Mi chiamo Andrea De Lotto, sono un maestro elementare di 54 anni. Ho vissuto e lavorato per 10 anni a Barcellona, ho partecipato al movimento degli Indignados, ho assistito alla vittoria di Ada Colau, sindaca che veniva dal movimento di lotta per la casa. Ma proprio in quella realtà che sembrava di radicale cambiamento ho manifestato più volte davanti al CIE, il centro di detenzione per immigrati che si trova nella periferia industriale di quella città, in un labirinto di vie che hanno solo una lettera come nome, e dove ci si perde. Quel centro c’era e c’è tutt’ora, non è stato scalfito da quell’onda potente e dalle associazioni che si dedicano a questo “Tanquem el CIE” (chiudiamo il CIE), “SOS racisme” e altre. Quella vergogna è a due passi da quel centro meraviglioso dove si muovono milioni di turisti. Quasi ogni anno in media muore qualcuno, o perché si suicida o per altro.

Quando due anni fa tornai a Milano seppi della possibile apertura di un CPR, ovvero un Centro per i rimpatri, un luogo identico al CIE di Barcellona che conoscevo e davanti al quale c’era sempre un fitto cordone di polizia in assetto antisommossa.

Da poco tornato a Milano partecipai ad un’assemblea della nascente rete NO CPR e gridai con tutta la mia forza la mia paura: se lo aprono siamo fottuti, poi ce lo teniamo per altri 10 anni se va bene, non hanno avuto la forza i catalani con il vento a favore, figuriamoci noi…. Quel centro non doveva aprire. Anzi non doveva neppure essere svuotato perché, in quanto centro di accoglienza per migranti, finché c’erano loro non avrebbero potuto farci alcun lavoro dentro.

In quel centro vivevano circa 400 persone, diversi di loro erano nostri alunni, di noi maestre e maestri che lavoriamo nei CPIA, le scuole di italiano per stranieri. Alcuni erano in classe mia.

Scegliemmo la linea attendista, morbida: ci dissero che probabilmente dalla prefettura avrebbero garantito che rimanessero a Milano e quindi potessero continuare la scuola e i lavori. A scuola decidemmo di non dire nulla, come ci chiedevano, per “non creare allarme”… Anche i lavoratori dentro il centro ci dicevano che sapevano poco e non volevano comunque che ci fosse agitazione.

Quale fu il risultato? Tra novembre e dicembre dell’anno scorso il centro venne svuotato: ogni giorno spariva qualche nostro alunno, ogni giorno una collega mi diceva che il tale o il tal’altro non c’era più. Alcuni ci avvisavano: “Maestra, maestro, domani mattina mi trasferiscono, Bergamo, Varese, Brescia….”

Più di una volta andai lì alla sera a salutare qualcuno che conoscevo meglio, al freddo, sotto la tangenziale. Assistetti alla “comunicazione ufficiale”: una giovane ragazza, anche lei immigrata, dipendente del centro, dentro un ufficio asfittico e freddo, faceva firmare uno degli ospiti in una lunga lista, dicendogli che l’indomani mattina alle 7.30 partiva il pullman e di farsi trovare pronto con le sue cose. Per dove, neppure lei lo sapeva, ma bastava che questo firmasse.

Uno degli ultimi, Samba, mi chiamò: “Maestro, domani andiamo Abruzzo, dov’è?” Merda, pensavo, non siamo riusciti a fermare questa che è stata una piccola, ma vera e propria deportazione. Era la prima volta che delle mie relazioni venivano interrotte per un gesto del potere. Ragazzi con i quali avevamo sudato insieme sette camice perché tenessero una matita in mano e scrivessero o perché conoscessero gli articoli e le preposizioni venivano deportati.

Non è stato bello. Nelle nostre scuole fu una emorragia.

Il clima nelle classi cambiò, ma cambiò ancor più nei mesi seguenti.

Alcuni centri vennero a poco a poco chiusi, le centinaia di nostri alunni che erano in attesa di permesso come rifugiati cominciarono a ricevere dinieghi su dinieghi. Immaginiamoci il clima in questi grandi centri: ogni giorno probabilmente uno di loro riceveva una risposta negativa. Cosa sarà passato nel cuore e nelle menti dei suoi compagni di camerata?

Bene, la scuola di italiano venne sempre più abbandonata: chi me lo fa fare di imparare una lingua in un luogo dove non mi vogliono? Quasi tutti si buttarono su lavoretti, li vediamo ora in tanti correre su queste bici al buio per Milano per consegnare pasti caldi…

Se fino a due anni fa nella scuola dove lavoro l’80 % erano ragazzi dell’Africa sub sahariana, coi loro sorrisi, la loro energia, ma anche i segni del passaggio in Libia, ora sono forse il 10%. Non ci sono quasi più.

Imparare una lingua richiede un investimento grosso, uno sforzo, pazienza, tenacia. In questo momento per loro raggranellare qualche euro da mandare a casa o per ripartire un giorno vale di più. Qualcuno se ne è già andato verso Nord. Qualcuno ha cambiato nome.

Il CPR dopo quasi un anno non ha ancora aperto.

La Rete Nocpr è stata formidabile. Forse grazie a loro le amministrazioni hanno preferito rimandare. Anche il mondo cattolico si è mosso, ma qualche giorno fa prima De Corato e poi la ministra Lamorgese hanno detto che tra poco apre. Bel governo del cambiamento….

Il sindaco Sala tace, Majorino è andato a Bruxelles. E vabbhè, avrebbero preferito non avere un CPR qui a Milano, ma adesso il governo è pure amico….

Noi lo abbiamo detto più volte: questo CPR non deve aprire, né a Milano, né altrove.

E si devono chiudere tutti i CPR d’Italia. Al momento sono 7 e in due di questi, a Roma e Torino, nelle ultime settimane ci sono state tremende rivolte.

Milano respingerà questa vergogna. Sabato 12 ottobre, anniversario dell’inizio del più grande massacro della storia, più di 80 milioni di morti, (da ricordare nel giorno della memoria) ad Abya Yala (quella che venne chiamata di recente America), saremo alle 14.30 in piazzale Piola e cammineremo in tanti e tante verso quel luogo che rischia di essere la più grande vergogna di questa regione.

Coraggio.