Portella della Ginestra in Sicilia, quando la banda di Salvatore Giuliano aprì il fuoco su contadini e operai intenti a seguire il comizio del primo maggio, durante la Festa dei Lavoratori.
Secondo molti documenti ritrovati anche negli archivi statunitensi, furono implicati a vario titolo in questa strage i servizi segreti sia italiani che nord americani, ed anche uomini che erano appartenuti alla decima Mas.
L’elemento scatenante acclarato di tale strage furono le rivendicazioni sociali e sindacali dei lavoratori del Sud Italia alla quale seguì la repressione, con il coinvolgimento di servizi segreti, criminalità organizzata e ex appartenenti alla decima flottiglia, assaltatori e incursori della Regia Marina del periodo fascista.

La seconda strage dell’Italia Repubblicana si ebbe nel 12 dicembre di 50 anni fa. Correva l’anno 1969 e l’Italia era attraversata da imponenti spinte di rivendicazioni sociali che muovevano dalla classe dei lavoratori e dagli studenti.  Il 12 dicembre 1969 a Milano era giorno di mercato e in Piazza Fontana, si svolgeva tradizionalmente la contrattazione delle merci agricole, sempre in quella sede si trovava la Banca dell’agricoltura aperta e particolarmente frequentata nel pomeriggio.
Quel giorno alle 16 e 37 una potente esplosione di una bomba provocò 16 morti, il grave ferimento di 84 persone e l’avvio di quello che storicamente viene ricordato come periodo stragista e/o periodo della strategia della tensione.
Questa la cronaca riportata agli atti dai giudici del tribunale di Catanzaro durante il primo processo:

“Erano le 16,30 circa di venerdì 12 dicembre 1969. Nel salone centrale della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano si stavano svolgendo per antica consuetudine le contrattazioni dei fittavoli, dei coltivatori diretti e dei vari imprenditori agricoli ivi convenuti dalla provincia per discutere i loro affari commerciali e attendere al compimento delle operazioni bancarie presso gli sportelli, allorché vi echeggiava il fragore dell’esplosione di un ordigno di elevata potenza. Ai primi accorsi da Piazza Fontana l’interno della banca offriva subito dopo un raccapricciante spettacolo: sul pavimento del salone, che recava al centro un ampio squarcio, giacevano, fra i calcinacci e resti di suppellettili, vari corpi senza vita e orrendamente mutilati, mentre persone sanguinanti urlavano il loro terrore. […] Quattordici erano i morti (aumentati a sedici entro il 2 gennaio con il decesso di due persone morte per le gravi ferite riportate). Gravemente feriti restavano all’interno della sede bancaria altri 45 clienti. Vari feriti contavano anche il personale della banca: tredici elementi che lavoravano al pianterreno nel salone; quattordici al primo piano, cinque al secondo piano, uno al terzo. Gli effetti dell’esplosione riguardavano anche l’esterno dell’istituto. Riportavano infatti lesioni personali sette persone che si trovavano sul marciapiede di Piazza Fontana e due persone all’interno del ristorante L’Angelo sito dietro l’edificio bancario”

Ma Piazza Fontana, che avvenne sul finire del 1969, fu solo il più eclatante degli attentati stragisti che avevano contraddistinto quell’annoNel 1969 ci furono 145 attentati dinamitardi (di cui 96 attribuiti all’estrema destra) 55 in luoghi diversi.  Il 15 aprile una bomba distrusse lo studio del rettore dell’Università di Padova Enrico Opocher e in occasione di questo attentato vennero iniziate indagini che portarono alla scoperta della cellula eversiva diretta da Franco Freda. Il 25 aprile fu poi colpita la fiera di Milano e l’ufficio cambi della Banca Nazionale delle Comunicazioni che aveva sede nell’atrio della Stazione centrale; in questo stesso giorno, a Brescia, venne devastata la sede Anpi e fatta saltare la lapide dedicata ai partigiani in piazza della Loggia sempre quel giorno furono aggrediti vari ex-partigiani.
Anche i treni furono un bersaglio, e così nella notte tra l’8 e il 9 agosto 1969 vennero collocati dieci ordigni su convogli ferroviari, di questi otto esplosero ferendo dodici passeggeri. Secondo una ricerca presentata dalla giunta regionale lombarda in quella regione nel 1969 vi furono 400 episodi di violenza di matrice neofascista, quindi uno ogni due giorni. Sicuramente tutti questi episodi rientravano in azioni attraverso le quali poter catturare l’attenzione provocando shock, orrore e paura, tensione, oppure sentimento di odio e scatenare altra violenza come reazione, una strategia caratteristica delle azioni terroristiche neofasciste. Contemporaneamente a Roma deflagrarono altri ordigni: alla Banca nazionale del lavoro, dove vi furono 14 feriti, all’Altare della patria e all’entrata del Museo del Risorgimento. Una quinta bomba venne rinvenuta, inesplosa, alla Banca commerciale di Milano, in Piazza della Scala.

Il contesto politico e sociale in cui avvenne la strage di piazza Fontana era molto particolare, in atto un largo movimento che chiedeva cambiamenti strutturali della società italiana, partito con i giovani e gli studenti nel 1968, che poi sull’onda aveva coinvolto gli operai che nell’autunno del 1969 scesero in lotta compatti a fianco degli studenti  con manifestazioni, scioperi, occupazioni e rivendicazioni che misero al centro dell’attenzione degli italiani la necessità di riforme radicali non solo politiche, ma anche culturali, sociali ed economiche, in sostanza veniva chiesta la possibilità di partecipare più attivamente alle scelte politiche, sociali ed economiche del paese.

L’eversione nera e i neofascisti fecero il loro ingresso sulla scena in grande stile proprio a partire da quell’anno, nello stesso periodo in cui avanzavano con forza le maggiori spinte con le richieste di avanzamento sociale, lavorativo, ed economico. I neofascisti comparvero così, come “dal nulla”, nello stesso modo in cui “nel nulla” i fascisti erano come scomparsi, nel 1945, alla fine della 2° guerra mondiale, dopo oltre venti anni di dittatura totalitarista, violenta e sanguinaria, senza però che ci fossero mai stati processi né colpevoli.
Un’eversione neofascista molto ben organizzata, che contava su un’ottima organizzazione, ben strutturata e armata di tutto punto, con preparazione militare, e con precise conoscenze tattiche, strategiche.
Purtroppo questi sono per lo più fatti non molto noti alle nuove generazioni, ma di ciò se colpa si vuol trovare, non è certo dei giovani, bensì delle generazioni che li hanno preceduti, e in primis responsabilità di un sistema scolastico con dei programmi obsoleti, che a malapena, e solo nei casi più fortunati, arrivano a toccare le vicende legate alla 2° guerra mondiale, anni in cui come si diceva poc’anzi, magicamente un intero Stato e il suo paese si trasforma da fascista convinto e acclamante a “io fascista non sono mai stato”, colpevole poi del tutto, di lasciare completamente in ombra gli ormai ben 75 anni che sono seguiti dalla fine della guerra.
La memoria storica è importante, è la chiave che garantisce l’uscita dal labirinto del “minotauro”,  che scongiura il rischio del ripetersi di errori, l’unica medicina che possa prevenire dalle ricadute collettive nei medesimi e tragici sbagli, che sono costati vite umane, dolore, lacrime, sangue e involuzione, invece che avanzamento umano e sociale.

La memoria storica è quella capacità di raccogliere elementi e inanellarli insieme, mettere in connessione fra loro differenti frammenti, fino a poter diventare persino predittiva, così come scrivevano riferendosi alla memoria divinizzata, anche gli antichi greci arcaici, da Mnemosini che, “ispirando il poeta epico”, gli conferiva insieme la memoria anche il dono della veggenza, dato dalla capacità di anticipare il futuro grazie alla profonda conoscenza di ciò che è stato.
E in fondo senza andare tanto lontano, così come nel 1974, l’anno prima del suo assassinio, ci aveva predetto in un suo editoriale, Pier Paolo Pasolini:

“Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggi grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio “progetto di romanzo”, sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il ’68 non è poi così difficile.
Tale verità – lo si sente con assoluta precisione – sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all’editoriale del “Corriere della Sera”, del 1° novembre 1974.
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi – proprio per il modo in cui è fatto – dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
All’intellettuale – profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana – si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al “tradimento dei chierici” è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche un’opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.
È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all’opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell’Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario – in un compatto “insieme” di dirigenti, base e votanti – e il resto dell’Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un “Paese separato”, un’isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel “compromesso”, realistico, che forse salverebbe l’Italia dal completo sfacelo: “compromesso” che sarebbe però in realtà una “alleanza” tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell’altro.
Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l’altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l’ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l’opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch’essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch’essi hanno deferito all’intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l’intellettuale viene meno a questo mandato – puramente morale e ideologico – ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell’opposizione, se hanno – come probabilmente hanno – prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono – a differenza di quanto farebbe un intellettuale – verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch’essi mettono al corrente di prove e indizi l’intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com’è del resto normale, data l’oggettiva situazione di fatto.
L’intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
Lo so bene che non è il caso – in questo particolare momento della storia italiana – di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l’intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che – quando può e come può – l’impotente intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l’intera classe politica italiana.
E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi “formali” della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico – non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento – deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente – se il potere americano lo consentirà – magari decidendo “diplomaticamente” di concedere a un’altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon – questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.”

Categorie: Europa, Politica
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